Silvio Benco.
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Il castello dei desideri.
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1906. Fratelli Treves Editori, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: CATIA RIGHI per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Presentazione.
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Scrive Elio vittorini su Pegaso del giugno 1932:
"Nel Castello dei desideri  narrata la lugubre avventura di un nevrastenico ed epilettico, il Duca Ulrico, che abbandonato dalla consorte che si consola della propria solitudine ricorrendo ad amicizie spaventose: quella del tisico Zoilo che gli muore nel castello dopo una serie di orge rusticane, quella del sinistro Bertano che si  assunta la parte, mezzo stirneriana, mezzo apocalittica, di moralista della morte e medico delle anime a rovescio. Unatmosfera tempestosa si addensa poi sul finale aggravata dalla cadenza di marcia funebre dellintero romanzo.
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L'AUTORE.
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Enea Silvio Benco (Trieste, 22 novembre 1874  Turriaco, 9 marzo 1949)  stato uno scrittore, giornalista, saggista e critico letterario, teatrale e musicale italiano.
Bench avesse iniziato molto presto gli studi, colpito da una grave malattia ossea li sospese una prima volta, per poi abbandonarli del tutto. Dopo la morte del padre, per l'aggravarsi delle condizioni economiche familiari fu costretto a guadagnarsi da vivere, lavor come giornalista  nel quotidiano irredentista triestino L'Indipendente, ove fece la conoscenza di Italo Svevo e della futura moglie, la scrittrice Delia de Zuccoli, che sposer e dalla quale avr la figlia Aurelia.
Nel 1903 si trasfer al quotidiano Il Piccolo ove ebbe modo di crescere professionalmente e manifestare meglio le sue idee politiche filo-italiane. Nel 1913, insieme ad alcuni giornalisti dello stesso quotidiano e dell'Indipendente, fu tra i promotori della fondazione dell'Associazione della Stampa Italiana a Trieste, iniziativa coraggiosa visto che la citt giuliana faceva parte dell'Impero austro-ungarico.
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Con l'ingresso dell'Italia nel primo conflitto mondiale, Il Piccolo fu soppresso, e Benco - come altri giornalisti - venne generosamente assunto dal quotidiano triestino socialista Il Lavoratore, il quale non gli impose di cambiare linea. Benco, sorvegliato dalla polizia austriaca, fu inviato nel 1916 in confino a Linz, ove rimase sino al termine della guerra nel 1918. Nello stesso 1918, insieme con Giulio Cesri, fond il quotidiano italiano di Trieste, La Nazione di cui fu il primo direttore. Rimase in carica fino all'avvento del Fascismo, nel 1923.
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Candidato all'Accademia d'Italia, la sua nomina fu respinta da Benito Mussolini: Benco non era iscritto al partito fascista. Nel 1932, comunque, per i suoi meriti nella difesa dell'italianit di Trieste, la stessa Accademia gli confer il Premio Mussolini per la letteratura.
Nel 1943, caduta la dittatura, torn a collaborare con Il Piccolo, assumendone la direzione ma, nel settembre dello stesso anno, in seguito ad alcune minacce dei fascisti, fu costretto a rifugiarsi a Turriaco, piccolo centro della Venezia Giulia, dove mor nel 1949.
Amico di James Joyce, cur i suoi primi articoli, quando questi lavorava come insegnante d'inglese a Trieste, inoltre, nel 1921, primo in Italia, segnal in un articolo il romanzo Ulysses dello scrittore irlandese, una delle pi importanti opere della letteratura europea del Novecento.
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IL Castello dei desideri. ROMANZO.
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A GABRIELE D'ANNUNZIO
Die Schnheit jener schreckte fast
GOETHE, Pandora.
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 1..
Un'anima tremante.
- Ma l'hai tu amata davvero? - domand quegli che staccava pi alto fra i tre, ed era l'autore d'un libro lucido e contagioso, La morale della morte.
L'interrogato sollev il capo un istante; ma come incontr quegli occhi, lo riabbatt subito sul petto; le spalle si strinsero, oppressero il torace e vi ricacciarono la voce; non ne usc che un filo, un filo argentino e tremebondo che si smarr miseramente nell'aria robusta della montagna.
- In verit, io non posso dirvi se l'ho amata....
Ascendevano insieme alla montagna, il Duca coi suoi due ospiti, Zoilo e l'autore de La morale della morte. Dalla ben pettinata prateria, gemmea di rugiade, i loro passi li portavano verso la boscaglia d'abeti che, nera, recinta da una trincea di felci agitanti i loro verdi flabelli in disordine, ergeva la sua gigantesca prole d'alberi: tronchi nudi, scheletrite cime, fratellanza claustrale d'individui nati a destino solitario. La gaiezza del prato occhieggiava verso i margini della selva con un folleggiar di papaveri purpurei; ma la selva non ammetteva nel suo mistero se non un'erbetta rara e nana, tratteggiante coi suoi filetti teneri le radure del terreno bruno, smosso qua e l dall'erculeo sforzo delle radici e striato d'antiche spoglie giallognole. La immobile milizia degli alberi difendeva il silenzio; ma bastavano le sbracciate felci a frustrare la curiosit dei papaveri.
Era una mattina di mezzo agosto; la terra di recente inumidita; il cielo fantasioso e cinereo.
- In verit, io non posso dirvi se l'ho amata....
E quelle parole suonavano con una cadenza languente, come vibrazioni ultime d'un suono; e lo sforzo del Duca attingeva nel petto nuova voce, anche pi fievole, passando per il velo d'un sorriso....
- Ricordi, Zoilo? Io avevo lasciato te e gli altri amici, dopo l'inverno, quando non potevo quasi pi reggere.... Senza aver goduto, senza essermi abbandonato ad alcun eccesso di vita, per la sola persecuzione del malcontento che mi gettava una grande ombra dietro ogni pi piccola cosa, io ero ridotto a cercare una pace nella quale mi potessi sommergere come un dormente.... Fu allora che venni ad una spiaggia tranquilla, dove ella pure era venuta, col senatore suo zio e con una zia vecchia, amara e contorta come il lichene; era venuta per dare un po' d'illusione agli ultimi giorni d'un fratello moribondo. E perch la vedevo sempre affaccendata intorno a quel moribondo, quasi volesse mettere il suo fiato sano nei polmoni di lui corrosi e purulenti, io incominciai a rispettarla, a sognare, e a credere nel mio sogno....
La deliziosa sofferenza della voce moriva ancora; e gli occhi chiari anelavano in alto, mentre il passo, involontariamente, perdeva la lena. Zoilo era pietoso e ansioso ascoltatore; forse perch lo stesso orribile male segnava dei suoi pallori e delle sue caverne anche la scultoria bellezza del suo viso giovane. Ma Bertramo, un uomo che parea mostruoso su le sue alte gambe di palmipede e che non aveva traccia d'et, ma solo l'immobile ironia del tempo sul suo volto crespo, andava innanzi come se il suo pensiero mal si degnasse di raccattare il racconto, per rigettarlo tosto, qual cosa inutile, ai bronchi....
- Bella armonia - egli oltraggi - tu e quel moribondo!
- Ah, se tu sapessi con quali strani pensieri lo contemplavo, mentre mi credevo io stesso la vittima di non so quanti mali che si sarebbero alleati per condurmi alla morte! - alz il Duca la sua voce fragile, cos sciolta nell'aria che parve un volo. - Io mi insinuavo accanto a Laus come se ella avesse dovuto alleggerire a me pure la morbosa esistenza.... E tutte le parole candide e carezzevoli ch'ella trovava per far sorridere al malato i giardini, il cielo, il mare, io le applicavo segretamente alla mia anima per lenirne le ansie.... E il senatore e la vecchia zia e certi loro amici dalle facce terree, stinte da una feroce senilit, indegne di circondare quei due esseri giovani, mi guardavano e si guardavano tra loro, ogni giorno, ogni giorno.... Tutti costoro hanno congiurato contro me.
Bertramo rise: tanto gli piacque il convincimento supino di quella voce. Il Duca, sommesso, accett il riso....
- In questi giorni, da che siete venuti al mio invito, vi ho detto tante volte, e ve l'avr detto la gente, quanto ella fosse bella.... Bella, per sentimento mio, come non  una donna; ma vorrei dire di quella specie di bellezza che hanno le concezioni.... Una solennit, un'armonia, una pace: guardando e parlando, i suoi occhi limpidi, le sue chiome dall'ondeggiamento calmo, il suo volto dai lineamenti tranquilli, imponevano di riposare in un'ammirazione confidente. La pensavo una natura epica, senza mutamento: Ifigenia od Andromaca.... E tanto dolce, e tanto buona, e tanto compassionevole.... I nostri occhi s'incontravano nelle pupille del malato, punteggiate, merc l'affetto di lei, da una luminosit argentea di vita, quanto pi le carni si dissolvevano.... Oh, qual profonda coscienza nelle sue parole!... Non mai il menzognero conforto.... Sempre la quiete della vita, che  bella, che dura, che deve durare senza fine, attraverso vicende di ricche primavere e di poveri inverni, come uno spettacolo interminabile ai sensi pi e pi annobiliti e mai sazii.... Io fissavo ogni giorno questi pensieri, e ogni giorno in quelle segaligne facce senili scoprivo avidi occhi che mi guardavano....
- E quegli occhi hanno finito col prenderti, col beverti, come il suolo beve una goccia d'acqua tremolante! - disse il perfido uomo pi alto.
Il Duca sofferse visibilmente. Zoilo, camminando docile dietro di lui, parve ascoltare il suo destino, quando egli disse, senza rispondere ad altro:
- Il malato  morto prima che cadesse l'estate....
E vibr a un tratto, e riprese rapidamente:
- Lo seppellirono e fuggirono tutti, non so come, quasi le bellezze della spiaggia fossero divenute funeste.... Ed io, che dovevo fare?... Non potei rimanere di pi un solo giorno.... Laus partita, l'agitazione risorgeva nel mio essere e mi soffocava.... I miei sensi erano esasperati dal vuoto di tutte le cose, dall'inesistenza di bellezze afferrabili nel mondo. Sono fuggito anch'io. E andai a precipitarmi nella cerchia degli occhi che m'aspettavano; poich m'avevano dato convegno il giorno della sepoltura, quando io, smarrito, palpitante, levavo lo sguardo dalla mia nebbia e lo affondavo disperatamente nelle pupille di Laus, umide di dolore e, ve lo giuro, innocenti della colpa di tutti quegli occhi!
Abbattuto dallo scatto, tacque. Vide Bertramo innanzi a s, come se colui guidasse i due uomini deboli nella grandezza della foresta; e acceler il cammino, poich il passo di Bertramo manteneva una ritmica imperiosa.
Come questi lo sent alle spalle, disse senza voltarsi:
- Prosegui pure. T'ascolto. Ho orecchie fine, io. E posso sdoppiarmi per tener dietro al tuo pensiero ed al mio.
- Oh.... pensiero.... - sorrise il Duca amaramente. - Perch non dici l'assenza di pensiero? Per un intero anno io sono vissuto senza concentrarmi mai su me stesso; agivo per una continua e inconsapevole forza riflessa dagli altri. Giunto che fui alla citt, ebbi un solo bisogno: vivere sotto l'influenza di Laus, come sotto quella di un astro di calma. Mi recavo nella casa del senatore, con un pretesto o con l'altro, o senza pretesto, e il mio essere stanco si lasciava ammorbidire dolcemente da quella virginea pace. Consideravo dette per me solo tutte le parole di lei. Avrei voluto non accorgermi della presenza d'altri esseri intorno a noi, non sentire le avide impazienti pupille dei suoi famigliari ostinarsi a chiedere qualche cosa da me: ella era tanto sola, tanto staccata, tanto intatta, tanto integra nella belt del suo spirito: la prima fanciulla che conoscevo profondamente: e mi piaceva idealizzarla in un nome, in un nome di concezione che tutti avrebbero trovato assai strano se non l'avessi tenuto lontano da ogni orecchio: la chiamavo Armonia....
La voce s'era sempre pi innamorata del suo fantasma.
- Dunque, perch negarlo? l'amavi?
- O Zoilo, come vuoi che io l'amassi, se le davo quel nome? Sei tu l'amante di questa selva perch ti piace la sua frescura? Ami il sonito del mare, sebbene ti  tanto dolce stando a riva? D'inverno, sei tu l'amante del fuoco? Ami ci che non vuoi e non ardisci toccar con la mano? Io e Laus non eravamo un uomo e una donna: ma un'anima malata e la sua cura, una stanchezza e il suo riposo; non avrebbero dovuto turbarci mai!
- Ma perch dunque eri tanto stanco?
Alle parole sfuggite ingenue a Zoilo, si volse e li guard beffardamente la loro guida. E gli occhi di costui e quelli del Duca s'incontrarono: il malato ed il medico nella confidenza dell'occulta malattia.
- Non avrebbero dovuto turbarci mai! - riprese il Duca, mentre con la svogliatezza del pigro continuava l'ascesa. - E invece erano indefessi nell'assalirmi, nel piegare la mia cima: vedevo i loro occhi, vedevo le loro mani che filavano filavano tacitamente.... un filo conduttore per la mia vita.... Lo sentivo prolungato nell'aria, in una linea rigida, senza torcersi mai.... Io non sapevo che cosa avrei fatto dall'oggi al domani; ed essi gi mi prescrivevano tante risoluzioni, tanto tempo futuro; s'erano gi intesi fra loro su ci che dovesse essere di me....
- E poi.... hanno parlato?...
- No.... io ho parlato....
- Senza tua voglia.... perch?
E gli cadde addosso l'occhiata obliqua di Bertramo rivolto.
- E chi ti dice, Bertramo, - supplic il Duca umilmente - che io volessi non parlare? Io volevo e non volevo. Ma bene essi volevano qualche cosa; per qual motivo altrimenti m'avrebbero perseguitato con la loro presenza odiosa, con le loro bave lusinghiere, con la loro falsa austerit paterna? Insistevano che io mi fidanzassi a Laus; soffocavano ogni mio libero arbitrio nella loro muta volont; e io ho obbedito, mi sono fidanzato, ho accettato la loro Laus in cambio della mia Laus, della mia concezione, della mia immagine che chiamavo Armonia, per dire alcunch sovrumanamente astratto e incorporeo. Ed essi giubilarono. Non erano molto ricchi. Concludevano uno stupendo negozio. Io davo una desiderata ricchezza; essi mi davano un corpo, come se io per l'armonia della vita ne avessi avuto desiderio e bisogno.
- Ed ella?
A ci gli occhi del narratore s'alzarono e l'inespressiva bianca porcellana del bulbo sal ciecamente fra ciglio e ciglio.
- Chi sa? Forse, nella sua purezza, e perch tra noi non era mai stata parola d'amore, ella amava soltanto.... allora.... la compagnia del mio spirito. Nel giorno che me l'hanno fidanzata, mi  sembrato che ella si sentisse un diritto pi forte d'essere compassionevole; nei suoi lineamenti traspar una tale tenerezza che dubitai avesse compreso tutto e mi chiedesse perdono. Povera Laus! cos intelligente.... ha compreso mai nulla? I suoi parenti mi circuirono, mi presero, mi portarono a far vedere al mondo; ebri di vanit, essi; ed io saturo di nausea.... Le intimit gentili e delicate con Laus non rivissero pi. Avevano tutti coloro un'arte sapiente d'allontanarsi per brevi momenti affinch io mi sfogassi a prenderla fra le braccia. Doveva essere il premio per il trionfo che menavano di me, empiendone la citt, i teatri, le sale, le case degli amici; portandomi a spettacolo innanzi a tutte le pupille malevoli; bisbigliando la mia vecchia corona ducale in tutti gli orecchi invidi.... E no; io non prendevo la mia Laus fra le braccia! io non compiacevo la contenuta e pudica curiosit delle sue labbra! io ero triste di non poter soffermare un'ora mia in tutto quel tempo ciarliero, fra le mille cose vacue che si chiamavano la preparazione del nostro avvenire. Hanno mosso rimprovero alla mia tristezza.... Questa ruga - e il Duca indic tra gli archetti delle sopracciglia un solco d'ombra - questa ruga li irritava sconciamente; ed era un rinfacciarmi quotidiano la stanchezza ed il tedio segnati cos su la mia fronte.... Talch, per sottrarmi a quel nuovo accerchiamento, io mi decisi ad affrettare le nozze, ad annunziarle per la primavera....
Si ripos, ansante: e Bertramo, staccandosi dal racconto, fece passi pi veloci nella selva che diradava verso la sommit della montagna e di fuori alcune note d'un canto ilare. Alto ed ossuto, abbracciando larghi spazii nel gesto, aveva egli negli alberi tanti fratelli d'irta apparenza e di vigoria.
- Mi sono dato riposo, - continu il Duca; - sono venuto in questa valle a riabbellire il castello dei miei per accogliervi la sposa; ho fatto spolverare gli antichi quadri e rimettere nella sala le mattonelle e innalzare sul letto un padiglione verde e argento e trarre dagli armadii le nostre tappezzerie pi preziose. C'era, scolpita su la soglia, una vecchia divisa de' padri miei; io la feci togliere e porre in sua vece la parola Amore. Disponevo tutto, tristemente e serenamente, come se avessi saputo di non preparare la felicit. Ho scalpellato io stesso quella parola, lo scorso autunno, quando fui certo che ella non sarebbe tornata pi.... Un pastorello mi guardava coi suoi occhioni attoniti tra le frasche; io scalpellavo, vergognoso e furioso, senza volgere il capo, per timore che la mia demenza distruttiva fosse abbattuta da quegli occhi innocenti.... E forse non era tanto mutata l'anima mia dal giorno che avevo fatto scolpire la pietra! Questi monti erano allora nevicati dalle falde alle cime, ed io, guardandoli, riflettevo la loro grande pace, il gelo ed il silenzio che tranquilli scintillavano al sole. E mi gemeva l'anima per invidia. E chiamavo il nome di Laus, non so perch, come una forza conciliatrice, e m'illudevo che nascesse dagli echi della valle. E cos, dopo pochi mesi, quando fu finito, tutto finito, ed ebbi anche finito di scalpellare quella parola, mi gettai sul letto e stetti ivi, immemore, senza lagrime e senza pensieri, invidiando a tutte le cose una grande pace e mormorando il nome di Laus come un balsamo spremuto dalla morte: da ci che non  e non sar mai pi.
- Cose abbastanza singolari in bocca d'un profeta della vita, di un futuro rappresentante dei suoi villani alla Camera del Regno! - osserv Bertramo.
- Taci: impazzisco a ricordarlo! Ohim! in quei giorni impazzivo anche di pi.... Basta, basta! Sii contento di sapere che Laus  vissuta per due mesi con me, in questa valle....
Cos si spense la voce triste, e il respiro fu mozzo dalla fatica.
Poich avevano sorpassato la foresta, e l'ascesa si faceva aspra, per detriti calcarei, rotti dall'erba magra che ne divorava la polvere. Oltre i cimieri degli ultimi abeti, il paesaggio s'apriva agli sguardi.
- Guarda il castello! - accenn Zoilo verso un punto dell'opposta catena. Tutto intorno erano le pendici maestose declinanti e i baluardi di roccia precipitanti negli imi boschi a somiglianza di scogli nelle spume d'un tetro mare. Bertramo gi di molto li precedeva; l'aiutavano le mani come artigli a superare gli ossami nudi del monte. Zoilo e il Duca aveano scelto meno arduo sentiero; ma, come quest'ultimo si rivolse a guardare il castello, ebbe dall'abisso una sorta d'aereo abbracciamento impetuoso, talch l'essere sbigottito si rannicchi tutto in s stesso e per terrore dello spazio affascinante tentenn come cercasse riparo. Rimase fermo su i due piedi rigidi un istante; err intorno con l'occhio; calcol altezze fantastiche; immagin un ruinare precipitoso, un abbassarsi improvviso del mondo; le lontananze estreme, ingombre di nebbia, gli raddolcirono sole la crudit dello spazio. E si teneva con le mani a certi sterpi che s'arricciavano fuor dal sasso selvaggiamente.
- L'hai veduto, il castello?
Cos Zoilo, con la sua voce benigna.
- Lo guardo, - rispondeva fievole. - I faggi lo coprono quasi.
- La torre sola  nuda. - Come  rimpicciolita la nostra collina! Pare tenuta a freno dai monti!...
-  terribile e bello, Zoilo.... Troppo grande e troppo forte per noi.... Anche la bellezza vuole valore a sopportarla. - Le due voci si tacquero; un petto cavo affannava; un respiro temeva il silenzio; Bertramo chiam dall'alto, ritto su la voragine come ceppo di monte. - Andiamo, - invit Zoilo. E porse al Duca la mano.
Inchiodato al suolo, egli trepid di compiere il movimento. Ma quando alfine si fu staccato, prese tosto impetuosamente ad afferrarsi ai ciuffi d'erbe, a sollevarsi, mentendo audacia, con un arrampicare sregolato e veloce; si valse di mani e ginocchi e del bastone ferrato con una lena maldestra, come quegli che ha perduto la misura delle proprie energie e follemente si avventa dietro il panico impulso di fuggire. Zoilo, rimasto il pi basso, vedeva innanzi a s quel dorso scomparire nel proprio arco sotto l'enormit della fatica, quelle mani brancolare, tasteggiare fra i massi; quelle gambe formare puntelli dall'incoerente dinamica sul terreno. Andava solo, nell'ansia di giungere al termine. Stanco, si fermava talvolta e ardiva mostrare all'abisso uno scorcio bieco del pallore che gli assottigliava la faccia.
Ad una di tali soste lo raggiunse Zoilo.
- Non correre, non t'affannare, ch io non ti tengo dietro e la montagna non ti si squarcier ai piedi! Non siamo avvezzi alla sua ginnastica; ti far male; pazza idea che ha avuto Bertramo!
- Dov' Bertramo?
Gli occhi del Duca cercavano in alto, incontravano il cielo, inorridivano....
Gi il prato sassoso e le sue lubriche rugiade stavano a tergo; si arrampicava per le calcari secondarie, screziate di radici e occellate dalle conchiglie d'uno spento mare. Creste succedevano a creste, e un coltello di pietra smisurato minacciava al sommo la bianca nuvolaglia mattutina. Zolle di gramigna nerboruta e breve si radicavano al margine delle lavine, ove il piede cos spesso aveva il senso d'una sua attivit sgretolatrice. Pi volte Zoilo sorresse il Duca; gli diceva dell'odore di pietra che si fiutava nell'aria; e questi, fra il terrore imperioso del pericolo, apriva pur le narici alla sensazione della pietra e dell'aria, di due cose crude e immutevoli, incapaci di ogni conforto e di ogni pacificazione ad un'incerta esistenza. Alfine giunsero sotto l'ultima, cresta.
Ivi si allargava di nuovo un pi dolce e pi erboso pendio, qua e l sollevandosi intorno a massi disseminati, testimonii d'antichi scoscendimenti. In quel grigio della pietra, in quelle barbe di muschi e di licheni, in quelle lanceole verdi dell'erba, in quelle chiazze di fiorelli minuscoli su steli duri, erano figurate l'antichit della montagna e la tenacia di tutto quanto prorompeva dai suoi fianchi sdegnosi. Zoilo tossiva e s'avvolgeva nel mantello; pure i suoi occhi vagheggiavano l'ultima cima.
- Non salgo pi, - disse il Duca.
Il giovane compagno lo fiss in volto, n ramment d'averlo mai veduto cos pallido. Un raccapriccio occulto lo disfaceva.
- Non  per me, - soggiunse con umili accenti puerili. - E nemmeno tu dovevi venire....
- Oh, per me! - Il tisico sorrise con un orgoglio tristemente spensierato. E non si cur pi se non dell'amico: - Restiamo qui, insieme; prendi una goccia di cognac, siedi, riposa....
Il Duca cerc con l'occhio un riparo; scelse d'adagiarsi dietro uno dei pietroni, ch'era sporto per tre lati nell'aria; e, fiducioso alfine di questo asilo, sollev il viso e os allungare e sprofondar nella valle lo sguardo.
Si chiudeva ad oriente la valle, fra una montagna bianca di sua calvizie ed una chiomata di selve fino alla cima; proseguiva ad occaso, fra colline imboscate e colline pratensi, svolgendo nella fluidit argentea delle nebbie e nel verde delle praterie il disegno grazioso dei suoi molti ruscelli e del suo fiume dai vezzi di perle. Dalla vetta d'un colle guatava il castello, macchia rossa, angolosa, di mura e di torri; a pi del colle stesso qualche avanzo di fortilizio diruto, che i faggi stringevano nel recinto delle loro tenebre; mezzo schiacciato nello stretto varco fra due colline, il villaggio si ritagliava nel verde con gli spigoli dei suoi tetti a gronda e dei suoi comignoli; e un lungo viale bianco, serpendo verso le ghiaie del fiume, s'allargava a sagrato dinanzi a una chiesetta solitaria, dal campanile non pi alto dei faggi, che gli crescevano, quasi emuli, accanto. Sinfonia di colori larga e sfumata, in lunghe linee interrotte dai frastagli selvosi, sotto la regola dei monti, sotto gli sprazzi d'una luce ch'era di raso l dove il d batteva su le marcite con gli scialbi riverberi. Mortali non si vedevano; erravano forse indistinti.
Strano il rapporto fra i due uomini. Il Duca, all'aspetto un uomo di trent'anni, biondo, con pochi crini riportati pudicamente su la cotenna che pareva continuare il suo pallore, con due chiari occhi cangianti, nelle loro infossature azzurrognole, quanto tutti i loro smarrimenti e le loro desolazioni, con una bocca fragile e dissanguata d'onde le parole fiatavano talvolta come una comunicazione metafisica dell'affanno interiore: parea che un triste angelo si fosse congiunto con una donna esausta dal male per incarnare nel mondo quell'essere. E colui che gli dava conforto, era un malato gi sacro alla morte; una insinuante e perversa bellezza di tisico, dall'occhio fosforescente tra gli svolazzi dei capelli castani che inanellavano con le loro curve aeree l'orecchio gi quasi modellato fuori dal volto come una forma di cera. Nulla in lui che fosse stanco e non sembrasse guizzare nella vitalit del mondo. E nel Duca tutto era stanco, e i suoi pensieri dal ritmo indeciso si scioglievano dalle labbra in un contrattempo ostinato o in una stonatura lene con la musica dell'universo.
- Zoilo, - egli disse, - tutti questi luoghi furono visitati da Laus.... L'avessi tu veduta spazzare coi suoi abiti chiari le ghiaie del fiume come Matelda, o cogliere fiori a mazzi enormi come Lia!... Tutti questi luoghi le volevano tanto bene; l'avrebbero tanto volentieri trattenuta! Io, io solo, l'ho lasciata partire; ed ora questa valle, che  la mia patria, par divenuta per me un luogo d'esilio.... Sai tu che cosa sia l'esilio?
Zoilo ascoltava.
-  il luogo dove non si sente pi il meriggio e dove si sentono mille volte pi lunghi e pi intensi i crepuscoli....
- Perch dunque non parti? Perch non partiamo tutti?...
Il Duca lo interruppe:
- Perch qui sono le mie radici, Zoilo.... Qui io mi sento salire nell'anima la forza di tutte le cose.... Qui le cose tessono instancabilmente il sogno.... I padri miei qui regnavano.... Disponevano anche dell'aria.... Vi si spiccava il volo dei loro girifalchi.... Quella era la loro volont.... Cos vorrei la mia.... Ella  tanto diversa, e agognerebbe a una simile fierezza.... Dimmi, Zoilo, non sai tu presentire la compiacenza d'un tuo regno futuro, d'un regno che tu abbia formato guardando e pensando?...
Chin lo sguardo a valle e ne riebbe un brivido. Sorrise a s per non compiangersi. Sollev le pupille e scorse Bertramo solingo, sedente su l'ultima roccia, con le braccia conserte, statuario nella volutt d'essere al sommo. L'immagine lo colp. Un pensiero di venerazione gli si drizz in alto, e stette a guardarlo, nominandolo con una devozione misteriosa....
- Un artista, un filosofo, un folle, un imperatore....
- E dove l'impero? - motteggi Zoilo.
- In lui.
E poi, a voce pi bassa:
- Egli non teme la morte.
Talch Zoilo si ridusse ad accompagnare il pensiero:
- Chi sa come egli medita ci che noi sappiamo appena concepire coi sensi!...
Quel superno non li teneva nel cerchio delle sue pupille. N gli occhi loro, fisi in lui, possedevano quel peso ignoto che avverte d'una esterna attenzione le anime estranee ed assorte. Forse la natura dei pensieri suoi era tale in quell'istante da seguirne dispregio dei viventi. Cos congetturando, coloro si scambiavano idee a bassa voce come murmuri di fogliami inquieti nell'incertezza del vento:
- Pare un'aquila! - Mi opprime.... - Si tien con la mano alla roccia che pare vi si afferri con un unghione.... - Lo amiamo noi, Zoilo? - Ha il rostro, ha l'occhio grigio, la fiamma chiara e spietata dell'aquila.... - Sapresti tu dirmi perch lo temiamo? - Ma non lo vedi?  un forte!  un vero rimaneggiatore del mondo con le idee. I soliloquii di lui conturbano l'universo. Egli attira anche le cose ribelli al suo vertice.... Appena venuto al castello, egli vagheggiava questa montagna.... Ci  salito due volte, solo.... Perch oggi ci ha voluti con lui, Zoilo? - Orvia, di che temi? Egli non si cura di noi. Siamo i suoi compagni nella pianura. Lass, egli se ne sta solo, col suo orgoglio. - Perch dunque ci ha voluti con lui?
I due cuori batterono su gli involucri corporei; cos eran premuti dall'ansia d'uscire e di estollersi a quel pensiero invisibile. Un roseo sangue iniett le orbite e accese la faccia del Duca. Ritornarono le due voci ad un'immagine sola:
- Pare un'aquila!...
E colui invero sembrava staccato dall'umanit per il mistero solenne dell'attitudine: negli sguardi quasi adoranti di Zoilo e del Duca traluceva la loro riverenza, come se quel taciturno non fosse stato il compagno costante dei loro giorni, ma un impenetrabile solitario scoperto allora, un mahatma che ragionasse con l'Assoluto su le montagne pi alte della terra e spingesse lo guardo a valle per ritemprarlo nel Gange seppellitore di citt o nel lago ceruleo della Morte.
Ma presto il Duca trascolor di nuovo e si fece scudo del masso che le sue braccia stringevano. Disse a Zoilo:
- Tu e questa pietra siete due fratelli che mi salvate la vita. Se non ci fosse questa pietra, io precipiterei. Se non ci fossi tu, io mi sentirei d'abbandonarmi nell'abisso prima che rimaner solo con quell'uomo, il quale sa tutti i segreti e, nel suo intimo cuore, ride di me e mi disprezza.... Grazie ai miei fratelli pazienti, a te e a questa pietra!...
- Oh, nel mondo non v' penuria di tali creature pazienti! - gli rispondeva il giovane. Voleva soggiungere che l'oscurit della notte era mitigata dagli astri e la incombente mole della montagna dalle brevi erbe e dai piccoli fiori; ma il Duca si concit, lo interruppe, per continuar cupamente:
- E se tu andassi via, se io, con una spinta, lasciassi rotolar questa pietra al suo destino, se la pazienza vostra nel soccorrermi non fosse superiore alla mia natura, forse sarebbe meglio! Libero di tutto quanto mi sostiene, io misurerei finalmente la mia solitudine. Voi pazienti, voi ausiliarii, voi amorevoli, che m'avete costretto a esservi grato fino dai giorni inconsci della mia infanzia, voi m'avete fatto quel tale che, carne e spirito, non  capace d'esistere solo! Quando ho saputo io l'atmosfera selvaggia della natura? Non  stato sempre accanto a me qualche essere umano per alimentarmi? qualche stufa umana per fiatarmi il suo calore vivifico? non  stata la pressione dei vostri pensieri che m'ha fatto muovere, se io mi sono mosso mai? Solo, io non mi credo altro che una materia semigelata, la quale svapora con un debole tremito, poich si sente inferma nel pi profondo agglutinamento delle sue molecole.... Lasciatemi dunque solo!...
Tolse le mani dal sasso e con l'una, dolcemente, allontan Zoilo; ma la ripidit del declivio, ma l'ingolfarsi enorme della valle, ma la sterminata continuit di trasparenze vibranti nell'aria, ed alto sul suo capo, Bertramo, immoto nell'impenetrabile silenzio, parvero giostrare e danzare e menar colpi all'energia dell'essere; e il suo ambizioso pensiero di collocarsi per un attimo nel centro delle cose venne travolto e fatto cieco dal rapidissimo vortice delle realt. La effettiva possanza di esse lo riabbatt sul sasso con una frenesia di salvarsi cos improvvisa che, impallidito, Zoilo tese le braccia quasi lo avesse gi visto a perdizione per i dirupi: laonde egli si trov, come pur dianzi, sostenuto da forze naturali inconscie e da umani atti benevoli e sent la sorte vegliare su la sua esistenza come la piet d'una madre sopra un bimbo gramo.
- O Laus! - gemette. E quel desiderio della donna lontana, mutatosi in grido dello sbigottimento e in anelito degli attimi disperati, ne scoperse a Zoilo siffattamente la debilit dell'anima ch'egli, per un discreto ritegno, finse quasi di non averlo ascoltato. E ancora parlava il Duca; confessava mestamente i pensieri come uscivano, sdrusciti e sbattuti, dal capogiro nauseabondo.
- Tutte le cose vitali sono felici, gagliarde, o almeno tenaci nella tristezza: io sono il solo che si senta colpito dal male di non esistere. Hai tu veduto come abbia bisogno di voi? come sia d'uopo che altri soffrano per quanto manca a me nella vita? Oh, se tutti fossero sofferenti e pazienti, se tutti mi circondassero, se tutti mettessero all'anima mia soffici guanciali, allora forse saprei dire anch'io qualche parola.... qualche grande parola.... qualche benedizione per tutti gli uomini....
Lo incant il ritornato suo sogno. Baci la pietra in segno d'umile gratitudine. Avrebbe baciato anche le mani di Zoilo; perch il cuore s'effondeva. Un evangelio dei deboli che, puntellandosi terga a terga, sapranno opporre la forza alle forze, gli si scolp nella mente con leggi divine contro l'oppressione implacabile della natura.
Balzava gi per il monte, a grandi salti, Bertramo. Suonava la sua discesa sui sassi come il ritmo d'un nuovo e fremebondo verso. Il sognatore allungava le gambe snodate per le coste della montagna, in aspetto di possederla e di scolpire nella sua materia. Sotto di lui franava rumoroso un torrente di pietre. Cos giunse poco lunge ai due compagni, e si piant sui piedi, come una statua animata da una sorta di vibrazione vitale del marmo, sopra un moncherino di pietra che la montagna sporgeva su l'abisso.
- Come furono i sogni, lass? Hai tu molto amato quello che non ti  concesso raggiungere? - gli grid Zoilo piacevolmente.
- Non intorbidarmi il futuro! - rise, o meglio si crucci, la larga bocca.
Il peso di quel corpo cos librato sperimentava la tolleranza delle cose; la immagine sua era tracciata sopra uno sfondo di pallido cielo; tutta la natura pareva asservita e intimidita dal prepotente. Talch il Duca, come abbagliato al contemplare una tanta validit d'uomo e un tale punto statico sui precipizii, chiuse gli occhi, si ingusci in s spasimando, contratto le palme, stirato dall'orrore della possibile caduta ogni tendine; poi riaperse le palpebre, e i loro occhi s'incontrarono, e in quell'incontro venne irrigidendosi la tenacia del fascino in un'ostilit dura, in una lotta di pensieri subconscienti che s'afferravano all'espressione muta degli occhi.
- Non intorbidarmi il futuro! - aveva detto Bertramo. Aggiunse: - Sapete voi quanto tempo e quanto spazio percorreremo nel prossimo minuto? Ai miei piedi  aperto questo baratro mortale; in un istante io posso sperimentare la massima celerit concessa al mio corpo e consumare tutti i giorni e tutte le idee che mi riserba la vita.
- L'aria di questi luoghi v'impregna di follia! - si frappose Zoilo, quasi fosse suo ufficio di mitigare l'ostilit latente. - E non v'accorgete di accanirvi in parole oziose, e come se commetteste chi sa quali gesta, godete di starvene immobili a mangiarvi i cervelli con le sentenze! Avreste bevuto il nettare degli di e sarebbe questo l'Olimpo?
- Beato te, Zoilo! Tu puoi anche ridere delle gesta che si compirebbero in quest'aria cos fiera! - Cos le labbra del Duca, in quel loro modo smozzicato di parlare che pareva una trepidazione, una maniera di staccare concetti sofferenti a lembo a lembo, come se per ogni voce dovesse spargere sangue.
- Io di quest'aria non sento che l'umidit vaporosa; e penso ch' tempo di scendere!
Finalmente il giovane parve accennare al suo male; e il Duca si intener per tali parole, come se ai suoi pensieri concitati si fosse imposto il ricordo della piet ch'egli amava. Sorse lentamente su le gambe malferme, cercando resistere al senso della vertigine con un proposito d'azioni ordinate, di lucide vigilanze sul proprio essere. Ma come fu in piedi e Zoilo gli porse la mano perch scendesse il primo grado nel sasso, ogni colore di paesaggio gli traball fra le ciglia e, chinandosi all'amico, quasi con abbandono, gli fe' udire nell'alito:
- Pensa.... Un'anima tremante su la vetta di tutte le cose....
E gli vaneggiarono le ginocchia e chiuse gli occhi; parve mancare....
Le braccia di Zoilo, le braccia di Bertramo accorso, lo salvarono dallo spazio. - Perch hai voluto condurlo qui? - rimprover il giovane. - Deve pur vincersi.... - non pu.... - E allora, deve avere un'idea di s stesso! - Queste parole s'intrecciarono sul capo dell'essere caduco, e l'anima affranta dagli orgasmi fu trapassata dalla loro crudelt e si umili tutta nella riconoscenza a Zoilo per esserle stato ancora generoso di un sospiro.
Mentre intendevano ad adagiarlo sul declivio, il Duca riaperse gli occhi alla visione dello slavato cielo, invano crivellato dal sole nelle invisibili crune dei suoi velarii. Poi chin quegli occhi fino all'inno e rabbrivid esterrefatto da una pupilla d'acqua, a pi della montagna, da una glauca polla del fiume, in fondo in fondo, insidiosamente smascherata contro di lui dalle rupi grigiastre che si sbrandellavano per lasciar estollere quello sguardo liquefatto e torbido, pregno della putrefazione dei canneti.
- Lsciati condurre da me; non guardare! - diceva Zoilo all'affascinato; e a poco a poco questi si sentiva tolto alla paralisi d'orrore, distingueva la dolcezza dell'amico, provava una vergogna di s e un rammarico e un cruccio.... Risorse con le sregolate gesticolazioni del risveglio. Ridivenne agli odori, alle forme, alle percezioni tutte della vita sensibile. Quando gi lo sconfortava l'ipocondria di venir ancora ravvolto nella vertigine inebbriante, sent una mano passargli dinanzi alle pupille, come una presta meteora d'ombra sul pallore dell'aria, e quella mano abbassargli su la vista la falda del cappello e affidarlo di un orizzonte opaco e breve. Egli si ricompose. Si sentiva condotto gi per un suolo ripido, sgretolante, senza sentiero, vincendo le insidie dell'aere aperto e della vastit nemica quale un sonnambulo che, in virt di un'arcana custodia, si spinga innanzi nei pericoli ed esplori inconsciamente la propria morte. Agli occhi suoi non era concesso vedere il suolo che in brevi cerchi, ciascun dei quali non capiva che un ostacolo unico al passo. E appunto perch s brevi, pareano facili, anzi appropriati al piede, come una strada battuta della pianura. E pi si camminava e pi i sassi erano zolle di gramigne e di fiori. L'innumerabile fioritura, l'immensa e pacifica variet vivente, si particolareggiavano innanzi al Duca e lo traevano ad astrazioni pi ampie, talch nel suo passo godeva a poco a poco di un estro ilare di muscoli. N gli amici, conducendolo a braccia, intromettevano parole per allargare il suo mondo interiore oltre i limiti degli angusti suoi cicli visivi.
Molto gi camminavano, allorch si sent svincolato dal braccio di Bertramo; quello di Zoilo non lo abbandonava ancora; un braccio molle e tepido, che dava un senso di cartilagine; in quello di Bertramo, il rilievo ritorto dei muscoli gli era parso l'aggroppamento di certe radici fuori dal suolo.
Sostarono finalmente. E la mano stessa di prima, la mano che sembrava ministra di conforto a' suoi sensi smarriti, gli rialz la falda del cappello, lo richiam dall'ignoto. Egli ascese con il primo appannato suo sguardo per tronchi scorticati d'abeti che, altissimi, e fronzuti solo le cime, figuravano la palizzata d'una pensile isola nell'aria.
- Ed ecco finita l'avventura del monte! - fece Zoilo lietamente. E il Duca:
- Io vi chieggo perdono di non essere stato un altro....
- Infine: sei asceso e disceso; di che ci chiedi perdono?
Ma Bertramo, impassibile, nulla disse.
E il Duca, si rivolse all'erta con un saluto che pareva un mansueto rimpianto, e l'erta gli rispose con l'inchinare verso di lui, come volle la brezza, tutte le asticine della sua erbetta rugiadosa. Lo tent di carezzare il velluto della prateria con la stessa delicata mano onde altri carezza una chioma di donna che, pure indifesa, gli  da un rispetto d'amore resa intangibile.
E s'imboscarono.
Parevano le frasi del racconto mattutino tornar su dalle zolle, sparpagliarsi nell'ondolo sciroccale dai fili d'erba fino alle chiome degli alberi; poich la grevezza del cielo, imprigionando certi riottosi e misteriosi venti, era agitata da presagi di tempesta. Il Duca procedeva a capo chino, riassorbendo gli episodii della storia di Laus, che avea affidato, meglio che a cuori umani, al cuore della selva, all'ava centenaria e alla superstite saggia; lenti e sommessi erano i suoi pensieri sotto l'aria plumbea e fra le uncinature d'ogni frusco di vento alla sua cervice. Rifletteva che, per aver disseminato ivi il suo racconto, quel sentiero silvestre rimarrebbe una sua nostalgia; che vi tornerebbe talvolta per farsi restituir dalle cose quanto della sua tormentosa memoria aveva dato in pegno.
Bertramo e Zoilo si bisticciavano. A un tratto lo scosse la voce forte e incolore di Bertramo, rivolta a lui:
- Questo effeminato uomo sostiene che io t'ho condotto in punto di morte per baloccarmi di te! Orvia; non m'hai veduto in procinto di morire?
- S.... - egli rispose. - Quando eri su quel masso, tutto offerto all'aria, di su, di sotto, mi sei parso tenuto per un filo dal tuo destino....
Bertramo aggrott le sopracciglia. Poi gli chiese bruscamente, come in un lampo:
- Hai aspettato qualche cosa in quel momento,  vero?
Il Duca si ritrasse esitando; alfine si risolse a confessare:
- S.... ho avuto il senso d'un'aspettativa.... Ma tanto indefinito da non poterti dire che cosa aspettassi....
- Te lo dir io: oggi abbiamo aspettato entrambi la nostra morte....
Zoilo tent di ridere. Ma l'intensit sinistra non fu squarciata dal riso.
- Perch l'avremmo aspettata, Bertramo? - implorava il Duca, esponendosi e sottraendosi insieme, con una voce di spavento.
- Lo sai tu? Io no. Perch la natura ci ha dato un bizzarro pensiero....
- Ma non un desiderio, Bertramo!...
- Chi aspetta non respinge.... - concluse l'altro, e gli pass innanzi tutto chiuso in un'alzata di spalle, mandando dalla bocca uno zufolo rude. Il Duca tent invano soggiungere alcunch contro quella superbia impenetrabile; dovette camminar silenzioso accanto a Zoilo, come se lo avessero battuto, o come se quello che aveva detto Bertramo non potesse essere tranne il vero.
Le radure del terreno incominciarono a macularsi di goccioloni caldi, e gli alberi a fremer bestialmente con tutta l'avidit della loro sete.


 2.
Trifoglio.
Quando erano nati il rumore e lo scandalo della Morale della morte, il Duca non conosceva ancora Bertramo. Aveva scritto a Zoilo per dirgli come lo avesse miseramente abbandonato la Duchessa Laus, e come fosse solo, e come l'inanit dei pensieri estenuasse la sua forza di vivere, e come avesse bisogno d'una compagnia intelligente e misericorde: una lettera cos tipicamente frammentata dall'angoscia che, non tutta l'aveva letta il giovane al suo maestro Bertramo, e gi questi, flettendosi in uno schernevole inchino, aveva inventato una maschera nuova alla commedia del mondo; e il nome di questa: Angoscioso.
- Se venissi anch'io? - aveva detto Bertramo, vedendo gi l'amico ben disposto a partire. - Soltanto: ami tu molto questo tuo Duca?
- Oh, perch me lo chiedi?
- Perch forse mi vedrai non amarlo.... Ma non importa!... Scrivigli. E di' che gli porti un compagno, un fuggiasco, come lui, dagli errori degli uomini. Forse mi conoscer di nome, se non  bugia questo chiasso nauseante che fanno intorno al mio libro, come se io avessi scritto per una chiassata!...
In ci era sincero Bertramo: l'opprimeva la celebrit del proprio libro. Gi alcuni studenti esaltati, nelle Universit di Germania, avevano minacciato d'uccidere con carneficine pi o meno stilistiche le loro fragili amanti, in omaggio alle teorie di quel libro, che invidiava gli uccisori come interpreti sagaci della Natura. E il governo dell'Imperatore, messo sossopra dallo strido delle gazzette della croce quanto delle gazzette del libero pensiero, aveva fulminato d'anatema il libro e l'autore: tanto sarebbe stato, affermava Bertramo, aver ravvolto in quelle pagine una bomba da gettarsi nell'aula del Parlamento o avervi dissimulato un pugnale da sfoderare contro la carrozza della Sacra Maest!
Fino a quel giorno egli era vissuto come uno degli uomini che sono nulla e che sembrano gravidi di tutto. D'onde nascesse, non si sapeva. Certo da profonde miserie. Si vociferava d'una madre agucchiante giorni e notti con lena affannosa per sopperire ai lunghi studii del figlio illegittimo. Probabilmente ella era morta; ma gli studii non erano finiti. Bertramo frequentava or s or no le cliniche; ma non s'esponeva ad esami; per dottrina lo si stimava maggiore dei medici; ma non aveva titolo di medico. Era negletto in ogni cosa sua: un torvo e bizzarro filosofante, che non sapea d'aver ambito mai una casa pi comoda d'un solaio visitato da tutti i venti invernali; gli studenti, affascinati da qualche sua parola, s'imponevano una speciale taglia di giuoco per nutrire il suo stomaco miserabile; non mai egli sedeva a giuocare; non mai si mostrava captivo di donna, o di vino, o d'altra volutt o d'altro vizio. Ugualmente incapace di guadagnar denaro e di spenderne, lo si vedeva alla bella stagione peripatetico per i viali dei parchi con qualche libro fra le mani, del quale rideva seco stesso quanto pi era solenne; d'inverno, quando il rovaio lo cacciava dalla sua stamberga, apparire su l'uscio dei caff notturni, con il suo logoro viso di mal nutrito, con la inquadratura della sua casacca alla cacciatora guernita d'un collare d'astrakan liscio e lucido come l'olio, coi suoi alti stivali d'et immemorabile; appariva e volgeva gli occhi in giro, alla cerca di qualcuno dei Cresi che l'accreditavano presso il padrone del caff. Era uno di questi Zoilo, finch gli amori e le dissipatezze gli lasciarono pur avanzare qualche marengo; egli poteva permettersi allora il lusso di inasprire l'ultima ora della notte con due o tre aforismi superbi consegnatigli da Bertramo come due o tre colpi di spada in un assassinio cavalleresco. Poscia un simile lusso divenne sempre pi una umile questua del suo pensiero, affamato di verit e insofferente di libri, mentre il suo voluttuoso e indefinito morbo di gaudente si coloriva di giorno in giorno alla tavolozza sintomatica dell'etisia.
Fu durante la decadenza di Zoilo che Bertramo divenne un giorno uomo celebre. Tutti i mediums del suo intelletto avevano dato qualche obolo perch egli potesse stampare la grande incognita, la Morale della morte; Zoilo offerse pure pochi franchi pudibondi; Bertramo da lui non volle accettare che un soldo.
- Se mi di quelle monete, mi leghi, - egli disse; - ma se io accetto questa sola, ti lego.  bello per un soldo legare un'anima! Tieni questo per il pi memorabile soldo uscito dalle tue saccocce.
E intasc.
Bertramo non ringraziava mai di alcuna elemosina e non serbava riconoscenza. A molti amici che gli erano stati liberali, volt sgarbatamente le spalle quando gli dispiacquero; ed era una strana indicibile umiliazione per i giovani il non poter pi parlare a Bertramo. Molto prima che la Morale della morte facesse ribollire i furori, egli passava sopra le anime umane col disprezzo d'un essere astratto, non curvato da alcun bisogno e da alcuna infelicit.
Era schiattato in risa acerbe per la giovent dei suoi tempi che folleggiava e spasimava intorno ai filosofemi di Nietzsche. - Miserabile armento! - egli inveiva. - Preparate le tombe per quei superuomini, perch essi sono mortali! Gonfiano le bocche a proclamare che Dio  morto, e sono essi stessi mortali! A che serve loro il celebrare la bellezza della vita paganamente?  un'ingenuit d'epoche puerili che risorge; il cervello di coloro  ammollito nel latte! Oggi noi sappiamo che la sola cosa piena ancora di forza e di qualche mistero  la morte; i pensieri del nostro tempo devono essere tragicamente funebri; nulla pu aver valore nella vita se non abbia la forza stessa della morte! Se l'anima umana  davvero il pi vorticoso centro di conoscimento, scopo supremo della vita deve essere la morte dell'anima! Poich, prendendo l'uomo a misura delle cose, quale  la potenza pi alta che esso sente svilupparsi, enorme, spaventosa, in s medesimo? Forse quella di far vivere? No: quella di far morire!
Nel circolo di questo fascino intellettuale egli iscrisse il suo libro, che un critico arguto defin "nutrito di una grande fame" e che ad un altro, apocalittico, fe' esclamare essere nata una nuova specie d'animale feroce dalla matrice inesauribile dell'Anarchia. Il libro ebbe le sue persecuzioni e le sue vittime; Bertramo accese molto fuoco nella sua stamberga con le recensioni degli spiriti di gala meditabondi e con le epistole tempestose dei giovani; le lettere d'amore consegn a Zoilo perch provvedesse a modo suo alla consumazione dei proprii giorni.
Ma tutto ci, in fondo, lo infastidiva supremamente; il suo spirito si sentiva antisettico contro gli arruffaprose, i cervellanti e le isteriche.
Perci, quando Zoilo gli ebbe mostrata la lettera del Duca che lo invitava al castello ed egli concep l'idea di profferirsi come terzo compagno, fu una uggiosa nuvolaglia che si dissip dalla sua testa. E nessun uomo pi ilare di lui quando il Duca scrisse: - Venga anche l'autore della Morale della morte; ho letto il suo libro; sarebbe una follia il consentirgli; ma ho bisogno d'intelligenze variopinte; venga! - E nessun uomo pi ilare di lui quando la carrozzella, uscita da un corridoio selvoso fra due montagne, rotol nella valle per una misteriosa strada a svolte, ora frugante tra gli alberi, ora sporgente sul corso bianco-azzurro del fiume. Egli considerava ad una ad una le cime, fiutava forte l'odore delle boscaglie, adocchiava il torrazzo del castello erto con un profilo di malinconica nudit su la sua collina di faggi; pareva entrasse un padrone nuovo e si compiacesse seco stesso del conchiuso mercato. Talch quando egli disse: - Io entro in questo rustico mondo come l'antitesi - Zoilo gli osserv tosto: - Non si direbbe che tu vi entri come il padrone?
- Il padrone di che? - ribatt quegli. - Di quella magra torre? Ve ne son tante di simili! Non vedi come  bassa? Avessero avuto almeno l'ambizione d'alzarla al pari dei monti.... o sul pi alto monte!... Un castello evoca l'idea d'un deserto d'altezza....
E pochi minuti appresso il grigio, ossuto e diabolico filosofante sentiva l'elegia di quella torre dalle labbra del Duca; sentiva per la prima volta quella organica infelicit, quella musica di spasimi, e concepiva il fantasma delle sofferenze morali infinite che avrebbe imposto a quell'uomo chi avesse voluto farlo morire a poco a poco, d'angoscia.
- Oh questo mio castello! - diceva il Duca. - A me  sembrato sempre disadorno e triste, murato come di pietre sepolcrali! M'ha fatto sognare architetture di pianto, quali vide certamente nei sogni il nostro re Ludovico! Vi ho introdotto tesori, nella speranza di trovare in una emulazione di cose il segreto della rinascenza. Ma nelle stanze, o fra gli scheletri d'ellera appassita rampicanti al torrione, o nei ballatoi archiacuti, si trascinavano e un'antica angustia e la mia poca fede di far risorgere cosa al mondo; ed esse tutto ingoiarono quanto portai; ed io sono rimasto solo, nel mio misero stato, a contemplare come scendevano, come si componevano, morti, i miei desiderii.... Ah, questo mio castello  pieno di tombe!
E il feudatario mostrava i merli rossastri, dal rosso di tramonto caliginoso, sospesi nella macchia dei faggi foltissimi; mostrava le vetrate apache, digiune di sole....
Bertramo si limit a rispondere:
- La morte dei desiderii bilancia il desiderio della morte!
E il Duca lament:
- Essi non hanno pace nei loro tumuli; essi risorgono avvolti nel sudario, e noi, con gli occhi aperti ed incantati, viviamo solo di ci che esige quella vitalit estinta....
Bertramo si chin verso di lui e lo consider curiosamente. E da quel momento rapidissimo, il Duca lo sent suo padrone; poich gli era parso vedere nel fondo delle pupille lo sprazzo dell'ironia, come uno scheggiato diamante. Ogniqualvolta si trovarono soli, egli e Zoilo, non seppero parlare che del loro compagno, della sua giovent aspra e mal rivelata, del filo sempre teso dei suoi pensieri invisibili; e ad un certo punto l'abbondanza delle congetture prorompeva siffattamente, ch'ei dimettevano di parlare; Zoilo sorridente, il Duca quasi sgomento.... Poich Bertramo si componeva con assidua tenacia una vita di sforzo e di passione da elementi estranei allo sforzo e alle passioni degli altri uomini.
-  vissuto in una povert atroce, - lo spiegava Zoilo; - eppure se tu sapessi come il suo spirito  signorile! La filosofia, la poesia, la medicina, la storia, la musica; tutto  noto a quel suo spirito ruvido di scaglia, e di ciascuna cosa egli s' formato un'idea particolare e segreta....
- Oh, l'ho bene indovinato dalla Morale della morte! Io penso troppo a quel libro da quando l'autore  mio ospite! Ripugno dalle sue conclusioni annientatrici, con tutta la forza dell'anima mia; eppure talvolta esso mi affascina come la bellezza della notte, e il desiderio di credere a ci che ammiro mi prende alla gola e mi trascina.... Perch?... Parrebbe dentro quel libro ci sia Dio; un dio triste, che spiega gli orrori della sua azione continua e irrefrenabile con tutte le forze della logica umana!...
E l'ideatore di quel dio triste viveva frattanto spensieratamente dei suoi pensieri; spregiava i villani; impauriva della sua mala fama il curato; visitava i monti; componeva certa sua musica sopra un pianoforte sconquassato che gli era avvenuto di trovar nella torre e che gli riusciva pi caro dello strumento nuovo e perfettamente armonioso ne' tasti del quale il Duca odorava ancora con un brivido le dita rosee di Laus.... E tornando dai monti e dalle fantasticherie musicali, occupava, ossedeva, spezzettava le anime dei suoi compagni, insediandosi in esse come l'onnipossente nume dell'antitesi.
Il giorno che avevano fatto insieme l'ascensione del monte, sedevano i tre nella sala del castello, innanzi alla tavola gi mezzo sparecchiata e fragrante di pomi e di vini; il Duca nel seggiolone del seicento ampio come quello d'un invalido, col suo sigaro aromatico fra le labbra; Bertramo sovra uno sgabello, eretto il busto, le gambe magre intrecciate, fra le braccia una vecchia mandla dalla quale i capricci sbadati delle sue dita traevano ad ora ad ora un rotto suono; Zoilo alla finestra, reciso nell'aria il suo profilo pensoso della vita e cesellato in lineamenti pi fini dal morbo. Da parecchie ore si alternavano pioggie brevi a fugaci pallori di sole, fra guazzi di nuvole. Or dalle aperte finestre una fragranza d'umido e di terra vermicolante e lasciva si insinuava e si fondeva in sensazione pi vigorosa agli odori del tabacco e del vino; ora v'entrava, tepido come il fiato, un erotico soffio d'aria pluvia e su le chiome euritmiche dei faggi si scorgeva una rincorsa di perle. Le cacce tessute ne' grandi arazzi fremevano alla brezza; il cinghiale sbranava la macchia all'apparire dei giovinetti archibalestri. E l'ondeggiare di frasi isolate dalle labbra di Zoilo, e le ispirazioni sbalzanti di Bertramo su la mandla, e la fragilit gemebonda dello strumento fra le sue rudi mani, e gli sbuffi della terra impregnata, gli squarci di sole, il fumo torpido, il vino agro aulente, i frusci delle foglie, la reduce vita nelle immagini delle tappezzerie, empievano il tempo arcano d'una arcana elasticit e duttilit dello spazio, che sbatteva nell'animo del Duca una sorta di cangiante riverbero. Onde egli parl sottovoce:
-  troppo,  troppo per le nostre esistenze, che nel loro interno son cos sole! Troppi destini aggravano e intricano il mondo perch noi lo intendiamo!
Tacque la mandla; si corrug la irritabile fronte di Bertramo, s che parvero uscire i raggi della pupilla da uno strofino di crespe brune e il castellano ebbe a patire di quei raggi rivolti al suo viso.
- Con una incredibile e magistrale raffinatezza, - disse Bertramo, - la cosidetta eternit si contrappone all'agonia perpetua di quante cose debbono morire. Tu senti bene questo antagonismo, adesso. La tua principessa Neurastenia carezza acutamente tutte le debolezze della tua anima. Questa mattina, salendo al monte, tu incominciavi a narrare una storia di dolore. Non ti sembra che il momento della vera ispirazione sia ora venuto perch tu la prosegua?
- Tu vuoi ancora la storia di Laus! - gemette il Duca, e l'aver pronunciato tal nome in quell'istante gli lasci la gola arida e quasi esausta di sforzo. - Che cosa vi ho narrato io? Dove sono rimasto io? Non avete gi tutto compreso? Non vedete gi anche voi la stessa fantasma?
- Tu sei rimasto al punto che questo castello incominciava ad apparire nel racconto, - disse Bertramo tranquillamente, senza curar delle altre parole. E Zoilo si avvicin come per ascoltare; allora il Duca si lasci cadere di mano il sigaro e raccolse gli occhi sul serpentello di fumo che si snodava da terra.
- Quando feci ritorno in citt per le nozze, - prese a narrare, - era pronta ogni cosa; non mi lasciavano pi tempo di esplorare in me stesso ci che fosse l'amor mio; non di accertarmi se la mano che io stendevo a Laus compiesse una follia od un delitto, un atto vano od un atto colpevole! Tutti gli indugi erano ormai rotti. La rapidit del tempo soffocava. Mi presero e mi trascinarono, e lei meco, verso l'altare, dove abbiamo pronunciato i nostri voti, una mattina di maggio, una mattina capricciosa di venti e di nuvole, e dove per un momento i miei occhi non videro che i ceri moltiplicarsi a dieci a dieci, le loro aureole compenetrarsi in un rosone di vapore e di fiamma. Poi.... Poi mi maledissi.... E Laus che non piangeva mi vide piangere.... Una creatura infelice, Zoilo.... Nel carrozzone, dove eravamo soli e fuggivamo come un brivido su la superficie terrestre, le sue braccia mi cingevano il collo, la sua bocca respirava piano su la mia gota, il suo calore mi rivestiva; ella si chinava su me, povera amante delusa, come se le sue prime carezze dovessero essere quelle caritatevoli del conforto materno. Ai contatti di quel corpo la mia mostruosa anima sentiva di non desiderarla come avevo giurato. Fu commedia, fu parodia sacrilega della felicit degli amanti, quel nostro viaggio! Dentro di me anelavo a struggermi in solitudine, cos esacerbato, cos vago di quiete dolorosa, cos ripugnante dal tumulto erotico, che quasi lo confidai a voce alta alla sposa....
- Perch temere di farlo? - lo ammon Bertramo; e il Duca gli fece balenare timidamente uno sguardo, e si striminz.
- Colei, Bertramo, mi suscitava tanta, piet! Mi pare ora di sapere che ci compativamo entrambi, che occultavamo la vergognosa mestizia in vicende di sorrisi e rossori, di parole e parole.... Abbiamo perfino chiamato a noi quel suo fratello morto che ci aveva congiunti; forse per averne un ritegno al disgiungimento dei nostri pensieri.... Come le ho mostrato questo castello, come  stata la passeggiata in una sera della quale ricorder sempre il colore olivigno dietro le fronde, come la mensa, come lo sfuggirsi degli sguardi mentre, sotto il desco, le mie dita irresolute s'inanellavano alle sue dita timide, oh, lasciate che io non ve lo dica! voi sapete intuire. Ella mi si confess stanca.... Erano presto, ricordo, le dieci della sera.... E io fui in dubbio, un istante, di lasciarla andare, sola deserta, ad agghiacciarsi nella vasta casa non ancora sua; fui in questo dubbio, mentre ella m'interrogava con quegli occhi spauriti; e forse sarebbe stata in un giorno la fin della fine; se non che allora appunto si ritorsero scrupoli, vergogne, presentimenti di disperazioni future e di rimorsi; tante sibilanti vipere a persuadermi che si consumassero le nozze quella sera, o che altrimenti noi saremmo divisi per sempre, senza speranza, senza modo di vivere allato.... Accelerai.... Tutto il peso d'un giuramento fatto all'altare d'un Dio, che io temo qualche volta bench la mia ragione ripugni di credervi, mi abbatt sul talamo, e fra quel panneggiarsi maestoso di verde, d'argento e d'ombra, ritrovai il fluido delle vecchie, delle faticose lussurie, per avvolgere con me nell'amplesso l'amata dell'anima mia ed insozzarla....
Il Duca evocava con accenti profondi, plasmando nell'aria col tremito delle sue mani su l'agitato ritmo dei polsi:
- Poscia, a mezzo la notte, mi son trovato desto, libero e vacuo; libero d'ogni impegno verso gli uomini, poi che avevano fatto di me tutta la volont loro; vacuo d'ogni cosa che mi potesse dare un nobile e trascendente concetto di me stesso. Contemplai per la prima volta la bellezza della sposa estenuata nel sonno; non la bellezza della femmina, ma il prodigio reale dell'armonia; ascoltai aleggianti tutto intorno i suoi pi remoti parlari, le prime voci venute a insinuarmi il fascino, la gravit lontana dei colloquii alla riva del mare e sotto l'ala opprimente della morte; aleggiai io stesso nella chiara fluidit emanata dalle nostre memorie; e tutto ci mi purific in un'idea s celestiale di quell'essere, che non potevo convenire di aver cercato in lei i segreti della bestialit spasimante e di dover durare tutta la vita a cercarli. Da me alla dormente andava un'atmosfera dove non erano gli ardori della passione, n i furori, n le gelosie dei sensi.... Ah! io non l'amavo! L'avrei supposta senza ira in altre braccia, e, se il destino avesse voluto, l'avrei compresa anche fra le prostitute docili, sommesse alle mani dei violenti, sfiorite dall'attrito perpetuo delle carni; ma non gi strumento miserabile di piacere a questo corpo d'un uomo troppo conscio, che un rammarico arcano allontanava dal limite dei suoi desiderii! Ho baciato l'aria, tristemente, e mi sono levato prima dell'alba.... So che affogavo nell'ansia dell'indomani e che nel cielo mattutino andavo cercando melanconicamente le nuvole....
Il Duca s'ispirava tra i ricordi; la voce, a grado a grado appoggiando pi forte su la sua papilla pi armoniosa, vi tremava come se tutta l'anima vi si fosse afferrata nello squasso dei suoi rimpianti.
- E l'indomani mi parve Laus gi fatta un'altra nelle sue carezze.... Ogni vibrazione del suo essere, ogni frusco, ogni stormir di fronde intorno a lei, intercedevano perch io l'amassi; fermamente deciso a non rompere il poetico fascino, io ubbidivo come un cieco ai divieti della mia volont. Non so se fosse persecuzione di idee.... se fosse fantasticaggine.... Ma pensavo che almeno gli alberi e i fiori non dovessero vederla soccombere, avendola veduta cos bella.... Inconscia, spontanea nella grazia, cos da ispirarmi l'idea d'un essere sovrumano, ella non volteggiava intorno a me che sotto forme di concezione astratta, sotto forme intangibili di sogno.... Trov tali parole di miele per parlare alla gente rustica, che tutti ne furono incantati; raccolse fasci d'erbe, ghirlande di fiori, con tale festivit di giovinezza, che io mormoravo sbigottito quei nomi: - Matelda! Lia! - e avrei voluto percuotermi le tempie per cacciarmi il pensiero di averla posseduta come un bruto che si sforza all'ardore. Giorni di sole e notti d'abisso; il malcontento e l'angoscia spadroneggiavano in me pi che mai; l'esaltazione della bellezza femminile, e nello stesso tempo l'orrore del talamo; questa la mia esistenza; e talvolta, premendola fra le braccia e violandola con un impeto oscuro, qualche cosa dentro di me saltava indietro, mi buttava in preda a rimpianti e a forsennati timori di perderla.... E la rotolavo nei desiderii contradditorii e convulsivi, e terminavo col singhiozzare, col prorompere in tali sbracciamenti sfrenati che, spaventata, lasciandomi solo a inveire, a mordere i guanciali, ella mi fuggiva per la stanza, in un disordine di nudit, di vesti.... di preghiere sconnesse.... E la mattina ella mi vedeva sfinito, ambulante con la testa curva e il dorso arcuato come una groppa, strofinando nel pensiero i proponimenti d'arrendermi alla natura e di restituire l'armonia della vita alla mia sposa. Vani proponimenti! Nulla feci per sollevarmi; Laus mi compiangeva e mi temeva sempre pi, come se io fossi un folle. Non giov che la piet mettesse veli al suo spavento perch non potessi vederlo.... Io lo vidi.... Io lo sapevo prima che sorgesse.... E lasciai camminare il tempo sotto quell'incubo e crescere l'intensit delle nostre tempeste. Nulla feci, nulla potei fare, per impedire che venisse la pi orribile delle notti....
- La notte di delirio che ci hai accennata? - chiese Zoilo. Bertramo sorrideva come un idolo asiatico, con gli occhi aperti sul Duca nel candore glaciale della serenit.
- La notte che abbiamo perduto la nostra Laus! - accentu il castellano, con un sorriso funebre e superbo, come pronunciasse l'amen su la tomba d'una regina misteriosa; e poi continu con la voce dell'onta: - Fu uno spaventevole assalto! Io dovetti dire spaventevoli parole.... Ella ebbe paura di quel forsennato che, in ginocchio sul letto, singhiozzava.... Sotto il baldacchino nuziale trapunto d'argento.... Ridi, ridi, Bertramo!... Io lo dico anche a te; ella part, ella part, ella part!... Non l'ho veduta pi, una mattina.... Fuggiva; mi lasciava solo in questa tetra valle; solo, nell'estate e nell'autunno, a tremare, a tremare, senza potermi muovere; a sentire vacillanti tutte le cose, e in tutte le cose il mio squilibrio nel mondo!...
- E nessuna traccia di lei? - domand di nuovo il pietoso Zoilo per dissipare la densa nube in cui si ravvolgeva il sofferente.
- Oh! ella m'ha mandato una lettera.... una lettera sobria e savia come lei.... Tornava nella piccola casa dei suoi; aspettava il destino; non sapeva farmi rimprovero; sperava d'esser perdonata.... Ho qui, sempre qui, sul cuore, quella lettera.... Non so quale speranza delittuosa e inferma che ella m'abbia serbato la sua fedelt mi sorride e mi turba.... Io sogno l'impossibile.... Ma non ho osato fare un passo verso di lei.... Io vivo lontano dalla donna, digiuno d'amore, esiliato dalla vita attiva delle anime e dei sensi, in quello stato di sofferenza che voi conoscete in me, e senza il coraggio d'abbandonare questo castello e le mie memorie.... L'intelletto non riposa mai; ogni pi piccola linea si torce in me e si frastaglia....
E il narratore cacci gli occhi nel volto dei due che l'ascoltavano, come un paziente narrando a questo e a quello il suo male sembra invocar da ciascuno la rivelazione del medicamento. Ma Bertramo non pareva disposto a parlare; gi il Duca s'era accorto con inquietudine che alle note pi disperate del suo racconto egli aveva cercato gli accordi su la mandla, quasi che quei tumulti della vita gli sembrassero solo il trastullo d'una musica tragica. Anche Zoilo lo abbandonava? Zoilo che gli aveva detto con voce quasi indifferente, o tale almeno gli parve: - Io e tu non eravamo nati al matrimonio! - e s'era appressato di nuovo alla finestra: a veder la sera colare dal nubilo croceo dei cieli, come uno sfondo pittoresco agli accordi di Bertramo, all'ansia tacita ch'era succeduta alle ultime veemenze del racconto, e alla malinconia dell'essere abbandonato dall'amore, poi che non aveva saputo e non aveva potuto integrarlo.
- Perch ho narrato io? - modulava il Duca timidamente, con una voce sfatta. - Ora io soffro pi di prima. Perch temo io di precisare anche a me stesso una mia sensazione o un mio pensiero?
- La tua principessa Neurastenia  una civetta, - disse Bertramo; - essa si compiace di porgerti ogni cosa sotto le forme dell'inganno....
Ma un soffio di vespro, un clamore di foglie, un cozzo di ramoscelli, dispersero la breve opposizione degli spiriti. Dalla finestra irruppero grida e garriti; le creature alate turbinarono su geometriche linee nello spazio; le rondini tracciarono e ritracciarono l'elissoide con spensierata veemenza. Sul profilo d'un monte si bruniva un diadema d'oro; altre vette, pi lontane, cuspidi gotiche fulminate e torrazzi battuti dalle spingarde, si annobilivano per un prodigio di luce in calici splendenti e fumanti, in nubi iridee, in poliedri di vinosa ametista incastonati nella prealpe pi bassa, pi cheta, pi tenebrosa. La valle, fin dove la comprendeva lo sguardo, era una conca evaporante un incenso grigio e nero, dai riflessi di rame e d'argento, addensato, confuso, misto d'alberi, d'acque, d'argille e di pietre come il vgolo fondo d'un acquario; prominevano alberi neri, delineanti le loro magrezze su fondi cilestrini svenevoli e parevano coi pi sottili loro ramaggi quasi una sdruscitura nel cielo.
- Vespro! - inton Zoilo.
- Vespro! Converrebbe ora accendere l'anima, poich la luce muore!
Cos il desiderio del Duca, lanciandosi fievole e tenero come una colomba, a recare il messaggio della vita interiore alla natura discolorante tranquilla in cielo e in terra. Egli avrebbe voluto cullare quella valle e quei monti fra le sue braccia invalide divenute immense e susurrare propizii augurii a tutte le cose con la sua bocca guasta di sospiri. Ed ecco una canzone montanina casc a nota a nota nel pelago aereo; ed ecco due esseri umani, a passo uguale, ombrarono il chiarore d'una strada, in lontananza; ed ecco una squilla parl per il mistero; ed ecco una grave e solenne favella, un mugghio di giovenche, si lev alta dai fogliami nebbiosi; ed ecco la terra si sent tutta commossa della propria esistenza. Bertramo lasci andar la mandla; il Duca si alz dal seggiolone; e vennero entrambi alla finestra; quegli ascoltava attentamente e fiutava nell'aria. Il Duca lo sent vicino, molto vicino; n'ebbe i gomiti contro l'avambraccio, la veste risaltante su la veste; e l'usata inquietudine lo assalse di ci che volesse opporre quella meditazione industre e segreta all'amorevole legame dei viventi.
Zoilo disse:
- Esco.
- Dove vai?
- Scendo al villaggio.
Il Duca s'era rivolto e gli vedeva, sovra la fronte china, i capelli intrisi d'un raggio argenteo di splendore, come se la decadenza dell'et fosse svelata dal vespro.
- Ti chiamano? - interrog a voce bassa.
Quegli evit di rispondere.
Ma lo affront Bertramo: - Bada a che fai! I prati sono umidi stasera; la terra ammazza gli amanti libertini che si permettano lascivie su la sua vecchia groppa. Ti dico questo perch ti conosco. Ti sei districato dalla citt, ma non dalla femmina; e se odorano di fieno, ti piacciono come se uscissero dai bagni profumati! Ma bada alla terra, ti dico: per i tuoi simili essa  un letto avvelenato peggio che quello delle meretrici!
Zoilo ascoltava sommesso e poi sgusciava via, con la sua arte delicata di ridursi ad ombra quando voleva varcare un difficile passo per avventurarsi dietro taluno dei suoi desiderii. E Bertramo s'appoggi di nuovo al davanzale, accanto al Duca che si faceva piccino per diminuire il contatto fisico con quel perpetuo straniero, e ammazz i suoi pensieri con un riso:
- Colui  stato sempre cos; va alla morte per la via cieca! Ascolta i filosofi e poi corre a depositarli nella donna; vuoto dalla donna, domanda ai filosofi che lo riempiano! Per certi esseri inclini al bruto, anche le arti del pensiero non sono scopo, ma mezzaneria!
E mentre il sofista rideva le sue parole acri, il Duca seguiva per un tratto del sentiero la figura elegante di Zoilo, finch la inghiott l'ombra dei faggi che circondavano la spianata. Allora si sent solo, accanto a un essere dalle intenzioni pi ignote che quelle d'un nemico, capace di tutti i pensieri pi vasti e di tutte le illazioni pi ciniche e di tutte le pi fredde esperienze sul dolore; e l'attivit del suo petto si smunse sotto un'oppressione, e tutte le cose esagerarono il loro distacco, la loro lontananza, la loro tristezza.
- Io non posso veder partire, - egli mormor. - Mi sembra che colui che va lontano non possa pi ritornare.


 3.
La febbre della sera.
- Non  pi giorno; non  ancora notte;  la tua ora, - disse Bertramo; e il Duca sent con terrore che per occuparsi di lui egli usciva dal suo silenzio.
- S, - rispose, accondiscendente e vile, - io sono affine a qualche cosa che fluttua, che s'avviluppa e si scioglie fra nuvole, come allorch aggiorna o quando annotta....
- Mi pare che tu vada migliorando; hai nominato il giorno! Questo  un vocabolo forte per la tua psiche! Il tuo domus mundus si rivela di solito nei deboli colori del tuo linguaggio!
- Mi credi tu debole.... assai?... - domand il Duca, come se si cimentasse con un colpo di remo pi energico in un mare ignoto.
- S, se dovessi giudicare da ci che tu dici di te stesso.
- E da quello che io sento degli altri?
- Non so.
L'uno attese l'altro nel silenzio circospetto e meditabondo. Finch l'angoscioso non pot reggervi pi; precorse ogni parola dell'ospite con un nuovo e affannato impulso sul remo:
- Bertramo, non parlare tu; lascia che io parli! Bertramo, voglimi ascoltare! meglio  confessare s stessi che sentirsi indovinati e scoperti a poco a poco; meglio uscire dalla propria ombra che vedersi sorgere innanzi un non so che, come un'ombra straniera, e riconoscersi in quella! Bertramo, io non ho detto mai tutto! io ho sempre tante cose da dire di me stesso! Ma il mio coraggio  troppo in fondo al cuore....
S'arrest a un tratto, quasi cercandosi un oriente; gir gli occhi su tutte le infinite cose sformate dal buio perch potessero in qualche modo animarlo; e Bertramo rispettava il silenzio, col gomito appoggiato al davanzale e il pugno su la tempia, stretto. Alla ostinata vigora di quel pugno tornavano le pupille del Duca fugacemente.
- Come sono strani i rapporti fra me e gli altri esseri! Or ora ho invidiato Zoilo. Perch discendeva fra gli umili; perch avrebbe saputo parlare alla gente semplice; perch il villaggio gli si sarebbe lanciato incontro come a un amico e le parole di lui avrebbero comunicato coi cuori!
- Delle mogli caste e delle verginelle.... - intromise il taciturno.
- Ti supplico, non parlare tu, Bertramo! Tu mi rimescoli in un altro mondo. Io vedevo scendere cos, al villaggio, una creatura che aveva come lui il privilegio della bellezza. A questo modo forse invidiavo anche Laus. Ma non sogghignare, Bertramo; non far meno bella la tua pazienza d'ascoltarmi; non togliermi il coraggio di mettere a nudo tante cose strane; tu sai che i miei terrori si agitano convulsi; tu sai tutto il mio male; anche quel tuo pugno chiuso mi sembra ora una immagine implacabile....
Per ottener clemente quel pugno, parea che il Duca avrebbe consentito a lambirlo. Bertramo lo tolse placido dalla tempia e per quell'atto parve reintegrare alcunch della confidenza smarrita del suo compagno.
- S, - continuava il penitente, - io invidio Zoilo come invidiavo la mia Laus; perch anch'io vorrei scendere in mezzo alla vita, anch'io confondermi agli esseri, riscaldarmi al loro respiro e sopratutto riversarmi in loro come una sorgente di saggezza, d'aiuto e di gioia. Mi sembra che, se ora scendessi dalla collina (ma ahim, io non mi muovo!), il mio petto esuberante darebbe spontaneo alle labbra una predicazione cos fluida e cos salutare, che mille dolori e mille brutalit si staccherebbero dalla terra come una nebbia portata via dal vento. Non mi dire, Bertramo, che io sto con l'orecchio chino alla conchiglia illusoria; non mi dire che quest'essere fisso alla terra dal peso del suo plumbeo male non pu far nulla per sollevare altri esseri! Guardami, come io spero. Guardami: gi lagrimo per questa commozione che mi riunisce alla natura e agli uomini, fuori dal regno degli spettri; l'umanit m'intenerisce come una bambina; essa mi par confidata alle menti pi alte; e guai se queste spregiano l'incarico! Bertramo, io vedo il tuo labbro muoversi come per parlare.... Taci, taci! Non v' altra parola che la mia in questo momento, credi; qualunque cosa tu dicessi mi toglierebbe la necessit che io viva; mi toglierebbe assai pi che la vita; sarebbe la mia rovina.... E credi tu che io non sappia quanta sia la distanza tra il mio essere e la mia parola? Credi tu che non penda su me la paurosa idea fissa di dovermi scoverchiare il sepolcro per giungere al mondo? Ma io superer quella distanza, io giunger al mondo, ti dico: non contrastarmi! non contrastarmi! ho un'immensa sete d'andar incontro ad anime umane e un immenso bisogno che esse mi vengano incontro.... per incoraggiarmi.... perch io m'induca a togliermi da questa inerzia che mi tiene oppresso.... Bertramo, a modo tuo tu sei forte!... E anch'io, a modo mio, debbo esser forte, per dissetare lo spasimante bisogno d'essere amato dal mondo. Oh Zoilo! Come sa Zoilo tutta l'arte d'essere amato!
Egli aveva fatto uncini delle sue dita al braccio di Bertramo, stringendolo, traducendo in sevizie l'estremo sforzo d'esprimersi. Ormai una folle paura d'essere interrotto e sottratto a s stesso moltiplicava gli impulsi nevrotici; gli occhi prominevano, s'enucleavano nelle tenebre, scrutando l'immoto labbro inferiore del sofista, cadente, fesso nel mezzo dall'impronta sdegnosa dell'orgoglio.
- E sai, - proseguiva, - e sai: coloro non mi amano. La gente del villaggio, intendo: ad uno ad uno li ho voluti presso di me, vecchi, giovani, madri, bambini, per riverberare qualche cosa di questa mia luce d'amore sui loro volti atoni e ferini. N ancora erano entrati dalla porta, n ancora i loro piedi avevano toccato le mattonelle di questo impiantito, n ancora le loro fronti si erano chinate, per devozione, per rispetto, per servilit antica, che gi m'ero accorto di trovarmi alla presenza di creature ostili e indomabili. Potevo annunziare evangeli, potevo operare miracoli; essi sarebbero rimasti fermi e pertinaci nell'intimo a non darmi nulla del loro cuore! M'ascoltavano; annuivano le teste d'automi; perch io sono il Duca!... E perch sono il Duca, le mie volont pi dolci saranno violenza che io imporr ai loro spiriti; e perch sono il Duca, essi non rifiuteranno di mandarmi deputato dei loro villaggi; giacch tale fu mio padre, tale fu mio nonno nella prima assemblea! E se un altro fosse il Duca, ed io avessi parlato per il loro bene, non con parole, ma con lo sdrusco della mia carne fustigata e sanguinolenta, m'avrebbero corrisposto con la scialba irrisione di quei loro occhi violacei che sanno sfavillare soltanto all'osteria e nell'alcova; m'avrebbero cacciato al primo comando del loro signore o del loro prete, coprendo la mia voce come il rumore d'una moltitudine incredula copre il suono di tromba d'un disgraziato cerretano. Oh, quando scende Zoilo, allora s! tutti gli si stringono benevolmente; sembrano orgogliosi di farsi famigliare la grazia candida e benigna sotto la quale si nasconde la sua corruzione; ammirano per non so qual istinto infernale l'uomo che ha molto bevuto, molto goduto, molto sorpassato le regole della vita;  l'amico di tutti, dei mariti, delle mogli, del procaccio, dell'oste, del prete!  come un talismano quella bellezza sciupata del suo volto.... Ma io, il Duca! Quando per la prima volta ho esposto loro la dignit dell'uomo libero, mi parve leggere nel lor silenzio deferente e glaciale: - Perch vuoi tu alterare le congiunture della vita? che bisogno di arabescarci siffatti concetti hai tu, che sei il figlio dei nostri padroni, i quali ci hanno avvezzi per tanti secoli a inchinarci, a umiliarci e a lasciarci punire? Che nuovo modo di divertimento ha trovato il tuo capriccio? Grazie, ad ogni modo, che le tue parole sieno innocue e non aspre; la tua stirpe ti dava diritto ad imporci di pi. - Questa orridezza dell'apatia lessi nei loro visi e mi parve, nel tremito doloroso dei visceri, che io non sapessi parlare, che io tenessi un discorso alle rocce. Sognavo l'efficacia di certi gesti di Laus, certi gesti di carit e di compatimento che tutti intendevano. E sai qual linguaggio mi appariva scritto ancora su le loro fronti d'ingenui ipocriti: - Che hai fatto della donna tua? Dov' la tua felicit, volto febbrile? Tu ci vai predicando della felicit e della famiglia, ma non ci illudi. La tua esistenza  una stravagante commedia; ma tu sei il signore e noi t'ascoltiamo. - Mentivano, come mente una rupe, se mai mente!
La reminiscenza d'un pensiero gi detto gli fugg sgomenta su le labbra:
- Mi sembra che chi parte non torni pi. Essi sono partiti, avendomi ascoltato appena. E non faranno mai pi ritorno. Ed anche, sinceramente, non erano venuti mai, a me, a me stesso, alla mia intima anima. Nessuno  venuto a me. N tu, n Laus, n Zoilo.... Zoilo  disceso al villaggio.
Ripet, macchina di pensieri gi stanca:
- Zoilo  disceso al villaggio. Egli ha il talento d'essere un uomo del popolo. In lui io vedo, se egli volesse, il capo d'una colonia beata. Ma le sue labbra non saranno mai maestre di alcunch; esse non hanno moralit o legge; fioriscono le rose della seduzione, e coloro che vi accorrono sono vespe o farfalle: forme leggere del bruto. Il santo desiderio di giovare in qualche modo agli uomini  in me solo. Oh potessi tu intendere, Bertramo, che cosa io sogni della mia vita! Talvolta, nella notte, mi pare udire una voce viva, reale, che mi chiami. E ascolto e ascolto, e m'inebrio, come se i raggi del sole mattutino non dovessero, al primo posarsi su la mia fronte, illuminarvi l'epigrafe del destino: - Tu non potrai essere!
La notte illune, quasi priva di stelle, per l'imbrancarsi delle nubi elefantine, aveva riunito gli screzii delle forme nel contorno d'una massa unica. I due grandi simulacri neri, della materia terrestre e dell'aerea, si lasciavano dividere dalla linea dei monti e le prime case del villaggio, illuminate, splendevano come pupille su la loro povera gente, inveterata nei pensieri e nelle opere. Dalle vette, dalle praterie, dai boschi, si volgevano verso quegli umili fari tutte le sonagliere delle greggie in nostalgia d'ovile, e le trepidazioni dei pollai, e le paure degli animi umani conturbati di veder nelle tenebre.
- Ricordo, - diceva il Duca, sporgendosi dal davanzale come se il calore insolito del suo ritmo divenisse una forza movente - ricordo una sera della mia adolescenza, una valle simile a questa, le mie gambe stanche d'aver fatto lungo cammino: e all'improvviso lo scoppio d'un immenso e musico rombo di campane, che scese ad allenarmi le membra, a trascinarmi a s con la potenza di formidabili braccia. E innanzi a me vidi spiccarsi un villaggio da un colle affatto tenebroso, con certe vive sbattiture su le mura bianche; mura di case accatastate, sormontate, incalzanti, in un chiaroscuro terribile; e al sommo della piramide di queste case, la guglia del campanile slanciata a dividere il cielo. Pareva, da lunge, un architettonico fantasma, un borgo favoloso suscitato dalla forza sonora delle sue campane; un borgo inaccessibile che sarebbe svanito al cessare il sortilegio di quei rintocchi per l'aria. E lo raggiunsi e v'entrai, e quel grande chiarore di riverberi non spargeva nelle sue vie che una dubbia luce, e rari erano i passanti, e nessuna nessuna voce umana; ma da una casa all'altra, dal fondo d'un viottolo alla chioma fremente dell'albero dei consigli, dall'antro d'una stalla alla cavit d'una porta semichiusa, lo squillo della campana, a un'ora dopo vespro, creava un'atmosfera violenta e sonora, entrava in tutte le case, stringeva tutti gli affetti delle famigliuole, come se qualche cosa d'oltreterreno rombasse nell'aria con una suasivit irresistibile. Oh quale flutto corse in me da quella squilla che volava nella notte dalla sua torre fremebonda, scrollata, impazzata di sentirsi vibrare una tale anima! E da allora, Bertramo, io non ho desiderio che di suonare come quella campana. Dire, dire, dire, con una potenza, con una fede che io non ho, che io non so! e introdurmi in tutti i cuori e innamorarli d'una dolcezza ch' nell'esistenza anche quando v'incrudelisce l'inverno! Poich io sono piagato, io sono ferito, dagli abbrutimenti degli uomini e dalle loro miserie, dai loro obbli della ragione e dai loro delitti incolpevoli; la mia morbosit si agiter su la terra come in un inferno, finch io non trovi la forza di mettere in fuga quelle larve. E non si pu, non si pu altrimenti che con la voce di quella campana....
Il gemito cromatico d'una porta che si schiudeva fece trasalire il sensitivo. Era entrato un vecchio servo reggendo un candelabro; un vecchio servo dai passi guardinghi, dal dorso piegato, dalla sommessa faccia d'agnella, che gli spiriti melanconici della lunga memoria rendevano un po' attonita; e dopo aver deposto su la tavola il pesante bronzo, e dopo aver interrogato il signore con uno sguardo aspettante, s'allontanava senza parola, con un tentennar dolce del capo fra le spalle ingobbite.
Parve che il Duca volesse trattenere il soave vegliardo e il desiderio gli fosse soffocato dalla soggezione di Bertramo, al quale aveva rivolto un'occhiata timida.
Terreo il Duca, impiastricciato dalla luce gialla che lo cercava nel suo covo d'ombra e gli faceva battere le palpebre; Bertramo, crudo e tranquillo nel viso, aveva additato il vegliardo:
- Lucifero....
E quando questi fu uscito, il Duca gli domand sottovoce:
- Perch l'hai tu chiamato Lucifero?...
- Per la divina ironia delle parole.
Ci fu detto con tanta altezzosit e con tanto scherno, mentre tornavano a guardare la notte gli occhi lenti dell'Aquila, che il Duca si senti ribalbettar dentro le parole, tutte le parole ch'egli avea spante da quel davanzale, e il suo essere s'inabiss in un vortice pensando all'oltraggioso compatimento di quell'uomo per l'anima incapace che, accanto a lui, s'era sgravata di tutto quanto agognava.


 4.
L'arte, il morbo e la morte.
Ancora Bertramo riposava; aveva detto che quella notte sarebbe rimasto a comporre una certa sua musica; e difatti, fino ad ora tarda, s'erano sentiti venire dalla torre, a quando a quando, gli accordi rotti, gli accenti strazianti del gramo pianoforte tratto per lui dalla neghittosit e dall'oblo e divenuto il campo di battaglia d'un cervello tanto men sazio di sensazioni musicali quanto pi infastidito di scritti e di libri. Poich Bertramo non scriveva pi: detto il suo pensiero nella Morale della morte, sembrava che lo spirito trovasse pi degne di s la raccolta e la distillazione delle piante mediche, di giorno, e la fantasticheria al pianoforte, di notte; tale il momento capriccioso di quel credente in s medesimo.
Zoilo ancor esso dormiva. Che cosa aveva fatto nel villaggio fino ad ora cos tarda? Quali larghe sorsate d'amore gli avevano messo il cerchio dell'annientamento dalla fronte all'occipite? Quale sfigurazione della potenza fisica accresceva la parvenza caduca e diafana della sua bellezza nel sonno? E qual donna o fanciulla, aveva vegliato, laggi, al villaggio, nel soffocante ricordo delle sue carezze svanite appena, come un recente sogno?
Solo il Duca, come sent l'aurora toccargli la fronte, balz dal letto; cos ogni giorno lo scuoteva quel primo annunzio di luce ed egli obbediva, con tutti i sensi pronti alle nuove vicende, come vele spiegate per il vento, nella fede irriflessiva che quel giorno dovesse essere miracolosamente migliore.
Da quattro finestre gli entrava nella stanza la luce disuguale dell'aurora; la valle si sviluppava ai suoi sguardi dai nebbioni di madreperla sgonfianti fra le vette splendenti a guisa di castelli d'oro; ed egli si metteva nel vano d'una finestra, innanzi ad una tavoletta su la quale stavano le pergamene temperate con una rena d'ossi minutissima e tavolozze e colori e pennelli e barattoli d'argento e di rame. Poich la sua impulsivit mattiniera si spegneva in un paziente e mite dilettantismo d'alluminista, affaccendandosi le sue dita lunghe e bianche a raccogliere punti colorati sul ciuffetto dei cannelli esilissimi e a tracciare con cauta perseveranza i segni esigui delle sue idee trascendenti nello sterminato.
Sarebbe stato anch'egli un pittore, se la candida e vacua superficie delle tele non avesse fin dalla prima giovinezza impaurito i suoi sensi e disarmato la sua volont, per un'impressione morbosa di deserti e di insoffribili luci focali. Respinto dalla grande arte, deluso nell'istinto di materiare le sue visioni nello spazio, egli si riduceva in un'arte piccina, dove la materia era senza ardimento e il segno sembrava voler vivere soltanto del suo intellettuale valore in una forma puerile. Alluminava pergamene con claustrale umilt; s'attossicava il giorno col raccogliere, mattutino, tutte le sue forze attente sopra i simboli della propria tristezza.
Alluminava il suo spirito in immagini. Alla grazia ed al patimento, sotto ciascuno dei loro aspetti e in virt d'ogni divinazione, davano le sue linee carezze e lagrime; ed egli sospirava dipingendo, come se la sua mano seguisse la mossa ispiratrice della piet. Di rado su i fogli giallognoli si rispecchiava un innamoramento tranquillo della forma; di rado egli mesceva colori che dovessero trarre origine dall'incandescenza dei cieli investiti da un sole impetuoso; di rado apparivano sembianze di gioconde donne, di animosi giovani, di spensierati amadori della vita e del caso. Bens tutte le angoscie, tutti i sensi tesi nella vana aspettativa dei solitarii, tutti i tormenti dati dall'immaginazione alla carne, tutti gli abbandoni, tutte le estasi livide, tutti i pallori delle malattie, tutte le semivive fiacchezze dell'autunno, tutte le bocche amareggiate dai sapori guasti del mondo reale; la sua iconografia nana era orribilmente piagata; le sue predilette chimere uscivano dagli ospedali, avevano dardeggiato sguardi ardenti sul limitare delle orgie, erano soggiaciute allo scherno dei canti fescennini, parevano intente a torturarsi nella memoria di supremi disgusti.
Aveva dipinto le fughe di colonne d'una reggia scoverchiata, notturna, nella quale spiavano occhi fissi di stelle; e su la dovizia, su la opulenza lucente dei pavimenti d'onice, fra gli steli giganteschi e le onde dei cortinaggi drappeggiati terribilmente, la salma d'un fanciulletto diafano e biondo, nella pozza vermiglia del proprio sangue.
Aveva dipinto, sotto i petali nevicanti dei mandorli di primavera, un cadavere maschio supino fra l'erbe, un cadavere candido e terso, forse lavato da un acquazzone recente; e intorno intorno, con gli occhi convergenti al sesso ucciso, effigi di fanciulle vergini come Palladi, inchinate dalla languidezza dell'aria a concepire l'amore su quella spoglia.
Aveva dipinto un forsennato che immerge nella terra un anello nuziale, mentre la terra con serpentina vegetazione di rovi e di liane l'abbraccia, e l'incestuoso amplesso della Madre gli schianta le vertebre.
Egli aveva ancora dipinto, nel suo erotismo di debole e nel suo misticismo privo di fede, i frati maceri e le vergini emunte, la laidezza delle maschere pustolose e il trescone compassionevole dei fanciulli rachitici, le bestie dal dorso verberato sanguinolento e gli uomini coi denti nei guanciali, mentre fosforeggiano nell'impallidir della notte le creature redivive dei rimorsi, avvolte nei loro sudarii. Qualche volta niente pi che uno spazio di cielo con una nube; una narice aperta sopra un fiore appassito.
E tutto ci nascondeva gelosamente come il pi miserabile testimonio della sua infermit; sopratutto non sapesse Bertramo ch'egli aveva dipinto quel cavaliere in arnese completo d'acciaio, con la spada al fianco, ma senza mani; sopratutto quella disperata evidenza del simbolo non vedesse Bertramo!
Tutto lo spaventava in colui. Lo spaventava la limatura indefessa della volont; egli stesso l'aveva predicata tante volte per il bene del mondo; colui la praticava senza indicare ove volesse giungere. Lo spaventava che tale uomo fosse il suo medico; pareva che i suoi sguardi gli avvinghiassero l'anima laddove volea esser pi coperta e pi ermetica, nel fondo dei segreti che non si vorrebbero palesati nemmeno alla morte. Lo spaventava che colui fosse il suo ospite; un uomo d'incerti natali; di moralit cos indipendente che ammetteva alle proprie azioni ogni esito ambiguo; di esistenza temperata su strane incudini; di torbida fama; di affetti indefinibili mascherati d'un'ironia glaciale. Lo spaventava finalmente la stessa teorica del suo libro su la morte; l'equilibrio dell'esistenza fondato su ci che si distrugge e il culto implacabile della propria forza di distruzione per non scemare l'energia dinamica prestabilita all'universo; il valore nullo di tutto ci che vive; la finalit etica raggiunta da tutto ci che cessa d'esistere.
Quando pensava a Bertramo, il cannello gli cadeva dalla destra e sostava nel suo lavoro; per quale inconcepibile destino si era egli sottomesso a quell'uomo tanto pieno di vita e tanto poco partecipe della vita, a quell'uomo che non avea conosciuto amore, che non avea conosciuto allegrezze, se non crudeli, che non avea conosciuto dolcezze, se non ironiche; a quell'uomo del quale tutto gli era avverso a lembo a lembo e che, nella somma formidabile delle sue facolt, lo dominava, lo schiacciava, come il ferro schiaccia sotto di s la compressa argilla?
Bertramo amava chiamarsi una vivente antitesi; era suo destino ridurre all'assurdo tutte le ragioni e tutti i sogni; si era perfettamente organizzato nell'assurdo il suo modo di vivere.
Ricordava il Duca essere andato un giorno alla cella grigia del mastio, dove il filosofante, come un gufo tra la crudezza delle murature scrostate, aveva amato erigere il suo nido e il suo laboratorio. Feritoie oblunghe illuminavano la cella d'una luce a fasci serrati che non giungeva quasi a scuoter l'ombra dalle altezze ragnose del soffitto; il freddo umidiccio spaziava in quel prisma d'aria e di tetraggine; l'individuo che col aveva messo radice non poteva essere se non carcerato, o maniaco, o avvezzo fin dai primi anni a resistere alla natura con duro orgoglio; e col appunto passava le sue ore solitarie Bertramo, col suo pianoforte infermo come una bocca sdentata, con piante da distillare negli alambicchi che egli si era procurato nella citt pi vicina, con qualche tarlato volume da lui scoperto nella biblioteca del castello, per rintracciarvi l'anima allucinata e dialettica degli antichi alchimisti, parenti suoi.
Anche quel giorno Bertramo gli aveva parlato della morte:
- L'uomo che medita sicuramente della morte ha l'illusione di esservi gi, - aveva sentenziato egli. - Non si menoma; anzi accresce s stesso. Dei giorni, delle ore di questo mondo, brevi, rapide, incerte, non pensa di trar guadagno; non si profana mai per aiutare i giorni e le ore del suo prossimo; egli sa che il capriccio  altrettanto forte e altrettanto sovrano quanto le meglio ponzate e puntellate volont: poich l'uno pu far morire e le altre non impediscono di morire. L'unica condizione umana nella quale vi sia un termine di grandezza e un rapporto diretto con l'infinit del tempo  la morte. Tutto il resto  tal miseria che avvilisce il pensiero. E io non so un cervello pi anemico del tuo, che avendo agio di abbandonarsi in questa tua valle a tutte le meditazioni, a tutte le esperienze, a tutti gli estri d'un'intelligenza astratta e temeraria, non ha concepito miglior ventura che di far mandare te deputato dei rustici a un'assemblea di rozza gente civile, per dibatterti nel mare magno della petulanza, e sporger fuori un esile braccio per un momento, e poi miseramente affogarvi!
- Strano gusto il tuo, - aveva proseguito Bertramo, - di spingerti vivamente nella mandria e di volerti imbestiare al par di quelli che dal primo giorno della loro vita hanno compreso l'umanit come una greggia incamminata sopra una via, della quale, con stupida ignoranza, si ripromettevano chi sa quale ottimo fine! Spregevolissimi uomini questi estatici, credenti nella bont di ci che  vivo! Quanto pi stimo io certi imbalsamatori di cadaveri, certi vecchierelli ringiovaniti e morti fra le pratiche del gran magistero, certi asciugatori d'erbe, affascinatori d'animali, classificatori di molecole organiche, cristallografi, artefici d'oreficerie complicate e d'automi; tutto un popolo sparpagliato a manciate nei secoli, che si assapor in silenzio la gioia di cose vane e i tentami per disserrare le porte di tutto quello che  misterioso! Essi ebbero almeno alcuni brividi particolari nel rasentare l'ignoto e l'impossibile; e la loro oscurit, il loro silenzio, vibrarono di una oscillazione d'atomi pi vasta che le luci elettriche delle apoteosi e le strombazzature della fama. Ho conosciuto un uomo, un uomo divenuto celebre nello spavento del mondo; da lontanissimo paese egli si era recato a Parigi, dove nulla si conosceva di lui e della sua famiglia e del suo nome e dei suoi natali; qui giunto, te ne ricordi? si port con una bomba nella saccoccia interna della giubba a una rappresentazione di gala dell'Opra e dalla galleria scaten all'improvviso in quel giardino dei fiori di lusso il massacro, il delirio, le urla, il sangue, gli svenimenti, le fughe impazzate; fu preso, fu maltrattato, fu condannato a morte; ma nessuno pot giungere mai a sapere il suo nome. - Condannate il caso ignoto - egli diceva; - io mi nominer altrimenti ogni giorno; non avr altra fatica che di inventarmi nomi degni del caso. - Non osarono giustiziarlo; non osarono rinchiuderlo in un manicomio, poich il suo cervello rifletteva nitidamente come uno specchio; lo lasciarono nelle carceri, ed egli trov modo di uccidersi un giorno, di farsi estraneo a tutti con una serenit beffarda; giacch da molto tempo si preparava alla morte. Cos quel grande seminatore di spavento nell'umanit svapor via come un'ombra....
- Hai tu conosciuto quell'uomo? - aveva chiesto il Duca febbrilmente, poich in lui l'affascinante atrocit dell'immagine si era sovrapposta al discernimento di ci che fosse falso e vero nella vanteria di Bertramo; e quegli aveva proseguito con lo stesso accento misurato e fendente:
- Ho conosciuto lui; ho conosciuto un adoratore delle forze mortifere anche pi tenebroso di lui. Quella valigetta nera sai tu che contenga?  la piccola eredit che m'ha confidata un mio maestro, un medico illustre. Supponevano tutti ch'egli cercasse principii di guarigione, rimedii capaci di restaurare le esistenze sfatte! Folla dell'opinione! Cecit di quelli che stanno fuor dalla porta quando l'uomo  solo! Guarda....
E aveva fatto saltare la molla della valigia, ed erano apparsi, bene ordinati nei casellarii, vasellini ed ampolle, incamiciati dai cartellini di varii colori e di varie forme.
- Queste, queste - additava l'Aquila - le sue medicine! Ma non credere che dieno la vita. Dnno la morte. Sono veleni. Egli si inebriava, a sera, dopo le faticose giornate di clinica, a comporre sostanze micidiali. Ne cre talune di inaudita veemenza. E non uccise alcuno. Nemmeno s medesimo. Eppure, ridendo triste, si nominava liberatore dell'umanit!
E in cos dire si erano animati i magnesii negli occhi grigi del rapace; le sue lunghe braccia, gesticolanti, mimiche, declamatorie, dividevano l'aria a spirali, a giri, a vortici; il Duca rammentava come l'avessero avvolto, come gli fossero mulinati intorno intorno le parole, le ondulazioni, i veleni, stampando ogni, sorta di linee nella creta impressiva del suo spirito.
- Nemmeno s medesimo! - aveva proseguito Bertramo, con tanta gioia che parea cantasse. - No. Lo sorprese l'ultimo istante. Stava nel suo letto, tranquillo e come sdegnoso; pur non senza dolore nelle virgole truci dei sopraccigli, sopra gli occhi rigidi come sguardi scolpiti; una vecchierella gli annunziava la visita dei discepoli; egli rispondeva: - Dite loro che muoio! - Me solo ricevette; i nostri occhi s'erano ammirati in una sala di vivisezione, ed egli m'aveva confidato un poco dei suoi lavori segreti. Che combattuta morte fu la sua! Taceva, e gli occhi posati su me talvolta, pieni di uno splendore di lagrime, non per vili, sembravano dirmi: - Intendi: per anni e per anni e per anni avrei potuto rimescolar le sostanze e comporre i veleni! - Oh, se il mio cervello e i miei muscoli avessero avuto in qualche modo la virt di trattenere su la terra quello spirito! Oh, poterlo restituire al suo sogno fosco! a pestare le polveri, a stillare le essenze nelle fiale, a preparare strumenti infiniti al caso che passa e al caso che meditiamo....
.... nella nostra filosofia! - aveva aggiunto.
E allora, fra le sue mani, rapidi, l'uno dopo l'altro, multiformi, variopinti, confusi, le fialette, gli astucci, i bossolini, i barattoli, dalle chiusure ermetiche e dai suggelli di cera, erano passati; le nocchiute dita di Bertramo li palpeggiavano, articolandosi intorno a loro voluttuosamente come branche di cancro; ed egli, il Duca, con la sua turbata anima, aveva visto rincorrersi nella pinzetta di quelle dita i liquidi dal colore del vino vecchio, di cui nessun palato poteva gustare la seconda stilla, le polveri cristalline e profumate, le asticine di color verdognolo non pi grosse di un ago, imprigionate in un confetto di vetro; e Bertramo diceva: - Sono tesori; e questa valigia  un forziere di sterminate ricchezze. Io posso dileguare tutti i tedii e le instabilit e le ombre; - ed egli, ascoltandolo, s'era sentito librare su la concentrica cavit d'un vortice, dove le forze sue ragionevoli venivano ad una ad una rapite ed annullate nell'ultimo centro.
E Bertramo si dava festa, con un ditirambico giubilo; Bertramo, tendendo le braccia, esprimeva nodi d'arterie, corde di muscoli turgidi, quasi in atto di lottatore che dispone il suo corpo all'assalto. Nella penombra, la sua persona si trasfigurava, staccandosi le parti chiare in contrasto violento con gli scuri. Il piacere che ei concepiva delle sue formule annientatrici cresceva alla vista, giungeva a un'intensit straordinaria, parea fumare, rigurgitare dalle narici e dall'orbite. La volutt di sapere tutto il male gli schiamazzava nel volto, nell'insolenza delle iridi grigie; l'idolatria della sua gioia batteva in viso la creatura dolente....
- La mia coscienza contro la natura, il parossismo continuo del mio intelletto  questo: che io ho scoperto come in ciascuno di noi la potenza di dar la morte vinca mille volte quella di dare la vita. Una bomba, uno di questi veleni sparso nelle acque d'un fiume, uno degli strumenti micidiali che congegnano i costruttori di artiglierie, possono distruggere in pochi istanti un esercito, una folla, una citt; basta un coltello maneggiato dalla volont dell'uomo, perch sia sterminata tutta una greggia di pecore; e il piede di colui che calca la terra uccide, uccide, uccide.... La natura ha tenuto bassa in noi la facolt della generazione, ma ci ha esaltato come suoi mandatarii verso la morte. Mi senti.... - aveva voluto dire ancora. Ma egli, il Duca, non era pi capace d'ascoltarlo. Il terrore di quella gioia, fra le sostanze venefiche ostentate, lo aveva reso convulso. Gli pareva, per quel truce preambolo, che la porta non si dovesse riaprire mai pi, che le mura della torre dovessero avere una vittima nel loro ultimo Duca. Gli suonava alle orecchie un ronzo formidabile per la demenza di quella voce, come se una gran massa d'acciaio avesse tutta vibrato di suoni a una veemente e iterata percossa. E aveva steso per la prima volta le mani supplici. Ma quegli:
- Lasciami dire! Lasciami dire! Tu sei uno dei pochi ai quali si possa parlare! Tu comprendi tutto; i tuoi nervi ripercuotono tutto. La natura t'ha fatto triste per comprendere. Pensa che in questo momento il dio comunicativo si agita in me, e che queste ore tornano rare, e che io sento dal tuo respiro affannoso l'attenzione e la prontezza dell'ascoltatore.
- No, no, Bertramo!
- Io ti direi le idee mie sul passato e su l'avvenire! Non vuoi?
- No, no, te ne prego!...
- Perch?
Con un brivido egli aveva risposto. La paura s'era svelata, bianca, nell'anemia del volto. Quegli lo salut con un riso gagliardo, trangugiando il dispetto; indi aperse la porta, lasci entrare dal ballatoio un soffio d'aria greve e muffita. Egli ricordava essere allora risorto come da un immenso abbandono, aver con gli occhi vaganti impetrato caninamente qualche tenerezza, aver teso al suo dominatore una mano candida lieve oscillante come una farfalla, averla ritratta con la stessa indecisione, essere uscito, tremante ancora nell'impaccio del pnico; pareano due sbarre di ferro le braccia di Bertramo aperte beffardamente mentre cedeva il passaggio; e non pi mai s'era detta fra loro parola di quel giorno ambiguo, di quei veleni e della sua annichilita vilt.
Ora il Duca si tuffava nel ricordo come in una fossa di calce viva; si chiedeva come da tanta abiezione d'orgasmi sarebbe potuto sorgere in lui un giusto giudice di ci che fosse Bertramo. Un'estrema inquietudine, un senso di corrosione invisibile, di tarlo che adunasse una centuplice diligenza di tarli, erano penetrati nel castello con quell'individuo. Ma era veramente colui l'inquieto? Era egli la forza rodente? O non piuttosto in s medesimo e nella propria immaginativa d'isterico dovea cercarsi il riflesso angoscioso alle aride teorie della Morale della morte? - Quest'uomo  il veleno che mi disorgana, - egli lamentava negli intervalli dei sogni affidati alle sue pergamene; - io non so se faccia sul serio o se interpreti una sua concezione grandiosa della commedia; io non so se sia sincero o se sia frodolento; io non so se mi voglia legare con qualche vincolo mentale, o se io gli sia l'organo necessario dell'ascoltatore e null'altro; io non so se debba gettarmi innanzi alla sua porta e scrivervi parole d'ammirazione sconfinata alla sua libert, o se debba scongiurarlo d'andarsene per la nostra salute; io non so se debba tutelar qualche vita contro le sue medicine; io non so se avrei la forza di allontanarlo da questo castello che in pochi giorni egli ha tutto infeudato a s.
Nel suo dubbio, il Duca sentiva di s come una creatura in ceppi che persegua con gli occhi le violenze d'un despota e fantastichi di poter essere la sola ribelle salvatrice d'oppressi, essa inceppata.


 5.
"In anima vili."
Buss alla porta qualcuno e tolse il Duca a s stesso. Era il suo servo Giovanni, il vecchio dagli occhi d'agnella: gli annunziava la visita mattutina dello speziale, del merciaio, dell'ostiere e di tre contadini.
- Elettori! - sorrise il Duca amaramente, levandosi: e guard la testa china, dimessa, del vecchio ossequioso presso la soglia, del vecchio taciturno che aveva veduto ogni pi impercettibile esteriorit del suo drama, e non aveva detto verbo n mosso palpebra alla dipartita di Laus: molte volte egli aveva sentito un desiderio irrompente di stringersi al petto quella testa canuta, e non l'aveva fatto, e non l'avrebbe fatto mai! Cos ogni cosa gli si accompagnava con un rimpianto.
Elettori! Lo speziale era andato primo a soffiare nella vicina cittaduzza il proposito d'una candidatura del giovine Duca: lo aveva dipinto serio, raccolto negli studii, senza alterigia coi villani, bench per loro incomprensibili certe sue abitudini, come del resto le abitudini dei signori sono tutte: se egli accettava d'essere eletto, non c'era alcuna ragione di non eleggerlo, essendo stata la deputazione gi assunta dai padri suoi come un privilegio del feudo. V'era bens nella cittaduzza un piccolo avvocato che accennava a spiegar vessillo contro un siffatto vassallaggio dei diritti civili: ma il nome del Duca suonava forte da troppi secoli, perch l'industrioso ingegno dell'avvocatino ne potesse rimuovere i partigiani inconscienti.
Ora lo speziale era ogni secondo giorno al castello, accompagnando le mezze dozzine di contadini che salivano per antica costumanza a dar notizie dei loro campi al signore: pi scarse le notizie dei campi in quei preludii di lotta politica; pi frequenti le divagazioni del giovane Duca nelle idee che gli erano care: strane e indefinite idee d'amore a tutti gli uomini, senza alcuna rinuncia alla sua autorit. Imperocch il Duca, comunque trascinato dal proprio pensiero a una concezione d'universale fratellanza, non sapeva staccarsi dal ritegno grave e imponente degli avi.
Quando usciva dalla sua solitudine per venirsene in mezzo agli uomini, egli si sentiva arrestato da una sorta d'aspettazione ostile. Cos quel giorno: e parve guardarli dall'alto allorch essi con rispetto lo salutarono: sei inchini: lo speziale, grosso e tarchiato, nel mezzo: presso a lui, come satelliti, l'ostiere dal naso camuso su la tozza faccia, e un contadinone dall'arrogante catena d'oro sul panciotto di velluto; dietro, come genti minori, il piccolo ebreo battezzato che faceva il merciaio e i due altri rustici, un giovanotto ed un vecchio. Tutti, nella sala dalle larghe finestrate a pieno sesto e dalle tappezzerie nobilmente soffuse dell'ombra dei tempi, apparivano gente straniera, deforme, quasi intrusa, atomi d'umanit anonima, male animata fra le anime solenni e i grandi nomi storici delle cose.
Il Duca si pent subito dello sguardo cadutogli dall'alto su quegli uomini: cerc di far colare un'espansivit pi calda nella mano che stringeva le loro ad una ad una: domand teneramente al vecchierello che pareva, pi impacciato degli altri, si volesse nascondere dietro le spalle del loro duce:
- E il frumento?
- Ha messo la spiga.
- E il granoturco?
- Foglia. M' cresciuto sotto gli occhi. Ora mi arriva gi qui.
E il vecchio mostrava, poco pi gi delle spalle, un livello sul petto.
- Ti arriva all'altezza del cuore! - sorrise il Duca.
Il vecchierello giubilava. Ma il suo vicino intervenne ad amareggiarlo: era un giovanotto biondo, dall'occhio di perla glauca, vacuo, fuorch in un vago punto di pupilla che sapeva fissarsi e sognare e vacillare un momento, prima di tornarsene alla compostezza del vuoto.
- Da quando lavoro io la campagna di mio padre, le annate si fanno pi grasse. Ma il vecchio brontola e vorrebbe tornare a zappar lui la sua terra. Dice che se la terra frutta e se i frumenti vengono su pi pieni,  una stregheria e non un mio merito. Ditemi voi, monsignor Duca.... devo io tornare a far la vita del legnaiuolo pitocco nel bosco, quando ci ho la terra e la mano e l'anima del contadino e l'aiuto della Provvidenza? Mi  tutto il giorno a guardare nel campo, il vecchio; e perch non gli lascio fare altra semina, io credo che vi semini malocchio. Dite voi se non  venuto il mio tempo e se non  giusto che adesso egli si contenti di guardar bollire la pentola, che gliela riempio io!
- Orvia, Mene.... non ti accorgi che Monsignore si annoia di queste tue spacconate?
Cos l'ostiere di su la grossa voce al vanitoso. Ma lo sguardo del Duca ebbe un rimprovero cos dolce e discreto, che il petulante ostiere si rimangi la sua gran voglia di parole; e allora finalmente, incoraggiato dalla malizia fine e discreta onde l'adocchiava il merciaio, salt su lo speziale: e prima si rivolse ai contadini e poi al Duca, con la coscienza larga dell'intermediario.
- Siete buona gente; ma guai a badare a voi! Monsignor Duca, che sar il nostro deputato, sa tutto quello che vi ci vuole, e un poco ne so anch'io! Io vi darei della porta sul muso; ma egli  tanto buono e cortese, che vi far mille benefizii.... E tu, Mene.... adesso il signor Duca dovr ridere.... e tu dovrai piuttosto narrargli come sei venuto quel giorno alla mia bottega per domandare se avessi qualche droga da spargere sui frumenti contro il malocchio di tuo padre. E sai che t'ho dato? Sai tu che t'ho dato, ragazzo?
Tutti aspettavano con sommessa curiosit, come fosse per venire il giudizio della vita eterea: ma il Duca, nel suo pallore malinconico, non aveva sorriso: e il robusto gallinaccio s'affannava a farsi salir sangue alle gote e faville negli occhi contro il giovinone intontito dalla vergogna di sentirsi esposto:
- T'ho dato acqua pura! Aqua fontis da spargere, di mezzogiorno, su la siepe del campo! Cos le rape non si sarebbero mutate in sassi e il frumento avrebbe mangiato le radici della malerba! Aqua fontis t'ho dato, e tutto il resto te l'ha dato il buon Dio! Che ve ne pare, Monsignor Duca, di questo figliuolo?
Splendeva di cortigianeria insinuante interrogando. Pens il signore: - I buffoni degli avi miei valevano meglio che questo faceto rospo didattico. - Mene, svergognato, arrabbiando di non poter celare nulla della sua immensa persona, abbassava su gli occhi le palpebre come visiere, tutto fiamma nel viso e contrizione: se non che le digitazioni lente e balorde intorno alla falda del cappello girante tradivano l'impulso del sangue offeso. L'ostiere cercava con gli occhi l'astronomia del soffitto; il vecchio contadino s'aggrinziva in un risolino sottile, forse precedente, forse sostituente il pensiero; il terzo contadino accettava e non accettava lo scherzo, con varie pose istantanee del volto; il silenzio del Duca avviliva il merciaio al pari che lo speziale, e l'uno e l'altro consumavano celeremente la loro provvigione di pazienza.
Sentiva il Duca di dover parlare. E gli sembrava, in quei frangenti, una sua prima parola dover essere simile ad una mano che s'allunga s'allunga, soccorrevole, benefica, e finisce con l'impigliarsi in una beffarda ragna, dov' fatta accorta della sua illusione. Quell'ignoranza, quella rozzezza, quella primitiva gelosia dei campi, gli intralciavano nella testa come l'intrico d'una vita composita, diversa dalla sua, nella realt, nel sogno, nella storia dei secoli: e veramente, fino ai primi vampi delle rivoluzioni democratiche, i padri di coloro eran vissuti rispetto ai suoi padri come una specie d'animali domestici. Nell'udirli parlare, si annebbiava pi che mai entro il Duca la fede che un giorno tutti gli uomini sarebbero l'allegrezza di tutti gli uomini. Come mai costituire un vero regno terreno della giustizia, se gli orgogli degli uomini si manifestavano soltanto in un distacco dell'uno sull'altro? se a lui stesso ripugnava il coraggio di mettersi a ragionare coi semplici? e se questi, per diffidenza della creatura estranea, gli stavano dinanzi come spauriti?
E lasci scorrere l'istante poich non trov la parola; e diede altra volta al discorso.
- Vi ringrazio - disse - di osservi ricordati di me e di volermi bene. Che fa il signor curato? Voi, Marco - e mise in lingua lo speziale - gli avete portato i saluti da parte mia? Lo dobbiamo ancora considerare contrario alla mia elezione?
- Contrario?... Questo no!... - e lo speziale, liberato da un peso, parve dibattersi sotto un altro e maggiore. - Il signor curato ha le sue idee d'uomo di chiesa; trova che Monsignor Duca, se posso dirglielo,  poco religioso; insomma, si sentiva meglio col padre di Monsignore.... Erano amici stretti, ed egli se ne rammenta con orgoglio.... Ma se voi proprio lo voleste, don Filippo non sarebbe difficile: poich, infine, ha avuto grandi beneficii dalla vostra casa....
- A voi che cosa ha detto, padre Broso? - il Duca si rivolse al vecchierello; e gli occhi di questo saltarono su come spiritati: onde parve che la domanda volesse confonderlo.
- A me ha detto.... a me ha detto.... che prima votiamo per il diavolo e poi per quell'avvocato della citt, che vi si mette contro.
- Appunto! Appunto! - interloqu lo speziale, cogliendo l'opportunit d'esser lui alla prima occorrenza. - Questo  il suo contegno. Non dice nulla per voi. Ma non ne vuol sapere dell'avvocatino. Talch finir con l'essere dei nostri. E non potrebbe fare altrimenti, con quelle novit d'Inferno che si spargono per tutto il Regno!
- Voi le sapete, le novit? - chiese il Duca. Il candidato alla deputazione non leggeva giornali; a poco a poco, nel dimenticatoio di quella valle, s'era rotto ogni vincolo suo con gli avvenimenti del mondo.
- Le so.... le so.... Costui mi d a leggere ogni giorno la sua gazzetta.... e qualche cosa n'entra anche nella mia zucca....
Ed accenn l'ostiere; vecchio falcone della politica, lettore, chiosatore, interprete della sola rugiadosa gazzetta di chierici che giungesse ogni giorno al paese, costui passava per un uomo evoluto in larghi orizzonti.
- S, mio compare Marco, - disse con alta pretensione, - voi che avete studiato, la leggete ogni giorno la gazzetta! E magari cos la leggessero questi altri, ch saprebbero quanta peste e confusione vengono al mondo.... Di voi non dico, padre Broso, che avete almeno imparato per quali vie di preghiere si arrivi all'Altissimo.... Ma costoro - e indic i giovani - stavano meglio a scuola dalle giovenche quando le menavano ai pascoli; e il maestro non ha fatto nulla delle loro zucche vuote; io parlo loro ogni giorno; ma credete essi sappiano perch andranno a votare per voi? credete essi sappiano quale fiumana di malvagit s'avvicina?
- Che cosa , che cosa , questa fiumana? - lo interruppe il signore, estenuato da tante forme preambolari che imbottivano i loro discorsi, combattuto fra la volont di comunicare con quelle oscure forze umane e il tedio della sua affinata mente a contatto con gli intelletti plumbei.
- O signore, nuovi tempi, bandiera rossa, bandiera tinta di sangue!... Il nostro vecchio re  malato e sta nel suo palazzo; per lui governano i ministri; e sono pur troppo gente sbattezzata: ognuno di essi ha gi tanto fatto da meritare il capestro! Rubano, e al popolo che ha fame insegnano a rubare: poi lo mettono in carcere. E il popolo, tutto nero di peccati mortali, fa la rivoluzione e va all'Inferno!
Questa volta il Duca sorrise, e sorrise tenuemente anche il piccolo ebreo: a quella confusa diavoleria di concetti politici la sua vecchia e compressa sagacia d'orientale si ravviv nella pupilla, e in quell'omiciattolo fuliginoso e brutto, il Duca indovin in quel momento un subdolo fratello della sua intelligenza. Entrambi trafficavano su gli esseri rozzi ed inesperti, le parole dei quali erano il riso dei loro pensieri. E l'angoscioso si agit, reag, si pent, ripens ai buffoni dei suoi maggiori, avvilimento della loro vita despotica; spinse incontro ai contadini la sua anima piena di rimorsi.
S'inform con sollecitudine: - Davvero succede questo? - La sua confessione d'ignoranza rese gli occhi dei valligiani pi stupiti, pi acquei, pi larghi; e non riusc a scusarla che con una adulazione serafica a s stesso: - Io vivo cos fuori dal male di questo mondo!
Lo disse appena e gi ne fu pentito; e pi perch si accorse di esser piaciuto per quelle parole.
- Peggio, signore, peggio di peggio succede! - inve l'ostiere. - Dovreste leggere le gazzette....
- E lo vedrete all'assemblea! - salt su lo speziale. Ma il politicante avea preso una corsa a sghimbescio, da cavallo adombrato che d contro gli alberi e i muri pazzamente:
- Il re non  pi re! Il governo non  pi governo! Dio  perseguitato! Satana  su l'altare! Il mondo  il rovescio del mondo! Se non viene il giudizio universale, io non so chi possa pi mettere le cose a posto! Ma il giudizio dovranno farlo gli uomini; se ce ne saranno di quelli che m'intendo io. Uomini di buona lega, uomini di stampo antico, ci vogliono; e voi vi unirete a quelli, Monsignor Duca, e si far della nuova rivoluzione quello che l'illustrissimo vostro avo Alfonso ha fatto contro i Giacobini dei suoi tempi!... Non siete anche voi di quel sangue, piaccia o non piaccia a don Filippo? Ah, l'illustrissimo Alfonso, quello era un uomo! Certi sbarbatelli della citt avevano confitto un albero sacrilego proprio innanzi alla chiesa e vi danzavano intorno con una scandalosa mattana. Venne il vostro signor avolo, ch'era giovine allora, voi lo sapete; venne con una banda dei suoi contadini: e si precipita addosso a quegli scomunicati, e chi acciuffa questo, e chi ingobba quello, e chi fa grugnire un altro, e chi lascia un altro per morto: e con le loro mani son costretti ad abbattere il proprio idolo: e poi a calci, a schiaffi, a carezze di buon legno, sono cacciati fuori dalla citt e se ne vanno per il mondo, alla mal'ora!...
- Tacete, Roze.
Un seggiolone raccoglieva il Duca: quelle memorie delle antiche violenze erano passate su la sua fronte come il fiato pestifero dell'orgia: non pens pi i buffoni dei suoi maggiori, ma i loro carnefici: e credette che all'improvviso quelle sei mansuete belve del suo villaggio, cos impacciate e cos timide alla prima apparenza, si strofinassero contro di lui per domandargli quando avrebbe dato l'ordine della carneficina. Si spaur dei loro pensieri che gli celavano: gli parve che, malefici ed iracondi, lo circuissero, lo premessero, cercassero smuovere a violente gesta la volont inferma: nel risolino connivente dell'ebreo battezzato, negli occhi sanguigni dell'ostiere, nella risolutezza gloriante dello speziale, nella musculatura bruta di Mene, perfino nelle falcate e masticanti mandibole del vecchio Broso, la sua imaginazione vide altrettante figure d'un incubo che lo premesse in un cerchio d'idee cozzate.
I visitatori si guardarono nei volti, interdetti dall'improvvisa calata del silenzio, non supponendo che l'evocazione del passato avesse fatto fremere nel Duca il terrore dell'avvenire; il perso colore delle pareti e la leggiadra degli archi repressero quei sei nella loro materia sorda e muta, della quale sentirono l'inquietudine come un'onta. Pure stette paziente il loro cuore sotto la zampa del silenzio. Solo il Duca divorava con penosa febbre quegli attimi: - Che uomo vedono essi in me? Che analogia mi trovano coi miei avi? Non  forse verdeggiata sul vecchio tronco un'anima nuova, un'anima intelligente e blanda? Che parole trover io a far loro comprendere di non volermi mandato all'Assemblea per contendere in lotte feroci, ma per dedicarmi a un'opera d'amore? Non sono io stolido se lascio continuare fra me e loro questa bugiarda commedia e se voglio essere per inganno l'eletto incompreso di questi semplici?
-  tempo che vi leviamo l'incomodo, - disse lo speziale togliendosi dalla seggiola, poich vedea gli occhi del Duca sempre pi meditabondi e lontani.
- No, - si riscosse quegli, - non andate via cos!...
E continuava a lasciar stillare il pensiero per suoi filtri, e coloro soffrivano vagamente. Ciascuno si frugava per qualche parola opportuna. Nel cervello dell'oste, come la stilla su l'orlo del vaso, era un'idea esitante: - Chi sa se gli narrerei cosa nuova, narrandogli che si prevede la morte del Re? - E non ardivano seder di nuovo; e, in faccia a quel tormentato, erano tutti in piedi come le stalagmiti cresciute insieme dall'acqua calcarea, che s'aguzzano accanto e non possono comunicare.
- La mia testa si sente oggi cos debole! - confessava l'angoscioso, e con le dita cercava l'impronta della sua inettitudine sovra il piccolo cranio, scomponendo quei serici e radi capelli biondi che parevano doverne piovere gi ad uno ad uno. - Io vi so attaccati alla mia famiglia; me ne avete dato prove anche oggi; non vorrei lasciarvi partire senza dirvi almeno qualche parola d'amico, qualche consiglio da buon fratello. Mi sembra mio dovere parlar schiettamente con voi....  mio dovere, non  vero?
Cercando, si ripeteva. Ma pi tentava di concretare in parole accessibili al popolo qualche vaneggiante Vangelo della sua fantasia, e pi lo coglieva l'idea d'un balbettamento, poich i pensieri fuggenti in lui si solvevano come onde su onde nella informe continuit d'un mare. Talch fin con l'aver dato a ciascuno la mano, senza dir nulla, guidatore di popoli impugnante una fiaccola spenta: e li accompagn fino alla porta: e rispose agli inchini con un inchino e con un sorriso di malinconia: e che fossero usciti gli sembr un sogno: e pi che le formule inciampanti del loro commiato, gli colpirono l'orecchio certi suoni di pianoforte che venivano dalla stanza di Bertramo, certi accordi d'un sognatore maledetto che volgeva contro la natura la sua facolt di musica.
- L'arte, l'arte, - egli mormor, - l'arte pi facile allo spirito che la vita! - And alla finestra: e vide le sei figure campeggiar nel sole, coi loro dorsi arcuati di cariatidi, con certe mani disputanti che sembravano dire grevemente la liberazione dal silenzio e il gusto di vivere e di contendere da pari a pari. Malcontento di s stesso, ingombro dei pensieri che non avea saputo manifestare, oppresso dall'ombra della propria vita che vagolava sopra di lui come una nube, egli tese ancora l'orecchio alla musica di Bertramo: ed erano adesso accordi energici ed aspri. - Lvati, o anima, - dicevano, - e cammina! Non temere della voce brutale che scuote l'essere! Questa voce, irrefrenata, baldanzosa, irrompente come la generazione,  la forza che vince ogni altra nell'uomo! La concepisci, o anima: sii dunque forte!
E il Duca aveva gi temuto della propria voce!
Ansava ora dietro alla musica come forzasse una corsa. La sua mano di giglio movea nell'aria le figure del ritmo. A poco a poco lo afferrava l'impeto del destino. Ma come gli accordi tacquero, ricadde inerte la mano: la citt futura, dove egli entrava trionfale, avendo redenta dall'ipocondria la sua esistenza con una efficace opera di saggezza e d'amore per tutti gli uomini, la citt futura si dissolveva, come Pompei, in un sepolcreto di ceneri: grigie minute ceneri coprivano le vie d'un tappeto uguale, si rovesciavano fluvialmente negli atrii delle case scoverchiate, e gli abitatori uscivano da quelle case con visi squallidi e muti, raccogliendo intorno alle membra le vesti cineree e cercando con gli indolenti occhi un'altra patria, un'altra patria nell'infinito....
Il Duca si restrinse in s come se nel suo petto gravasse qualche immenso peccato, e per tutto quel giorno, ad ora ad ora, si ripet in lui la propria disfatta nel colloquio con quegli uomini e nella suggestione vana di quella musica: ed ebbe bisogno di lagrime e di parole; n trov il coraggio di piangere, n la volont di parlare: poich evit di vedere Bertramo e Zoilo, come se essi non gli fossero ospiti.
Alla discesa del sole, quando seppe che il sofista si era rinchiuso per suoi esperimenti chimici nella cella del mastio e che Zoilo era ito nel villaggio a sue tresche, il Duca si stacc dai faggi famigliari accerchianti il castello e i suoi passi d'ipocondriaco obbedirono al declivio della dolce collina. Le ordinate prospettive dei campi, con i loro frumenti livellati, distendevano il pensiero su la placidit delle loro spighe mollemente confuse. Gli stessi monti, anche nelle loro pi aspre ruine, si adagiavano nel corso delle visioni e delle idee con aspetti docili. Ogni forza opprimente pareva fuori dalla Natura; l'intera esistenza visibile aveva smesso ogni ribellione e ogni lotta.
I contadini salutavano il lento viandante:
- Iddio vi salvi! - e si sberrettavano, scoprendo i capelli flavi. Il viandante accettava il saluto, illudendolo un senso d'amore. Rimarginavano le piaghe nel profondo dell'essere. Rispondeva:
- Salute a voi! - armonizzando le sue parole a una letizia delicata e temuta fragile. Gli piaceva di credere, ma non come si crede al vero, che in coloro non fosse mai stata verso di lui malevolenza, o sospetto, o invidia, o rimprovero, o sarcasmo; ma che l'avessero sempre amato, ciecamente, tacitamente amato, come egli amava in quell'ora tutte le cose e tutti gli esseri terrestri. Il suo soffrire assunse una larva tanto tenue che egli credette per un momento all'oblo.
Si trov innanzi alla chiesa. Consider la facciata ingenua, nuda d'ogni ornamento, nuda come una fronte: tale era uscita dalla mente dell'artefice antico, quasi gli avesse dato consiglio la sola necessit. Si schiar allora perch il campanile sembrasse un fratello dei faggi. Gli sbocciarono incoerenti parole: "famiglia d'anime antiche". Denomin il tempietto: "una casa della natura".
Indi non pieg verso il villaggio, bens prese alla volta del fiume: ne percepiva il frusco di richiamo. Man mano che si avvicinava all'acque, la commozione guadagnava il suo spirito; l'onda rendeva due note tenute e solenni, sovrapposte con ingegnosa semplicit; i ranocchi, su i prati umidi, nell'acquitrinoso arruffo d'erbe, gemevano, insodisfatti della natura, con un sublime pettegolezzo sinfonico; altre armonie si propagavano quindi e quinci per le onde sonore, che attingevano ne' silenzii lontani i misteriosi modi di placarle e di fonderle; spettava all'uomo di toccare le corde d'un'arpa. E qual canzone? e qual canzone? La ansiosa del cuore umano, o la ideale e contemplativa canzone in gloria dei fiumi che traggono con l'acqua nel tempo eterno i loro eterni di? O una canzone che stemprasse il cuore nell'acque, attirando a musica il moto elementare della materia e indovinando nel loro nascere tutte le linee e tutti i ritmi della vita? A chi avesse nel suo cuore un'arpa era propizio il momento a cantare: rispondono i fiumi continui ad ogni canto: e agli uomini che hanno sciolto su l'acque correnti la propria anima, ritorna essa fresca e rorida, pregna di profumi mai pi creduti, profonda come il tempo e immensa nel suo turbamento come l'anelito di tutto ci che va.
- Ben cantato, o mio pensiero! - gio l'angoscioso nella sua tregua. La fantasia gli si apprese a imagini di fiumi, di laghi e di mari, specchi fuggenti e specchi immobili, quanti ne aveva contemplati ne' suoi anni da tutti i lidi. Ide una fanciulla dagli occhi meravigliosi per inquietudine e per mutamento, occhi nei quali nessuno osava guardare; e come i fiumi, come i laghi, come i mari, cos quegli occhi assorbivano facce d'uomini pallidi, commossi, affascinati dall'eccesso del sogno. Am la propria poesia: la fanciulla senza tempo, senza nome, bella senza fine, gli parve degna di governare fiumi, laghi e mari per i suoi desideri. Il maschio platonico si lev in lui, ebro della visione.
Fra due vette di monti velocemente usc la luna; boschi di pini, creste di roccia, spaccature di baratri, si profilarono nei raggi della cerchiera d'argento. Allora la musica del fiume, tra canneti, tra cespugli, tra fusti slanciati e ramaglie serpentine e fogliose, e strascichi di vegetazioni avviluppati dall'acqua con un brontolo, prese il colore della notte, un color misto d'onda, di luna e di tenebre, d'azzurrino, di bianco e di viola cupo. Nei varchi aperti dai rami s'insinuava graziosamente qualche vaporoso aspetto delle lontananze terrestri; assumevano leggiadri moti tutte le ombre. Le preziosit delle gemme, gli occhi minerali risfavillanti, l'incastro delle tinte negli smalti, si destavano nella respirazione fugata dell'acqua, rivivendo quella suntuosa vitalit dei tesori che i poeti comunicarono ai vecchi popoli e che parve una stregheria delle notti di leggenda.
N il Duca os avanzare fino al greto del fiume, ch la magnificenza dello splendore intravveduto tra le fronde lo innond di emozione, gli arrest i passi. Scintillavano rugiade in cima all'erbe e sul contorno delle foglie. Occhi di gemme e di fosfori si fissavano su lui dalla terra, dall'aria piena di lucciole, dall'acqua piena di stelle. Tacquero i canti del suo pensiero; l'alambicco delle visioni s'incener nella fantasia; come dintorno era tutto popoloso e fulgente, cos dentro di lui la grande ombra della natura aveva una sovranit taciturna. - Io sono solo, - disse. - Io vengo qui da lontano. Non mi  dato di ravvisarmi pi nei luoghi; non v' accanto a me chi interpreti lugubremente la luce e l'aria. Tutto ci  troppo reale, e troppo vasto, e troppo meraviglioso. Io debbo andarmene fra le invetriate policrome a punteggiare d'atomi di colore le mie pergamene.
E ad un tratto, come se le avesse fino a quel punto covate il tesoro fluviale, gli pervennero voci umane. Un misantropico istinto di debolezza e di diffidenza lo colse e lo appiatt fra i cespugli che s'assiepavano; di qui tese l'orecchio, dubitando di un inganno auditivo, di una soperchieria della notte; indi accertandosi, distinguendo tre voci sommessamente modulate, tre vere voci dell'umanit. Due di donna e una d'uomo, ben nota. Nessun timbro pi dolce, pi suasivo, pi sfumato di seduzione e pi perfido che il parlare di Zoilo, come suonava allora nell'aria fatta armonica dal susurro corrente del fiume; n pi timidi, schivi e smorzati accenti che quelli delle sue ignote compagne. Era, fra i tre esseri, una strana melopea d'amore; ragionavano quasi tra le corde d'un'arpa. Alcune parole, spiccate con sillabe nitide, giunsero chiare all'orecchio di colui che ingelosiva dell'ignoto, rannicchiandosi, stringendo rami per frenare il palpito.
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- Non mi rimproverare, non mi rimproverare! - diceva Zoilo gaiamente. - Il nostro cuore  grande. E volete non starci in due? Io bacio te; forse mi mancano baci per lei? Tu godi ed ella gode. Nessuno sapr dare ai vostri corpi le carezze che io v'ho dato; e io voglio che siate amiche come siete ugualmente belle, e che parliate fra voi di me, e che studiate insieme come baciarmi, l'una, per esempio, fra i capelli e l'altra schiacciandomi il labbro coi denti, l'una sul collo e l'altra su gli occhi chiusi.... Oh, credetemi, da che io sono venuto, si ama per la prima volta in questa valle!
- Ti voglio bene ancora, - lo consolava la corda pi esile e pi trepidante d'una voce di donna giovanissima.... - Io far sempre quello che tu vorrai.... Vuoi che non torni pi a casa?
- Vuoi che io fugga con te? - l'altra voce fremette sopra una nota grave.
- Vuoi che io mi getti nel fiume? - delir la prima con uno slancio. S'indovinarono occhi ostili, di fuoco.
- Oh, il fiume! il fiume! - s'insinu serpentino l'amato fra le rivali. - Che ne sapete voi del fiume? Siete del paese; ma mi sapreste dire d'onde vengono l'acque?
- Dai monti, - disse la voce pi giovanile: una ingenua nota argentina.
- E dove vanno?
- Nel lago.
- E il lago?
- Dicono in altri fiumi....
- E tu sai tutto questo - egli scherz - e parli cos tranquilla di gettarti nell'acque? E tu non sai nulla di me e mi guardi cos tranquilla negli occhi? Indovini tu che cosa contengono, in fondo, in fondo, in fondo?
- Che cosa? - lo invest l'altra voce, curiosamente.
- La mia tristezza.
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Il Duca inghiottiva dolore con la saliva fino a rimanergli aride le fauci e agglomerata la sensibilit cerebrale in centri di ripugnanza e di fascino melanconico: non vedeva nulla: indovinava che le due donne avevano prestato fede alla insinuante cadenza della voce maschia e, immemori di tutto, s'abbandonavano su lui alle servili consolazioni della volutt e dell'oblo. L'aria non recava accento umano: era la densa congestione di silenzio entro la quale si compiono le rabide opere d'amore: tutta la musicalit della natura pareva non esistesse pi per l'orecchio spasmodico che si tendeva a rapire le pi tenui rivelazioni dei tre corpi invisibilmente intrecciati. Nulla.... Una libidine sorda. Poi un gemito di femina, rotto, rauco, anelante, come una sofferenza di fiera. Poi la voce di Zoilo, alterata dalla soffocazione, a mo' di un organo guasto e trepido non mai prima udito; e in quella voce la passione d'un nome:
- Viola!... Viola!...
E l'altra donna ruppe in un riso basso che parea chioccolo d'acque; certo non fu pi nulla in lei che non s'arrovesciasse nella impudicizia.
Viola! Il Duca dovette tenere il cuore, dovette tenere i visceri che traballavano nel loro involucro. Fra tutte le valligiane gli era stata cara Viola per il suo visino virgineo: e pi cara perch Laus l'aveva prediletta: molte volte in quella massa di capelli biondi le mani della Duchessa erano scivolate a cercare una testina di bimba per premerla al petto: mani carezzevoli e meste, gi piene dello sconforto del suo ripudio! Ora forse Zoilo teneva irretita in quelle chiome una sua mano violatrice e il viso bianco era gi cerchiato dalle ombre fatali della spossatezza e il corpo giovanile sapea tutti i brividi della resistenza, e dell'arresa, e della folla di lussurie: ora l'ibrido nodo di tre corpi, degno d'un lupanare e del trambusto ultimo d'un'orgia, non mutava quel viso di madonnina ovale e diafano nella rosa della vergogna! Zoilo aveva profanato un altare della futura citt degli uomini; era disceso dal castello a svergognare una vergine votiva; aveva rinnovato la tirannia dei feudatarii lussuriosi che malmenavano i pi bei fiori, prima che li abboccassero le bestie del gregge umano; le prepotenze istintive degli abitatori del castello cerchiavano ancora il villaggio come la caccia stringe una foresta; gli amici del signore imbelle ne irridevano la pia bont, sacrificando anime e corpi delle creature al piacere effimero, mentre egli, in un ontoso asilo di cespugli, fra le insidie ironiche della luna, era precipitato dai sogni astratti a spettatore delle turpitudini.
Il petto tratteneva lo schianto del cuore; le tempie trattenevano il battito delle arterie; le mani afferrate agli arbusti lo reggevano pi che le ginocchia; e le orecchie ronzanti si tendevano ancora in ascolto.
Gli pervenne di nuovo un nome:
- Martina....
L'altra sorella. Ne pareva gi presago. Questa aveva marito. Due giorni innanzi, Gianni, rampicatore arditissimo, gli aveva portato la spoglia d'un aquilotto. Forse in quel punto egli imbaldanziva nell'osteria di Roze, narrando qualche nuovo cimento. La moglie intanto era gi, in fondo allo stesso vituperio con la sorella. Martina e Viola: saltavano un nome e l'altro dalla strozza di Zoilo, fosca di cupidigia, poltigliosa d'una fanghiglia inebbriante: e i suoi baci umidi del germe della morte cercavano la bocca della sposa e la bocca della fanciulla, quasi a scambiarlo con un germe di vita, nella generazione del caso.
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- Tu mi getterai via! Tu mi getterai via! - singhiozzava ora Viola. Io non voglio perderti: io non voglio che tu mi abbandoni! Dove trover io un amoroso eguale a te?
- Sta zitta! - prorompeva Martina, e come da un fischio articolato si formavano le parole ne' suoi denti. - Vuoi che qualcuno ci ascolti dal ponticello? Vuoi che riconoscano le nostre voci? Non pensare a quello che verr e a tutte le tristezze che ci aspettano in punizione dei peccati: ora sei del diavolo: goditi e taci!...
E uno strido disperato ruppe dal petto di Viola; ma una mano le si abbatt su la bocca e la f gorgogliare: non seppe il Duca se fosse quella di Zoilo, se fosse quella della sorella: la dramaticit della scena si contraeva in lui confusa ed indistinta. Poi, quasi subito, ud la voce dell'amico suo, lamentevole e sazia, che riadduceva le donne alla calma con un egoistico desiderio di non esser turbato dopo i suoi pasti d'amore: forse, in quel momento, un aforisma ingegnoso di Bertramo sarebbe stato pi caro che le amanti a quel fascio di nervi rilassati.
- Orvia, donne, donne! Non vedete come io sono gi triste? Non comprendete che la vita  insopportabile? Non avete voi occhi, non avete cervello adunque, per intendere che ho bisogno di silenzio per la mia tristezza?
Ed esse tacquero: stettero certamente a guardarlo come un essere dall'anima inaccessibile e sovrumana. Piccoli singhiozzi ansavano ancora nel petto di Viola. Sdraiato in mezzo alle due amanti, con gli occhi fissi nel fiume, egli s'abbandonava a illeggiadrir di colori un'anima dolente, che gli era spuntata dall'esaurimento fisico:
- Io vi vorrei descrivere la mia tristezza. Vedete voi quelle pianticelle svelate dalla luna e che strisciano con un riflesso cos strano su l'acque: esse hanno qualche cosa di dolce e di doloroso che non si sa dire; esse sono umide ed umili in questa splendida notte; e cos  fatta la mia tristezza....
Esse ascoltavano.
- Andate - diceva Zoilo - presso la sponda: specchiate i vostri due visi belli nell'acque: voi vedrete un solo colore e una sola ombra che tremano, e su di esse una massa enorme e monotona.... che fugge.... che fugge.... Poi tornate su la mia bocca.... ma piano.... ma piano.... come se due donne morte venissero a baciare un uomo.... morto anch'esso....
Un'ombra si lev. Alla statura, il Duca la riconobbe Martina. Viola non si mosse; ma il suo singulto ruppe di nuovo, a scatti, pi forte.
- Ti fanno tanto male le mie parole? - chiese Zoilo.
- Mi stringono alla gola - ella pianse. - Non voglio che tu sia triste!... Perch sei triste se ti voglio bene?...
Ma ratta l'ombra di Martina ridiscese a terra e riaffond aspramente nell'idilio come una scure; ed il Duca non seppe quali bocche si fossero baciate in quell'incontro di labbra che schiocc nella notte.
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Alfine le tre figure sorsero dal giaciglio. Viola emerse prima, di balzo, scomposti i capelli, scorrendo il greto con passi incitati da qualche demone d'amore, di rimpianto o di gelosia. Zoilo, lento dietro di lei, puntava al fianco la mano, quasi a reggere l'alterezza virile di quel suo scheletro succhiato dalle lascivie: e l'altra mano era in quelle di Martina, che gli si appoggiava col mento alla spalla, forte e insaziata femina, divorante con gli occhi la carnagione di cera e il collo esiguo del maestro che ella aveva stancato.
Ma il Duca non ebbe occhi se non per Viola. Gli parve consapevole e tragica, cos solitaria. Verit dolorose s'erano forse aperte alla vista del suo intelletto. Si staccava ella dalla colpa altrui, e sentiva la sua, irrimediabile, per tutti i giorni della vita. Le mani contratte dell'osservatore storpiavano gramigne e si pungevano a spine, dando travaglio ai nervi esasperati, pur di frenare nel petto una volont di sospiri. Le anime dei tre amanti si riassumevano nel suo cervello, in una sovrapposizione complicata come un delirio.
Zoilo affrett il passo per raggiungere Viola. La cinse alla vita. Ella lasci fare; solo torceva il viso, sul quale pareva scender la fronte come la visiera d'un elmo: vi batteva il bianco metallico della luna. Incedevano tutti e tre a passi uguali: ora l'uomo veniva quasi sorretto dalle due femine: da una parte aveva un braccio convulso stretto al suo: dall'altra circondava strettamente una carne resta e irrigidita.
Abbandonarono il greto.
Il Duca li vide prendere il sentiero per il quale era egli stesso disceso al fiume; poi, dopo qualche passo, riabbracciarsi a tumulto, e due o tre volte le mani di Zoilo scrinir le due donne in una s violenta concupiscenza che pareva intorno intorno dovessero piovere a ciocche le chiome strappate. Come due cose pendule e docili, egli riattirava le teste alle sue labbra. Ma era esausto; e quello fu l'ultimo sfogo. Per un istante il Duca credette alla pace. Ma aveva appena, quasi a scacciare l'imagine afrodisiaca, rivolto gli occhi dalla parte opposta, verso i folti boschetti cedui che si scapigliavano al suolo, quando un'altra figura gli apparve, un altro essere che scrutava la notte silenziosa, ritto nell'ombra. Teneva gli occhi assorti su la via degli amanti e da gran tempo sembrava immutata la sua attitudine, plastica, con la sua lunga ombra innanzi a s nel candore della luna. Inarc il Duca le sopracciglia; spinse la vista a ricercare chi fosse l'ignoto; e perch la valle nei suoi freddi splendori tutta taceva, e perch s'animava all'improvviso di figure umane tanto singolarmente statuarie e mute, e perch il profilo dei tre amanti si staccava ancora su la nudit del sentiero bianco e frastornava ditirambico l'armonia della plaga, l'animo del signore trem nell'indagine con un nuovo sgomento, e il contenere il respiro gli divenne uno sforzo spasmodico. Che era tutto ci? Coloro procedevano inconsci. Colui li avviluppava nello sguardo consapevole. E tra i loro movimenti taciti e il tacito pensiero del solitario scorreva su e gi, lungo un filo invisibile, una germinazione di elementi ignoti. Forse odio e invidia, forse curiosit gelosa, forse irresoluta disperazione.
Era colui un indifferente, un ciarliero, un paziente, un pellegrino qualsiasi arrestato dal caso? Ma se fosse stato un innamorato: un innamorato invano? Ma se fosse giunto, se proprio allora fosse giunto il momento che una pazienza si dilegua, che un'attesa si rompe, che un gesto assorbe tutti i furori del pensiero e che un braccio snoda tutti i suoi muscoli contratti? Se fosse imminente il prorompere d'una forza oscura? se il caso avesse voluto lui, il Duca, spettatore gelido e agonizzante di un dolore che va fuor di s stesso e ruina, come corpo squilibrato, a trarre il drama dagli avvenimenti?
Ma coloro andavano. E colui li guardava. Andavano, senza altre soste nei baci; e gi le loro forme tremolanti fra gli alberi lasciavano dietro a loro, pi lontano, il rimpianto del fiume sul trigemino corpo fremebondo che aveva lasciato un'impronta cos strana su le sue arene. E colui li seguiva, docilmente incantato, accarezzando e forse incidendo con acidi d'odio i loro vaporosi contorni fra il frastaglio dei rami, e forse, nel profondo dell'anima, adunando alcunch di grave che toglier il sonno: il crudele rimorso di non aver commesso un delitto. E il Duca intirizziva nella rugiada.
Essi finalmente scomparvero; l'ignoto, in quella, si distacc dal suo rifugio d'ombra e cammin in piena luce di luna, con passo dolce, uguale, d'uomo indotto in pensieri. Apparve giovane e pastore. Il largo corpo si quadrava in una casacca guernita di pecora. La zampogna pendeva al fianco come un'arma. - Berto, il cantore! - lo riconobbe il Duca. Colui che guidava le greggi del villaggio ai pascoli alti ed era di bronzo contro le notti rigide della montagna e sapeva canzoni pi d'ogni altro nella vallata.
Imagin per la prima volta che su quell'ampio petto, affondando nella ricciuta lana, la testa di Viola si sarebbe posata come sopra un guanciale sicuro, senza offendere il proprio nume virgineo, ammansando la irrequieta amorosit di quel forte. Idealmente gliela colloc fra le braccia, pregna ancora dell'odor d'artemisia delle mani di Laus maternamente carezzevoli; e via traendo per le imagini, ingannando la fantasia con la volutt maniaca del sogno, pens dipinta la fanciulla nell'anima di quel selvaggio con una mistica raggiera come quella della Madonna; - e poi riebbe innanzi il greto, i tre corpi allacciati, gli episodii pi immondi della scena erotica, e imagin che colui avesse veduto ogni cosa e stesse ora lottando fra la piet e la veemenza per isvellere da s le radici d'un sogno.
- O Zoilo - egli disse - quanto male fai! Perch fai tanto male, tu, cos buono? - Bizzarra creatura del destino gli appariva Zoilo in quell'istante: dolce ed ignaro, nella notte placida, egli procedeva a risvegliar dolori, egli, vita gi piena della morte, egli, elemento pi tenue d'un soffio.
Risorse dall'erba ove s'era nascosto. La sua tristezza stese come una nebbia su i tesori del fiume; i suoi sensi si accorarono del candor della luna; dentro di s gli pareva cadessero lagrime, stille grosse, abbondanti, come lagrime di cera, un pianto funebre per il mondo ideale della sua mente. Rifaceva il cammino, lento e solo, poich tutte le imagini erano svanite, poich anche Berto s'era dileguato nel pensoso ignoto: un dolore di lancia uncinante gli si era fitto fra le spalle: e l'idilio osceno, ed il tragico stacco di Viola nel momento che s'era tolta dagli amplessi, e la ermetica taciturnit del pastore, gli rimescolarono l'anima come un profumo di umanit troppo ardente; ond'egli barcoll e si difese da quella moltitudine insensata con un nome che gli parve pi forte di s, ma suo uguale nella tristezza: - Laus! Laus! - la donna, la fedelt, il soccorso, il miraggio che fugge illudendo, la virt maliarda delle cose lontane!

6. 
Ironie.
La notte dopo la scena del fiume fu per lui notte insonne: la castit s'irrit pi che mai nelle sue carni, rodendolo per il malo uso al quale costringeva la propria vita fisica; l'imagine di Viola gli pass nella nitidezza della visione interiore con le attitudini di chi va ad un destino disperato, ed egli dovette opporle insistentemente la sua Laus lontana: di entrambe, per diverse ragioni, due diversi uomini avevano fatto scempio: entrambe erano esistenze malmenate e gualcite dalle imperfezioni dell'amore, cos che forse non si sarebbero riavute mai: la bellezza d'entrambe si levava con un lezzo di vita piagata; e in ogni dove, nella folla umana, i suoi occhi, disposti a cose lugubri, scoprivano la sanie delle stesse cangrene, il vacillare delle stesse creature distrutte e date al caso, che andavano per il mondo barcollando, incespicando ed urtandosi, senza colpa, istupidite dalla delusione del proprio destino, insensatamente. Le sventure di Laus e di Viola parvero enormi alla sua piet; l'una e l'altra am per la loro tristezza, come se non potesse amarle per altro fascino; ebbe dei loro dolori ignoti un agognamento cupido come la gelosia.
La mattina, Bertramo gli lesse nel volto la notte combattuta, e gli disse con un viso che pareva gioire di dispregio:
- Il tuo cervello somiglia oggi a Saturno. V' nel centro un grumo di materia che potrebbe trasformarsi in pensiero, e tutto intorno un anello di dolore fisico, brutale ed ardente, che distrugge ogni congiungimento dei pensieri. Tu divori dentro di te i tuoi figli. Recati oggi a perorare la tua causa presso gli elettori. C' il caso che ti comprendano!
Poco dopo portarono al Duca una gazzetta espressamente spedita a lui: egli scorse un lungo articolo su le elezioni vicine, incapace di leggerlo e nauseato dalla snaturazione arbitraria delle parole su le quali si fermava qua e l: e all'articolo seguiva, lunghissima, la lista dei candidati, e fra questi il suo nome, col contrassegno: conservatore agrario. D'onde gli veniva questo titolo? Chi gli indossava la divisa d'una schiera? Chi distingueva in un ordine schematico la sua ambizione civile, nata da un confuso dolore? Odi quel foglio: sent che Bertramo gli rideva dietro le spalle, e n'ebbe dentro di s uno sconvolgimento forsennato, che fe' tremare nelle mani la cartaccia dagli inchiostri untuosi.
- Ridi? - domand senza guardarlo.
- Ma che! Non mi son mai sognato di ridere. Sto serio. Imparo a rispettarti. Uomo solido, uomo di convinzioni! Agrario: non senti in questa parola qualche cosa di profondo e di robusto, una di quelle radici secolari che paiono andare fino al centro della terra e intaccano la vanga che le offende? E conservatore per giunta: qui t'imagini un quadrilatero d'idee, corazzato e chiovato formidabilmente; su di esso una testa d'uomo che mostra un cipiglio imperterrito agli eventi. Manda denaro a quella gazzetta! ti ha fatto un bel ritratto!
- Hai ragione, - concedette il Duca, rispondendo alle frasi, come se non fossero vestite di alcuna ironia. -  una mostruosit; io non sono ci che essi dicono; ti giuro che non furono mai pronunciati innanzi a me questi nomi di partito....
- E che cosa sei dunque? - lo carezz malignamente il suo persecutore. Il Duca aveva sempre gli occhi abbassati, come se l'antitesi lo mangiasse; cercava dentro di s le introvabili parole, pescatore di faville in un mucchio di ceneri; allacciava strambamente i termini della sua fluttuante esistenza, per modo che non pervenivano a giungersi mai.
- Che cosa io sono?... Non te l'ho detto, Bertramo? Non te l'ho detto una sera.... alla finestra: tu dunque non m'ascoltavi?
- E perch vuoi essere qualche cosa? - gli rimand l'altro, che aveva sempre la ferita pronta. - Sono io qualche cosa? Non sono n il conservatore, n l'agrario, n la campana: pensa sempre: non concludo mai: so che si muore: e aspettando, mi trovo bene tuo ospite: ecco tutto. Tu invece vuoi, e vuoi, e vuoi: e finisci con l'essere l'ombra di tuo padre: il conservatore agrario ch'egli  stato anni or sono!  colpa mia se ci trovo una grande distanza fra questa posizione politica e la Morale della morte? Non m'ascolti? Che hai oggi? Mi sembri affaticato. Hai pensato stanotte alla Duchessa Laus?  venuta la moglie a visitarti notturna?
- Bertramo, non proferire, tu, quel nome! - l'arrest il Duca rapidamente; e fu meglio una supplica che un divieto, meglio una voce sgomenta che una voce irritata; talch Bertramo sorrise come in un trionfo e l'abuso della sua forza gli scintill provocante fra le ciglia.
- Che massacro! Che massacro! - disse, quasi fra s. Poi, puntando il dito al Duca: - Alludo alla tua anima. - Poi, vociandolo fuor dalla finestra, al cielo intonacato di nuvole, con la sua ombrosa voce d'antro: - O mondo, ti consiglio io, sputa l'umanit; sputa l'umanit, se non vuoi essere la pi ridicola delle stelle!
E questa grossa invettiva, carreggiante, stritolatrice e grottesca, fu l'ultima consolazione che egli fe' passare su la fronte oppressa del Duca. Se ne and da padrone, battendo il vuoto dei corridoi coi colpi del suo passo, portandosi la delizia che hanno i despoti di essere violentemente odiati.
- Ma in nome di che? - proruppe il Duca, a mani giunte, verso la porta che s'era rinchiusa.
- Di nulla! - ripar in s stesso. - Queste sensazioni terribili si dnno per una fatalit senza nome. Bertramo mi uccide; io non emetter un grido: e che cosa  stato fra noi? Nulla, nulla. Noi stessi. Io lo tengo nella mia casa perch mi distrugga implacabilmente; e non se ne andr, e non lo caccer mai pi....
E guardava, con gli occhi assorti, la porta d'onde era uscito Bertramo. Colpi di tosse, nel corridoio, annunziarono Zoilo che giungeva; si aperse l'uscio e ne apparvero gli occhi sonnolenti; la poesia del dissoluto ch'era nel suo viso stentava a reggersi nobilmente su le spalle arcuate dal morbo e dalla stanchezza, bench resistessero all'uno e all'altra con sforzo visibile. Senza sorriso le labbra; ma dalla fronte alle nari quel fremito di vitalit che, in Zoilo, pareva una sfida. Il suo sguardo era diritto quanto quello del Duca malsicuro.
- Come stai? - chiese, quasi l'uomo malato non fosse lui.
- E tu? e tu?
- Non lo so, e non me ne importa. Il nostro medico non m'ha ancora veduto.... Ma tieni tu seriamente Bertramo per il nostro medico?
- E tu?
- Oh, io!... Io lo lascio parlare. Parla d'altronde con molta coscienza e con molta dottrina, quasi dimenticasse la sua medicina alla rovescia, la Morale della morte. Lo ascolto volentieri talvolta. Quanto a seguire i suoi consigli, non mi pare affatto che egli ci tenga! Non  un medico nello stretto senso della parola; ma un uomo molto istruito che dimostra con lucidit il processo della distruzione. Egli non mi ama; non tiene in alcun conto la conservazione della mia vita; ma insomma, se io desiderassi vivere qualche giorno di pi, me lo accorda e me ne insegna lo stratagemma. Io poi, finch mi sento vivo, non desidero vivere di pi: e quindi abuso il meno possibile delle sue compiacenti istruzioni. La mia medicina  la tua aria; mi sono fitto in capo che finch si rimane qui non si muore....
Tutto ci fu detto fra colpi di tosse, fra ingombri di raucedine, montando l'eccitazione con chiazze di rossore su la trasparenza del volto; Zoilo era peggiorato da ieri ad oggi; la febbre serpeva nelle sue vene; uno squallore di malinconia spaziava largamente sotto gli artificiali vapori della sua allegrezza. Il Duca ud con volto contrito la stramba apologia di Bertramo da quella voce rotta, che pur ieri aveva trovato le cadenze carezzevoli per l'incantamento delle due donne; per un istante sper proporre a Zoilo l'alleanza contro il sofista che li negligeva e la chiamata d'un altro medico, della quale si sarebbe forse adontato Bertramo; poi cadde la speranza, e s'impose al suo desiderio l'indifferenza sovrana del giovane per i proprii mali. Non os altro che domandargli:
- Tu sei contento dunque della vita?
- Duca mio, mi son sempre distratto con l'amore. Io ti compiango perch hai poco amato; ma io, ti dico, ho amato per me e per te, con tutte le bestialit, con tutte le angoscie, con tutti i pentimenti e con tutte le ricadute che intessono l'esistenza di chi si dedica solo all'amore. Sono stato in alto e in basso, secondo che le gonnelle balzavano al vento o mi trascinavano a terra nel loro ondolo. Conosco l'amore in ogni sua forma, in ogni suo segreto, e in verit non mi sono annoiato di vivere e ringrazio la sorte che mi ha messo al mondo. Tocca il mio cuore: batte, batte, batte!
- Ieri! Ieri! - una voce gridava nel Duca, mentre egli toccava il cuore e ne sentiva l'onda. Era curioso di quel cuore, che avea sparpagliato i suoi battiti su tutto un sesso meglio che su parecchie donne diverse, ed era forse venuto ad estinguersi nei silenzii del suo castello: ma quel cuore, che doveva contenere tutti i tumulti, non gli dava in realt che la sensazione d'un istrumento fievole, d'un piccolo congegno misterioso e penoso, d'una macchina irregolare e sciupata: onde i suoi occhi s'incontrarono in quelli di Zoilo con un'attenzione triste; e dalle labbra del malato sgombr il sorriso, come se la sua giuntera fosse stata scoperta.
- Zoilo, perch non curi i tuoi mali? Perch ti lasci andare cos? Perch hai voluto uscire, ieri, con quella sera umida?...
- Esco pure ogni sera. E tu non mi domandi mai il perch....
E non lo domand pi nemmeno quel giorno. Sapeva.
- Hai la febbre. Mettiti a letto oggi....
- No! - ed alcunch di fulmineo sprazz negli occhi del traviato; la intera sua vita s'intensific e si difese contro l'imagine dell'arresa alla morte. Ma poi i tratti del suo viso si disfecero in quella mestizia che il Duca aveva morbosamente cara come una parentela dell'anima; ed egli croll la testa; le orecchie staccate si inargentarono nel palpito inafferrabile dell'aria; la voce venne su sospirata: - Oh, un giorno, lo so, mi metter a letto! Letto e seggiolone, seggiolone e letto: povero Zoilo! quel giorno, se tu ci sarai, egli ti narrer i suoi ricordi; ti sfoglier le sue storie lubriche; si pascer con te dei corpi palpitanti e anelanti, delle membra che si lamentarono nel suo amplesso, delle bocche che si tolsero soffocate dal suo bacio, degli occhi trasfigurati che lo guardarono.... O amico mio, andiamo a prender aria! Ho bisogno d'aria! Ho bisogno di sentirmi penetrare da tutti quei nuovi spiriti che rinvigoriscono gli esseri nella mattina! Andiamo a veder verde, a veder sole.... e i fazzoletti rossi delle valligiane: come accendono bene il loro fuoco, in distanza!...
Tornava a sorridere dopo lo sgomento; una fanciullesca fantasmagoria gli raggiava dalla mente negli occhi. Il Duca amava Zoilo per quelle volutt brevi e fluide ch'egli sapeva cogliere nell'esistenza e che si componevano in lui come elementi di miraggio in un'atmosfera immateriale tinta di croco e di perla. Tutto veniva; tutto svaniva; quell'essere pareva abbandonato talvolta al gioco degli attimi come le foglioline del pioppo che avvicendano rapidamente la luce e l'ombra e non s'incantano mai, pur nell'aria pi calma. Non si sapeva se egli fosse giulivo o triste; ma i due toni erano acquarellati con somma leggerezza, fusi con graziosa ambiguit, su tutte le ali di farfalla che sostenevano il suo spirito.
Andarono per praterie cos verdi e cos folte che parevano volersi avviluppare al piede; fiori d'aquilegia tremolavano intorno a loro, violetti, con la strana quadrigemina coppa; margherite che avean bevuto una goccia di rugiada s'arrovesciavano sotto un peso di volutt; dietro i legni chiari delle chiudende s'ascondevano nelle macchie dei prugnoli e dei pomi le case montanare, di legno, dall'apparenza ruinosa, dai colori bruni ed antichi, innocenti e care al cuore per una grazia malinconica della miseria; il nero delle conifere e il verde graduato dei faggi si frammentavano, foscaggini repentine, nelle sinuosit dei colli; ma una vasta pendice erbosa e chiara dominava dolcemente negli occhi, andando incontro a quella i due viandanti.
- Duca, - diceva Zoilo, - io ti giuro che ho gettato via tutti i cattivi romanzi, tutti i semenzai di sensualit, tutti i poemi civettuoli e i bozzettini dall'odor di femina e i filosofi che sentono di deserto; non leggo pi, quasi; e se leggo, tu sai il mio ultimo idolo: Shakespeare. Lui solo, intendi, mi potrebbe parlare come un uomo in questa natura: mescermi il pensiero e il sogno, lo spettacolo e la canzone, con una gocciolina scettica di drama intimo: quel tanto che amareggi l'anima.... Perch non lo prendi a tuo consolatore?
Il Duca riudiva in quella tranquillit la voce suonata nell'idilio impudico della sera precedente; e rispondeva:
- I libri! Anche tu mi parli di libri!... Io non posso leggere.... Io non posso pi appassionarmi a ci ch' scritto nei libri!... Gli occhi saltano attraverso le parole; l'angoscia della vita mortifica le forme dei poeti cavalcandovi sopra a tumulto.... Io non debbo che sognare ad occhi aperti, sognare ad occhi sbarrati.... Non c', mi credi, se non l'impressione inaspettata d'una pagina torva e violenta, d'un pensiero di tetraggine e di fiele, che possa ancora reagire smisuratamente su questo mio cervello di sonnambulo e agitarlo per un istante e scrollarne quella perplessit continua che mi tiene cos sospeso in me stesso....
Zoilo gli sorrise candido:
- E tu volevi quasi propormi d'allontanare Bertramo?
Il Duca chin la testa; nella ottusit del suo pensiero passava, linfa sottile, consolatrice, una vena di tenerezza che andava da fiore a fiore: cos talvolta i crucciosi sono blanditi da testine di bimbi.
Ma cessarono i fiori; erano usciti dalla prateria e salivano lentamente per un sentiero fiancheggiato da siepi di corniole; incontro a loro veniva dall'alto una greggia di forse mille pecore, e dovettero mettersi da lato per lasciarla passare. Veniva innanzi, pallidamente giallognola, qua e l macchiata di nero, qua e l variata di nero e di bianco, come una massa sola, con un impulso ostinato e fatale, fluttuando, lasciando scorrer l'ombra lungo i fianchi rotondi, lasciando arricciolarsi le dorature del sole fra le lane: veniva, spinta da un minuscolo pastore, come volesse investirli e ad un tempo scansarli, intimidita ancorch risoluta alla inevitabilit della via: e quando fu vicina parve immensa; e il calpesto delle sue zampette innumerevoli, e il frusco vago dei corpi e il ritmo argentino del campano somigliarono a un'inquietudine espressa in rumore. Un sommesso torrente si gettava su Zoilo e sul Duca, sforzando il sentiero angusto; una marea dolce e tenace, disciplinata la cadenza delle sue mille onde, sfiorava i loro corpi, senza che gli occhi pii chini al suolo si levassero mai a guardarli; si sentivano avviluppati dalla fluidit calda di tutto il sangue circolante in quelle mille vite, dal trasalire della timidezza nei mille organismi nervosi, e l'odore animale si scioglieva nell'aria con molecole forti e viventi come se vi trapassasse in ampio flutto un seme generatore. E in mezzo a questa sensazione molteplice, a questa armonia che avrebbe dovuto esser mite, sorse nel Duca all'improvviso, come da un abisso della memoria, un pensiero orrendo: o meglio, avvenne che orrendamente si associassero i suoi pensieri: un gesto di ribrezzo gli raggricchi le dita; la faccia si fece oscura; le mascelle si strinsero: che cosa aveva detto Bertramo, un giorno, d'una simile greggia? non aveva egli magnificato la sorte dell'uomo, che  capace di farne ampio sterminio, di metterla tutta ai suoi piedi, nel sangue, bruttando le lane, devastando il serrato circolo della vita, imponendosi, oltraggiatore della natura, con un solo piccolo coltello nella mano violenta: pi ferino che i lupi, pi ferino che tutte le fiere! e capace di dar fuoco alle spoglie, di bruciare, di distruggere tutto, i velli, le carni, il sangue, talch non rimanga che un microcosmo di pulviscoli neri su la nuda terra, come se la natura avesse compiuto una delle sue catastrofi?
Ora, mentre durava quello strofinamento mansueto e pur quasi elettrico per la ininterrotta corrente dei suoi brividi, gli pareva di essere egli l'uomo che sgozza, che brucia, che aspira al deserto, che i mille attriti dell'esistenza e dell'intelligenza coordina nel nulla: gli pareva d'essere il sacrificatore preconizzato dalla Morale della morte; l'uomo senza gioia che tenta di purificare la sua armonia gettandosi su la vita con tutti i proprii mezzi, con tutti i proprii strumenti, per conoscere alfine quale specie di calma sarebbe nel suo spirito se le cose non fossero. Passavano, coi musi fiutanti tra le pingui coscie delle compagne, le ultime pecorelle; sgambettavano via gli agnelli, quasi paurosi del loro peso nell'aria; egli ne toglieva gli occhi inorriditi come se potesse ucciderli con lo sguardo, e l'odio, nel quale Bertramo risolveva i suoi intimi dissidii, e l'amore, nel quale credeva risolversi egli stesso, sconnettevano la dolce sensazione pastorale per dare all'uomo dai nervi rotti una natura degna di lui, disordinata e scomposta.
- Ma che hai? Ma che hai? - badava a dirgli Zoilo, vedendolo triste e taciturno, mentre il fervido calpesto della greggia si dileguava gi in lontananza. - A che hai pensato? Di che hai sofferto?
- Della greggia ch' passata.... lo credi? - egli rispose con la sua voce tinnula, ed un sorriso gli funest i lineamenti. Soffriva di tutto. Non c'era cosa che passasse placida nei suoi sensi. Ad ogni forma della vita egli aggiungeva un significato di dolore. La sua fantasia non sapeva ormai se non ascendere come un guizzo di fiamma per tutti i peggiorativi dell'esistenza. E cos ogni giorno, ogni ora, ogni istante: l'ingombro fantastico cresceva enormemente entro la lucidit dello spirito: quando si coricava, a sera tarda, l'intossicazione era completa; la nausea aspirava al sonno con uno stimolo troppo inquieto per afferrarlo; tragiche corde si stiravano lungo la sua fronte.
E la greggia non fu il peggior momento di quel mattino. Quando erano gi in sul ritorno, si videro venire incontro, dal villaggio, due fanciulle; e in una di esse, bench lontana, il Duca riconobbe subito Viola. Era inevitabile che ella li rasentasse: che cosa farebbe? che cosa farebbe Zoilo? che cosa farebbe egli stesso? L'imaginazione dramatica dell'angoscioso pulsava in precedenza dei fatti: egli vedeva due visi sconvolti dalle passioni, che li sgorbierebbero di loro linee d'ombra; sentiva in s il battito veloce del cuore sotto l'attenzione avida e paurosa degli occhi....
Viola pass loro accanto con la compagna; portavano entrambe i fazzoletti scarlatti delle valligiane, annodati sotto il mento: e il viso ovale della madonnina si smorzava con signorile delicatezza su la cocca sfarfallante del fazzoletto; alcuni ciuffi dei suoi capelli biondi, scappanti, fiammeggiavano. Era pallidissima, e si fece di porpora e chin i contegnosi occhi quando fu vicina; l'altra compagna mand un saluto allegro; Viola tacque; Zoilo sorrise. Il Duca guardava intensamente l'amico per scoprire sulla sua faccia il lampo erotico della predilezione o il fremito morale del rimorso; ma la faccia di Zoilo era immobile nel gusto della donna e nell'alterigia della propria bellezza come quella d'un simulacro; era la stessa faccia che nei loro anni pi giovani emergeva con una placidit imperiosa dall'orgia, mentre qualche femina ubriaca, ancor convulsa dal riso o dallo spasimo, gli abbracciava le ginocchia e lasciava nuotare nel pallore di lui le pupille avide di trovarne il pi debole punto, di baciarlo ivi e di struggerlo.
Zoilo aveva sorriso di Viola come di una simile femina. Dinanzi alle fanciulle egli era come lui, il Duca, poco prima, in mezzo alla greggia. Due esseri troppo inesorabilmente approfonditi nel nulla dell'esistenza; due degni amici di Bertramo; due distruttori delle innocenze terrestri per diritto di scienza. L'uno sapeva la miseria della vita e l'altro la miseria dell'amore. Ma il Duca voleva credere; voleva che l'artifizio continuo della bont lo sollevasse fino alla fede; voleva che le greggi e le donne e tutti i deboli e tutti i viventi divenissero forze capaci di assicurarsi la difesa e la felicit: e per questo lo tormentava cos indefessa e cos molteplice la sofferenza; e per questo il suo spirito pugnava le lotte lugubri, tacite, infeconde, dietro la fisonomia accasciata che con le sue battenti palpebre pareva quasi in uno stato d'orrore.
- Perch non ami Viola? - chiese repente a Zoilo, con una indiscrezione inconsueta.
Zoilo lo guard stupefatto, lo interpret a suo modo, e un filo d'ironia gli pass fra le labbra:
- E se io l'amassi, appunto perch tu l'ami?
Il Duca divenne pallido pallido; frust dal capo una visione, e disse:
- Non parliamo d'amore. Io non so reggervi. Per amare bisogna essere. Tu, Zoilo, tu sei pi di me!
Ma fu incerto anche di questo che avea detto; poich Zoilo si scuoteva nella tosse e tra le sue costole gi risuonava un gran vuoto, come nel giorno che egli non sarebbe stato invidiabile pi nella vita, per nulla.
 

7. 
Catastrofe.
-  morta!
-  morta!
Le desolate e atterrite voci si propagavano nell'atmosfera lattea del primo mattino; gli abitatori del villaggio, tutta la notte insonni, tutta la notte investiganti su le rive, pescanti nell'acqua, irrompenti fra i cespugli con clamori e gemiti, avevano finalmente tratto su la sponda un cadavere.
- Ohim!
- Pare un'angioletta stesa su l'erba!...
- Disgraziata, anima!
- Viola mia! Viola mia!
- Povero vecchio!
- Ah, per tutti i sacramenti, e che Dio non voglia farmi spergiurare, ella ha da essere vendicata con un massacro!
- O povera figliuola! Toglietele il fango dalle mani!
- Mettetele una croce sul petto! Oh, quei capelli bagnati sembrano fili di lagrime!
- Viola mia! Viola mia!
Il disgraziato vecchio toccava il cadavere, e poi si toccava la faccia, come per accertare la realt della morte e indi la realt della vita; e su quel crocchio di creature semplici, esterrefatte, chine sovra la spoglia, tragicamente curiose, fruganti negli occhi l'una dell'altra per trovarvi una coscienza meno smarrita, si spandevano in tutta la gloria i fasci argentei dell'alba negli spazii pallidi, quasi a mettere in fuga le incertezze, i sogni dubbiosi e le ombre.
Era stato la sera innanzi un viluppo confuso e terribile d'avvenimenti: Gianni, il marito di Martina, reduce inaspettato dalla caccia, non aveva trovato a casa la moglie; s'era visto su la piazzuola un colloquio impetuoso tra lui e Berto il cantore, come se questi gli volesse penetrar l'anima e se quell'anima si difendesse ferocemente; due forsennati erano corsi, con larghi gesti, con imprecazioni e ruggiti, alla volta del fiume, e dietro a loro tutto il villaggio come in una sommossa; e Gianni avea visto finalmente coi proprii occhi, e s'era lanciato percuotendo a dritta, a manca, con tutto il nerbo delle sue braccia, investendo come una furia muta una demenza di strida e d'ululati feminei che era risuonata lugubremente su tutte le rive; poi s'era vista Viola, quasi impazzita, strapparsi le chiome, cercare uno scampo, gettarsi nel fiume: e Berto prendere come un corpo morto il signor Zoilo fra le braccia e portarlo via quasi di peso verso il castello; e Gianni, con la bocca schiumante di bestemmie e gli occhi che sfavillavano come tizzoni, irruir su la moglie e schiantarle il peccato entro le costole con certi pugni che avrebbero sconquassato una belva.
Poscia, tutta la notte, era durata la ricerca affannosa: - Viola! - chiamavano; - Viola! - rispondevano l'un l'altro, su ambo le rive, bruciando resine, apparendo tratto tratto, plasticamente fumidi, fra i bagliori, poi riaffondando nelle tenebre rinvigorite dal contrasto dei lumi: e sempre quel nome su le labbra, e sempre richiami al Signore, alla Vergine, a tutta la falange cristiana dei santi, quasi si cercasse quell'uno che potesse aiutarli dal Paradiso. Solo Martina e Gianni erano scomparsi nell'orgasmo dello sgomento, portando le due anime vuote, rintronanti d'un rumore terribile e arcano, come si apparecchiasse in loro una sede all'immane rimorso; solo Berto il cantore non s'era veduto pi, poi che aveva condotto Zoilo a salvezza: Zoilo, cui nella pena delle ricerche smaniose avevano tutti obliato e che risorgeva nei pensieri, bieco e fatale, in quell'ora dell'alba, mentre la morta, tratta allora allora dal fiume, riposava su l'erba, il corpo appena gonfio, i biondi capelli stillanti come un grumo d'alighe vizzite.
Si rizzava in tutti i cuori il pensiero della vendetta: solo per rispetto di don Filippo, contenevano le imprecazioni; e si cercava il premio di quel silenzio figgendo negli occhi del curato gli occhi ardenti. Cupo e accigliato, don Filippo guardava i preparativi per comporre la barella su la quale si sarebbe portato il cadavere; era un tipo di prete rigido e senza bont, dall'occhio politico e calcolatore meglio che pensoso; ma quella sua perplessit, quegli incantamenti vitrei della pupilla, quel sollevarsi d'una crespa possente come un secondo arco su la fronte, s'imponevano alla umile mandria tal quale la maest d'una grande azione del pensiero.
- Io verr con voi - disse alfine don Filippo - e reciter le preci; non come il sacerdote, intendetemi, ma come un miserabile peccatore che trema egli stesso di comparire innanzi a Dio.... Se poi questa ragazza debba aver sepoltura coi fedeli, io non mi sento ancora autorit di deciderlo: per quanto me ne avete detto, la credo morta forsennata in istato di dannazione; e voi avete a riguardarla come un terribile esempio di ci che possono le opere del demonio su la nostra carne.... Badate a voi, e temete di Dio! Voi forse non siete stati migliori! Siete entrati forse nella chiesa col cuore insozzato dalla stessa turpitudine! Pentitevi fino che c' tempo! Iddio v'avverte coi flagelli: pentitevi!
Volt le spalle e si allontan, tutto nero, precedendoli verso il villaggio, con le mani giunte sotto il petto; associava la preghiera a una rigidezza d'anima inesorabile per imprimere in quegli esseri un simbolo pi assoluto del governo di Dio.
Rimasero i contadini sotto una mano di terrore a guardar la figura nera che s'allontanava a capo scoperto, spietata fra i colori verdini e ceruli della campagna in quell'ora.
Ma allorch sollevarono la barella di tronchi e fu veduto il volto dell'esanime incontro al cielo, e incominciarono dai capelli e dalle vesti a stillar rare lagrime al suolo, i pi deboli e i pi forti, le giovinette e i vegliardi, si sentirono affratellati l'uno all'altro in una stretta di angosciosa piet. L'idea dell'anima errante per l'infinito a sfuggire il suo giudice, si disegn confusamente nei loro intelletti; ma nemmeno i pi validi cuori osarono addensare il loro palpito verso un'imagine della fanciulla afferrata per sempre e straziata dal fuoco eterno. Pi robuste si componevano anzi le imagini di passione terrena in questi cuori validi. Un mormoro, quasi un ruggito, annunziava il risveglio dell'istinto brutale di vendetta. Quando il corteo pass innanzi alla chiesa, molti levarono alto il braccio in atto di giuramento; altri, increspate le dita, cercarono le impugnature dei falcetti nei seni; e un repentino volger degli occhi, un balenar di pupille, quasi si spiccassero a stormo uccelli sinistri, ruppe l'aria e and con fiero silenzio, minacciando, al castello.
Eccolo, in mezzo alla valle.... Il cupo fasto della sua collina coronata di faggi teneva la valle in rispetto. Il primo raggio di sole era stato attratto dalle sue finestrelle. Nessuna muda di roccia si ergeva pi torva di ruggini che il masso della torre rossigna, arrogante, a custodia di schiavi.
Ma pareva che in quel mattino gli schiavi sentissero borbottare nel petto l'insofferenza d'ingiurie patite e dimenticate nei secoli. Quasi che l'alba avesse toccato de' suoi raggi anche le coscienze, quasi che l'estrema offesa incarnata in quel cadavere d'adolescente fosse alfine penetrata anche attraverso le pi dure cervici, gli uomini si ricordarono di forze cadute in oblo: libert antiche, ferocie battagliere, sacri vincoli creati dal sangue. Cento fuochi s'accesero e si comunicarono negli sguardi. Pareva che il ritmo lento del corteggio ribadisse con ciascuna cadenza una deliberazione selvaggia.
La sommossa brontolava intorno ai portatori della bara. E se taluno ricordava l'illusione di dolcezza che Zoilo sapeva spargersi intorno, tutte le altre voci astiosamente negavano. E se ardiva alcun altro mormorare che il Duca poteva non saper nulla dei peccati commessi dall'ospite, sfiammavano le donne con la memoria viva della Duchessa Laus, la buona, la santa, la sacrificata, che tutti i servi avevano veduta tergere ogni giorno le lagrime. Il castello era caduto in mani di demonii. Il male vi aveva culto. Nessuna piet vi poteva albergare. Orgogli, menzogne e libidini s'erano dato convegno in quelle vecchie mura. Il rudimentale linguaggio dei villani reggeva appena a denominare certe colpe malamente intuite, certe depravazioni segrete degli spiriti. Tutto s'esagerava, nella cerchia dell'idea demoniaca. Taluno rabbrividiva al sospetto del suo giovane talamo svergognato dall'adulterio; taluno temeva aver mal custodito la figlia vergine, come s'era mal custodita quella povera Viola; su gli stessi volti delle acerbe bambine, l'inquietudine dei padri cercava le tracce di cose immonde: e su quella fantasticheria di turpitudini un vento d'odio soffiava come sopra un incendio. La castit e la semplicit della loro vita di disciplina si rivelavano loro per la prima volta, poich le avevano turbate. Stringevano i pugni, o con le braccia gonfie e le dita attenaglianti s'afferravano l'un l'altro per iscuotersi.
Quando il corteo pervenne al punto dove la strada si biforcava, da una parte procedendo verso il villaggio, dall'altra avvolgendo l'altura del castello con una lenta spirale, le donne biascicanti salmode dileguarono dietro la bara, ma i giovani dalle teste fulve cocciute si guardarono fra loro in un modo che fu un invito e, formato drappello, senz'altra voce, presero verso l'altura. Ben qualche donna e qualche vecchio, soffermati a pi del colle, ammonivano e supplicavano in nome della loro saggezza e delle loro inquietudini; nulla ottennero; coloro, gi dilatando le spalle nella salita e come schiacciandovi il duro collo frammezzo, sembravano avere in groppa ciascuno una grave fatalit, come una pantera aggrappata. Onde, alla prima svolta di loro via, quando ad uno ad uno si tolsero dagli sguardi per riapparire quindi nel giro pi alto, le donne e i vecchi, spalancate tutte le loro pupille, come a penetrare il mistero di ci che doveva succedere, esclamarono santi nomi, masticarono avemare, a propiziarsi il fattore degli eventi. Poi s'imbrancarono accelerando il passo per raggiungere il corteo della morta.
E salivano i vendicatori. Non avevano tenuto alcun conciliabolo. Ma i pi tardi s'accorsero che i primi, i pi arditi in sembianza, giunti che furono a un trar d'arco dalla imboccatura nera e solenne del viale di faggi, rallentarono il passo e si confusero ai seguenti, e questi presero alla loro volta la linea degli ultimi, come se uno scoraggiamento inesplicabile avesse disfatto l'intrepidezza di tutta la schiera. S'arrest uno: si arrestarono tutti. Nel tenebrore dei fogliami densi traspariva qualche breve tratto della muraglia, coi suoi intonachi slavati e bruniti dall'acque. Parve che ivi convergessero gli sguardi. E in quei figli d'una razza oscuramente asservita da secoli, si rispecchiarono con una tal dura dignit, con un tale imperioso disdegno, le muraglie fatte sacre dal rispetto delle generazioni, che dagli animi caddero insieme le forze volitive e la urgente passione della vendetta; vi risorse una religione invincibile del senso di distanza trasmesso dai padri nel loro sangue come la fede nelle sementi ed in Dio. Qualcuno sfog in imprecazioni la propria impotenza e l'altrui; ma ricascarono le ingiurie nel silenzio degli animi riflessivi, ascoltanti s stessi per scoprire se mai stridesse nel fondo la molla di qualche nuovo impulso, a forzare l'inerzia e la codarda.
In quella loro torbida sosta, videro a un tratto venir pensosi fra i castani il vecchio Broso e Marco lo speziale. Aveva umide le ciglia il vecchio, come se i pensieri gli passassero per la mente in grande afflizione; lo speziale pareva ordir l'intrigo, addentandosi i folti mustacchi e lasciando ragionar con la terra lo sguardo distratto. Stette di meraviglia lo speziale a vederli cos raccolti; cerc indurre che significassero quei loro occhi persi nella valle o vaganti tra gli alberi, quelle loro attitudini di gente che evita di guardarsi in faccia; fu dubbioso un istante; poi si convinse che nessuna impetuosa forza gorgogliava in quel drappello mal deciso d'andare all'assalto.
- Che cercate quass? - domand brusco.
- E voi, donde venite con padre Broso, voi, Marco? - lo investirono alcuni burberi, gonfiando il collo e il torace come animali impazienti.
- Dal castello ne vengo. E d'onde voi?
Coloro si consultarono con gli occhi, e qualche tizzo dell'acredine invilita si riaccese; fu un dilatarsi di bocche, lungo le prominenti mascelle, a espressioni sarcastiche.
- Come l'hanno goduta, lass, la novella?
- Goduta? Ah, ve lo dar io il godimento! Piange come un povero agnello, Monsignor Duca!
E ci mise tanta enfasi che coloro s'acquetarono un momento, davanti alle sue spalle sollevate, sprezzanti, d'avventuriero che si commetta a un gioco audace; ma perch il vecchio Broso, all'udire del suo Duca piangente, si scioglieva in nuove lagrime e in nuovi lai, diedero tutti in uno scroscio contro il pi debole, gli risero intorno in coro e lo impaurirono di parlare e di piangere.
- Come sei stolido, vecchio! Di che vuoi che pianga! - Di Viola? - Viola era carne nostra. E dimandagli un po'se l'abbiamo noi ammazzata!
E lo speziale:
- Certo egli no!
E quelli: - Noi, noi! Noi colpevoli di tutto! Noi all'inferno! Noi stupratori di fanciulle alle rive dei fiumi! - Che patti gli ha accordato a quell'amico perch ci venga a mandare al diavolo? - Non  stato lui a promettergli le spose e le ragazze? - A quel malnato! a quello sputasangue! a quella bocca fetida di cimitero! a quel morto mal seppellito! - Riverenza! - Zitti! - Il Duca piange! - Portagli su tutta la tua spezieria, che noi gli porteremo le nostre mogli da godere e le nostre robe da insudiciare!
E le voci astiose si sormontarono: e zitto lo speziale, scuotendo la testa e non guardando che tratto tratto lo specchio del cielo: e tremante come una foglia il vecchio Broso, che pareva con le ciglia tirarsi indietro le lagrime: finch taluni scalmanati si diedero con urlate sconnesse a vociare verso il castello, pur rimanendo fermi sui loro piedi:
- Noi non vogliamo disgrazie; ma che il cielo gli renda quel che si merita! Se Viola  dannata, se lo tragga dietro in dannazione! - Possa la mala morte pigliare il suo assassino! - Possa restargli l'anima greve nel giorno del giudizio!
E intanto, mostrando d'incamminarsi a nuovi alterchi su le pedate dello speziale, che si traeva dietro il vecchio Broso, essi rifacevano la strada, discendevano dalla collina, poveri figli dell'umilt e del servaggio, vinti dal solo aspetto delle cose. E debellati, sbattuti, smaniosi, senza sapere n il perch n il come, cercavano riguadagnare l'animo perduto con l'attaccar dispute fra loro su la candidatura politica del Duca, della quale non volevano pi saperne, e sul parassitismo dei due sbattezzati che tenevano compagnia al lor signore: dei quali era ad ogni modo Bertramo giudicato il meno pessimo, come quegli che si curava pi dei monti che degli uomini e pi delle erbacce che delle montanine: la sua stregoneria non faceva male. Placavano cos a poco a poco i fluttuamenti della loro sbollita ira coi ragionari sempre pi sentenziosi su quella trinit singolare dei castellani: si comprendeva che quel giorno senza lavoro si sarebbe passato intorno alle mezzine di vino nell'osteria: e lo speziale, man mano che la discussione si dilatava dalla tragedia alla politica, ridiveniva un centro, un capo, una mente solida investita dalle tempeste e capace di tenersi ritta in mezzo ai poco temibili venti.
- Va bene! Va bene! Voterete per l'avvocatino! E starete pi caldi che non sotto l'acqua del battesimo! - egli ripeteva con un contrattempo comico delle spalle e della sua nevicata testaccia: e dava un'occhiata alla sua bottega, ed entrava con la maggior parte di coloro nell'osteria: frattanto, nella vicina casa di Viola, si udivano le prefiche sgroppare i singhiozzi e s'indovinavano nell'aria disegni di contorcimenti e patetiche figure arrovesciate.
Su nel castello, in quel mentre, il ritmo delle cose andava affatto sconvolto. Quegli che Berto il pastore aveva quasi portato a braccia, la sera innanzi, non era Zoilo; ma un demente e un agonizzante: e un altro demente, un altro agonizzante, si lev nel Duca quando apprese da Berto, narratore incertissimo, la tragedia avvenuta su quella fatal riva del fiume. Bertramo venne, chiamato dai servi. Zoilo, con le membra rotte dalle percosse, con l'anima fatta immemore dall'acciecante lampo del suo destino, era gi steso sul letto e sputava sangue tra rantolo e rantolo; al Duca erano mancate le forze a pi di quel letto; il racconto del montanaro gli brulicava nella testa come un ronzo; nel suo debole essere una sdruscitura, una ferita morale profonda, divideva tutto il passato da un presente orrendo e ancora inafferrabile; e non pareva sapere altra voce che un gemito insensato. Furono nelle mani di Bertramo tutta quella notte. Egli li soccorse, senza mostrarsi commosso neppure un momento. Fu lui che ebbe da Berto le notizie pi giuste su la morte di Viola.
- Era davvero tanto bella colei? - s'inform, interrompendo il pastore.
- Era la pi bella delle nostre fanciulle, signore, - rispose quegli, addolcendo la voce, quasi facesse eco al rimpianto d'un desiderio troppo tardi nato. - Ho cantato anch'io molte volte per lei.... e non vi dico se mi piaceva cantare! - aggiunse, facendosi verboso; tanto che Bertramo non lo sofferse e agghiacci il giovinotto con uno dei suoi sguardi d'indifferenza.
- Non vi ho chiesto delle vostre canzoni! - disse. - Non voglio fare la serenata alla vostra morta! Diciamo piuttosto che ci avete accompagnato qui un amico ed  giusto che ne siate ricompensato.
Senza ascoltare le sue proteste di disinteresse, torn nella stanza dove il Duca, a pi del letto di Zoilo, si reggeva la testa come uno smemorato.
- Andiamo, - disse. - Lascia un poco la tua fantasia affamata di dolore! C' qui un uomo che dev'essere pagato. Ti ha ricondotto vivo Zoilo: se non era lui, gli rompevano le costole.... Tu ami le buone azioni. Pagalo. Certa gente si stacca dai nostri fianchi con un pugno di soldi; perch tenercela attaccata?
- Berto? - domand il Duca levando occhi trasognati su Bertramo, come se gli avesse detto l'impossibile.
- S; il tuo rpsodo.... Di che stupisci? Lo prendi forse per un cavaliere errante?
Bertramo tendeva la mano; quasi assurdo nel contrasto fra quell'atto di questua e la sovranit della sua fronte d'avorio e del suo labbro sarcastico.
E il Duca, automaticamente, tolse fuori dal portafoglio il denaro e lo porse. - Baster? - interrog con gli occhi. - Se lo trovi poco, dagliene ancora: io non so, - rispose asciutto il sofista, come quegli che del denaro aveva sempre avuto una concezione indiretta. Rese il Duca cos umile che gli occhi di lui supplicarono: ed egli dovette uscire dal suo strazio impreciso, inchinarsi alla realt vile, parlarne con la sua voce tolta agli informi lamenti: - Forse sarebbe stato meglio non offendere quell'uomo in una simile ora. Ma se egli lo accetta, baster: non ne ha mai posseduto tanto....
Bertramo sorrise con un maligno trionfo e and a portare il denaro a colui che l'aspettava; torse gli occhi per non vederne brillare la gioia e, accennando la porta, gli volt le spalle per non udirlo ringraziare. Cos licenziato, Berto cammin allegramente nella notte, dimentico di Viola, ma non delle ostilit aspre che lo avrebbero accolto se si fosse mostrato nel villaggio dopo aver tratto il seduttore dagli artigli della gente offesa: meglio giungere alla citt di buon mattino: ivi erano osterie pi pulite e pi desiderabili a buona bocca che quella di Roze; ivi erano donne che per denaro mostravano facilmente la camicia di trine e il petto profumato; il desiderio alleggeriva il passo.
Non sapeva Bertramo quali congetture idilliche avesse devastato nella malinconia sentimentale del Duca quell'episodio del denaro messo nelle mani di Berto: non sapeva egli che il sognatore aveva accarezzato connubii ideali fra la vergine e il pecoraio che cantava le note di tristezza e di nostalgia create dai silenzii della montagna. Ora il sogno era stato distrutto a colpi di mannaia nel suo stesso castello: egli, affranto, disgregato, a pi di quel letto nel quale faticava a respirare l'ospite suo che aveva sedotto e ruinato la vergine, egli, il Duca, mercanteggiava come una cosa vendereccia l'anima semplice del suo personaggio d'idilio!
E quasi le ore della notte non fossero abbastanza tristi, a una certa ora torn Bertramo, e tast il polso e tocc la fronte e sfior le guancie dell'infermo, senza parlare; indi s'avvicin al suo custode e gli fe' udire a voce bassa, curvando tutta su lui la sua lunga persona, una di quelle parole che i malati non debbono udire mai e che talvolta si mormorano nell'atmosfera segreta delle loro stanze.
- Egli  nel mezzo tra la morte e la vita. Dimmi, sinceramente: vuoi tu che io lo lasci morire o vuoi che si salvi?
Il Duca lo ascoltava come allucinato, come rinchiuso fra le pesanti pareti acustiche d'una campana che s'incurvasse sopra la sua testa; lo immergeva in un ottuso stupore quella idea nuova che la vita di Zoilo fosse considerata come una sua cosa, un suo possesso, un suo vassallaggio; tremava del pensiero scrutatore tante volte avvertito negli occhi di Bertramo; tremava ch'egli non scoprisse l'incubo inerte dell'indecisione nella sua mente, anche allora, anche al cospetto di tale dilemma: e il tremito della sua esistenza tentata, il dubbio di dover dire forse ci che sarebbe piaciuto a Bertramo, lo mantenevano intanto passivo e muto, come se quella voce lo avesse interrogato in un sogno.
Ad un tratto lev gli sguardi smarriti, lev il lume delle guancie pallide, lev, quasi fuor da un inferno, quel suo esile collo di giglio o di spettro: e martell piano piano, a sillaba a sillaba, come se le tempie avessero regolato la sua favella:
- Ma perch mi domandi simili cose? Perch mi vuoi fare un giudice della vita e della morte? Perch sei tanto crudele con me questa notte, tu che mi conosci, Bertramo?...
- Ah, io ti conosco.... - aspir quegli l'affermazione e la ritenne come una preda. E non disse altro. Torn al capezzale di Zoilo. Gli sollev la testa e gli fe' bere qualche cosa ch'egli aveva mesciuto in un bicchiere d'acqua. Nessuna commozione nel suo profilo duramente rostrato; una sola linea, vigorosa, immobile, di battaglia, dal cimiero crespo dei suoi capelli al collo che sprofondava fra le spalle con un'attaccatura atletica, e diramata come una radice. Il Duca, nell'attenzione convulsa, si sent quasi sveller dal suolo dalla contrazione dei suoi nervi; si sent trascinare in alto, verso un grido. Bertramo lo domin con uno sguardo tranquillo; e poi vuot il fondo del bicchiere, egli stesso. Allora il Duca non seppe pi che pensare; le sue coordinazioni mentali erano rapite in un prodigioso vorticamento; un essere giuocava con la sua anima come con una elastica e malleabile palla di gomma; oltre la vita, oltre la morte, oltre la propria realt, oltre il proprio sogno, la natura e il caso gli avevano dato un signore che possedeva e penetrava tutto ed era indomabile e impenetrabile. Comprese allora per quali virt occulte, contro le quali egli si era difeso o avea creduto difendersi, il libro di Bertramo aveva fatto una retata d'anime.
Venne il mattino. Lo speziale e Broso giunsero affannati a reintrodurre nella coscienza del Duca la realt. Fu come se subitanea, di nuovo per la prima volta, lo percotesse la notizia della tragedia sul fiume. Il vecchio Broso gli riusc di sollievo, perch la commozione di lui gli si comunic dolcemente, fino a spremergli qualche lagrima; ma lo speziale gli confuse la testa, squadernandogli tutto un nuovo piano di battaglia, pi astruso, e pi difficile, e pi dispendioso, per strappar l'elezione a favor suo, quasi per forza, e nonostante le cattive luci sparse su lui dallo scandalo delle due donne trovate in peccato. Don Filippo taceva tanto alteramente che, se non fosse stato un sacerdote di Dio, lo si sarebbe preso, alla superbia, per il demonio in persona: ma si doveva ad ogni modo guadagnare don Filippo, si doveva far parlare quel taciturno: perch il Duca non sarebbe venuto una domenica ad assistere divotamente al sermone di don Filippo? E il Duca, contro il suo solito, come se quell'elezione pericolante gli stesse a cuore pi che mai, non obiettava, non faceva incespicare il discorso; prometteva di venire alla messa, alla predica; si dava tutto nelle mani del suo diplomatico; talch questi, giunto ivi con le gronde su la fronte, si sentiva uomo di pelle nuova sovra i trampoli del proprio giubilo, e godeva di Broso presente, di Broso che doveva credere in cuor suo egli avesse compiuto un'insperata opera di conversione.
In realt, il Duca aveva promesso come un uomo che sentisse la sua ragione presa dalle vertigini; gli enigmi notturni di Bertramo gli ricorrevano allo spirito in loro bizzarro artificio, e l'elezione a deputato gli appariva, in quello sgomento, come porto di salvezza verso il quale dovesse volgere con disperato sforzo delle sue vele per isfuggire al contagio morale e alle ironie dissolventi onde si sentiva ravvolto. Giammai avrebbe osato dire a Bertramo: - Va via. - Giammai gli sarebbe bastata la forza degli occhi per reggere allo sguardo schernevole di lui quando udisse il congedo. Egli stesso doveva partire; egli stesso sradicarsi da quel paese che lo attossicava con i suoi melanconici prati di velluto e con le sue boscaglie e con i suoi silenzii; sradicarsi dalla vicinanza di quegli uomini esiziali che stimolavano a folli e tragici giri l'irrequietudine della sua anima. - S, s, - batteva celere il suo pensiero, - passiamo sopra il cadavere di Viola, sopra la strozza sanguinolenta di Zoilo; andiamo dove siamo chiamati, lunge di qui, all'Assemblea, nella vita, nel frastuono delle intelligenze che si strofinano e si elettrizzano nei loro guizzi oratorii; suscitiamo il pretesto per muovere lo spirito lungo una linea retta, fuori dai suoi ravvolgimenti tortuosi;  necessario,  necessario! - Coster caro? - dice questo volpino uomo del volgo. - Ebbene: pagheremo, faremo spreco, abbaglieremo l'avversario sorpassandolo sopra un carro d'oro; ma non restiamo qui, non restiamo qui, a respirare la putredine, a difenderci dalle ombre e a sentire la morte scomporre a lembo a lembo quanto  di vivo in noi!
Quei due se ne andarono, e subito dopo, al suo cervello ancora dilatato dai fiotti rapidi, port l'aria le grida che lo fecero esangue. - Assassini! Assassini di Viola! - urlavano i villani, nella inerzia paralitica della loro sommossa. Coloro non avrebbero perdonato mai; non lo avrebbero eletto mai; eccoli innanzi alla sua porta, a chiedere giustizia, a chiedere la consegna del suo ospite moribondo! Sentiva irruente nel castello una caccia d'uomini, come quelle rimaste a memoria dell'epoca degli avi, o lette nei romanzi e nelle storie: rintronava al suo orecchio il rumore imaginario di grida che s'avvicinassero, confuse ai colpi feroci dei pali per scardinare il portone e invadere la dimora indifesa dei feudatarii: e in quella disfatta della sua mente, ebbe un pensiero unico, e nuvoloso pur questo, di dover nascondere Zoilo, di dovere con qualunque mezzo cercare a quel filo di vita una salvezza e uno scampo.
Entr disordinatamente nella stanza dell'infermo: e come vi pose piede, cos gli parve che le grida si fossero taciute o attutite in una minaccia lontana: la vista d'un volto umano tocc immediatamente come un'ala blanda il suo terrore. Raggiava il volto di Zoilo, pari a vecchia maiolica scolorita dalla quale traspare la materia vitrea; raggiava, per l'implorante fissit degli sguardi, in mezzo allo scompiglio della barba e dei capelli biondi, scoprenti qua e l il bianchiccio della cotenna fra la foresta selvaggia: era a sedere sul letto, con le mani giunte verso di lui, in un atto di sacrifizio e di supplicazione, per il quale reagirono violentemente nel Duca tutte le memorie ch'egli aveva di quel giovane, allorch nell'orgoglio della salute e della bellezza, si avventava come un guerriero fulmineo all'assalto del piacere. Ed ebbe un impulso sovrano di misericordia:
- Zoilo! Zoilo!
- Perdonami! Te ne supplico! Non lasciarmi morire con questa angoscia!
- Zoilo! Zoilo!
Erano nelle braccia l'uno dell'altro. Pi che amici. Pi che fratelli. Il fascino di quell'essere travolto dal proprio destino e che aveva la suprema impudicizia di mostrare ognora scoperto il proprio cuore come le creature assai candide, era stato sempre per il Duca un abisso al quale s'abbandonava. Zoilo non ancora aveva chiesto perdono che egli gi lo aveva assolto. Era bastato il gesto supplichevole delle sue mani per demolirgli ogni risentimento. Viola! Vittima della fatalit e non dell'uomo! I due uomini mescevano le loro lagrime, non su lei, animula errante, ma su la loro involontaria sorte e su la grazia, rara nell'esistenza, di una commozione condivisa. Erano rapiti dalla bellezza del dolore che attraversava i loro avvinti spiriti, su le cime solitarie degli esseri intelligenti e sensibili che nulla veramente possono assimilare di loro alla societ dei mortali.
- Perch mi domandi perdono? Che cosa hai fatto? Credi tu che io ti incolpi d'aver fatto qualsiasi cosa? Credi tu che io accomuni la mia giustizia con queste grida feroci dei villani? Che cosa volevi tu fare? Che cosa potevi, se non quello che hai fatto?
- Non gridano pi.... - si stup Zoilo, poi che stette di nuovo in ascolto.
- No.... Non gridano.... Non t'inquietare.... Tutto tace.... V' il sole.... Guarda come entra il sole nella tua stanza!
- Sono andati via.... Come sono buoni!... Se sapessi come amavo io quella gente!... Ero tutti i giorni in mezzo a loro. Non sospettavano che io potessi tradirli....
- Non dire queste cose, Zoilo!... Sei il mio unico amico!... l'unico spirito che mi rimanga fedele!... Non farmi male....
- Pagher tutto ci con la morte....
- Oh, non lo dire! non lo dire! Tu guarirai.... Io sono certo che tu guarirai.... e noi passeggeremo ancora per i campi, in mezzo alle agnelle.... in mezzo ai fieni falciati.... in mezzo alle vitalbe.... Le belle ghirlande bianche della vitalba....
- No, no, amico mio.... Tutto  inutile.... Io sento di dover morire qui.... Non lascier pi questa stanza.... Non ho pi alcuno al mondo.... E quando si  uccisa una creatura d'amore, non si pu pi amare....
- Siamo entrambi soli a questo mondo....
I loro nervi precipitavano a sfogo nello stesso vaneggiamento: le parole avevano la stessa cadenza, come se la diversa formazione dei sentimenti non esistesse pi: il Duca accettava su di s tutto il peccato di Zoilo: questi gli dava in quell'ora tutta la dolce espansivit della sua anima, che il perpetuo contatto della donna aveva aggraziata e ammollita feminilmente. Si buss forte alla porta: trasalirono insieme: entr Bertramo....
- Bello spettacolo! - disse. - Qualcuno amerebbe scrivere un libro su l'assurdo che vive rigoglioso in questo castello! Del resto, la natura non  assurda che quando  logica: e un moralista e un contaminatore abbracciati sono meno negativi che un moralista a tavolino e un corrotto nel lupanare.
Dopo tale proemio, mut voce e argomento; pi che negli occhi freddi e fissi, gli scintillava il gusto dell'originalit di pensiero nelle luci del volto, del quale appariva tutto il meccanismo osseo in movimento intorno alle guance cave.
- Tu stai meglio, - afferm a Zoilo. - E tu anche stai meglio: ma non ti consolare:  un'ora, - si rivolse al Duca. - Io, relativamente, sto peggio di voi due; perch mi hanno destato prima che avessi esaurita la mia impurit corporale e perch mi hanno fatto udire qualche cosa che non dovrebbe esserci al mondo: il grido sconclusionato degli uomini quando vorrebbero tornare allo stato di bestie. E non lo possono, sapete: quello che  stato non si disf, e contro il dolore non si fa nulla d'utile. Bisogna distruggere anche il dolore; cio aggiungere a quanto da esso  distrutto la distruzione d'un'altra parte della nostra esistenza. Non perdonerei mai a Zoilo di avermi rimandato su le spalle le sue busse, sotto la forma di quel buschero mattutino, se non sapessi che  perfettamente inutile perdonare o non perdonare. Chi ha mai perdonato un male a questo mondo? Non si perdona che il bene: vale a dire, ci mettiamo in pace quando il maggior piacere  di mettersi in pace. Abbiamo la forza di non perdonare quando in ci non v' davvero alcuna forza, ma un'acre sodisfazione, uno stimolante capriccio.
Si volt al Duca, quasi arrogante nella sua crudezza:
- Tu, per esempio, quando avrai la forza di non perdonare?
E lo lasci attonito, riflettente s stesso, per raccogliersi in un momento d'attenzione, con le superbe sopracciglia alzate e rinserrate in un solo giogo, a sentire il polso di Zoilo, a toccargli la fronte, a picchiargli sul dorso, a esaminargli l'occhio tumido nella sua lunetta paonata, a scoprirgli una spalla dove il lividore d'un pugno germinava come una crittogama su l'epidermide bianca. Non parl finch non ebbe finita la visita. Era un medico pacato e tranquillante; quella specie di medico che sembra essere il signore della vita. Ma appena ebbe compiuta la sua indagine, gli torn la favella come una fioritura ispida di cardi.
- Ah, quei rumori rusticani! Mi hanno messo male; hanno voluto e saputo ferire anche me, l'innocente, perch tu hai un castello e perch costui ha dato le sue midolla alle loro donne.... come se ne avesse da farne spreco! Urla acerbe, vi dico io, per chi non ama se non la musica e il silenzio! Io non soffrirei la mia voce, se essa fosse stridula;  ventura che il suo colore cupo paia un impasto col silenzio; e voi avete due voci musicali.... per questo non mi d noia la vostra compagnia! Talvolta, quando vi dolete l'un l'altro dei vostri mali o delle vostre memorie, io vi paragono agli uccelli che cantano: dite sempre sciocchezze; ma io vivo nel mio pensiero e le vostre dicerie puerili vi sfumano dentro. Mi basterebbe guardarvi per saper tutto di voi; la cosidetta vita della psiche  tanto infeconda! Mentre io.... ah, io vi sfuggo! perch divoro lo spazio, perch penso.... Non sapete mai dove io sia; non sapete mai dove io vada; se ad un aforisma o ad una musica; certo no ad un rimpianto o ad un presentimento.... Godo di avervi trovato meglio disposti; fatevi compagnia! Me ne vo. Vi saluto.
Andava infatti, coi suoi misurati passi, verso la porta. Zoilo che delle sue parole aveva goduto con una specie di ammirazione e di attento abbandono, lo richiam, quasi mostrandogli il rimpianto di vederlo partire.
- Orva; non fare il misterioso.... Dove vai?
- Nel villaggio.
Il malato si rannuvol. Chiese esitante:
- Mi burli?
- No; vado dassenno nel villaggio. Ti pare strano?
- E a che farvi, di grazia?
- A vedere la morta.
Il sofista li lasci con quella botta nei cuori. Si guardarono come s'erano fatti pi pallidi. I due uomini risorgevano dai due fanciulli ch'erano stati a goder la eloquenza mattutina di Bertramo: sul petto di Zoilo si era solennemente riassiso il dolore grave della tragedia; il Duca mordeva la sua umiliazione e la sua improduttivit vitale, come se invidiasse spasmodicamente quell'uomo che, dopo averlo malmenato con una imaginazione squisita di dileggi, se ne andava sotto i suoi occhi, all'avventura, col capo cinto d'un bello e imperturbabile nimbo di mistero. Andava veramente Bertramo a vedere la morta? Come avrebbe attraversato l'esasperazione dei montanari? Che sorta di legame concettuale si manifesterebbe tra quel misogino ostinato e il cadavere della fanciulla? Spinto da una curiosit feminea, strisciante e furtiva, l'angoscioso s'avvicin alla finestra e la sua testa linfatica si insinu e si chiuse, sovra le mani aggrappate, nel vano dei cortinaggi. Pareva che un capo decollato si protendesse con avidi occhi di spia.
Bertramo difatti pass.
Il cappellaccio, l'abito di fustagno che mostrava qua e l gli specchi delle stoffe fruste, gli stivaloni da montanaro, il collo ignudo e fosco per il largo riquadro delle mandibole che vi gettava ombra; le mani libere, battenti l'aria come due pendoli; incedeva sul sentiero argentato, con una dinamica superba di camminatore, tagliando lo sfavillo della luce e movendo incontro ai faggi, che limitavano la spianata, come se egli fosse in procinto di svellerne alcuno per allargarsi il passaggio. Sul sentiero e su lui si chiuse la muraglia verde dalle braccia di candelabro, su le quali scoppiettavano per la brezza mille fiammelle. Il Duca non lo vide pi.
E irrequieto, impaziente, incominci a sentire al diaframma l'oppressione del tetto, delle pareti chiuse, della lontananza da ci che avveniva; il suo corpo non trov una positura; le sue mani toccarono tutto e nulla presero; le sue parole si smozzicarono su tutto e non si fermarono mai: e ci dur qualche ora, sempre intorno al letto del malato, gi stanco, gi ripreso sensibilmente dalla sua febbre.
In quelle ore Bertramo domin il villaggio. L'aveva sempre evitato nelle sue scorribande verso la montagna. Quel giorno, vi and diritto: lungo la strada il suo pensiero n oper, n cre, n rilev nota alcuna del paesaggio; ma si afferm il proprio orgoglio d'essere, la propria volutt di muoversi da luogo a luogo, negligendo il pericolo nella sicurezza che la sua idea familiare della morte era l'uguale del fatto stesso della morte. Si trovava bene in quel soggiorno montano; non gli avveniva mai di pensare a una partenza dal castello per riprendere la mala rotta attraverso i vortici della citt, per vivacchiarvi su gli imprestiti di qualche studentaccio scervellato e metafisico; giammai quanto nel castello aveva strimpellato musica di sua ispirazione; il che voleva dire, nella sua singolar vita, comodit d'oblo. La fame soleva fustigargli il pensiero e la pienezza il lirismo solitario. Ma n fame n pienezza potevano renderlo schiavo d'un sentimento di conservazione, quando il capriccio suo, uno dei suoi capricci intellettuali uncinanti una preda, fosse pi forte. Andava disarmato nel villaggio: guaissero contro di lui gli omuncoli tentennanti su l'orlo della bestialit; essi gli rimarrebbero estranei come animali del cortile a taluno incedente verso una casa; egli si era mosso soltanto per la morta; lo minacciassero, e vedrebbero un'indifferenza, un'apatia, una impassibilit siffatta, da dover centuplicare i loro istinti di barbarie per uccidere l'essere d'una razza pi alta.
All'ingresso del villaggio, seduti sopra una panchina di pietra, all'ombra d'un tetto spiovente, vide i due gendarmi arrivati quella mattina per l'inchiesta: fumavano, con la carabina fra le gambe, riposando come idoli tozzi, nel silenzio dell'autorit. Domand a quelli dove fosse la casa di Viola: lo esaminarono di sotto in su, interrogandolo a loro volta: - D'onde veniva? - Dal castello, - e la parola fu come un talismano. In quella s'affoll gente: monelli insaccati in vesti ridicole, con cappelli calcati fino agli orecchi; donnette con costumi pittoreschi insudiciati di carbone e nelle faccie di fuliggine denti bianchissimi e taglienti, di fiere; indi un crocchio d'uomini, poco lunge, su la porta d'onde pendeva la frasca. Larga era la via principale del villaggio, e il sole la occupava quasi tutta, contrastandovi appena un'esigua dentellatura d'ombra, ritraente i disuguali profili dei tetti, coi loro brevi comignoli che parevano messi a covare nella paglia arsiccia. Bertramo, solo in mezzo alla via, era l'unico che avesse una propria ombra distinta sul suolo.
Egli aveva sempre conservato troppo la distanza dai villani perch l'odiassero; pure l'odiarono finch temettero che colui riferisse ai gendarmi il loro impeto mattutino di sommossa, le loro grida irriverenti contro il castello: tanto poteva la persuasione che la ricchezza, la forza e le leggi fossero un tutto cooperante con fatale armonia. Quando compresero che egli domandava della casa di Viola, la loro tema si rovesci in stupore. E poich gli fu detta, ed egli vi si incammin, gli tennero dietro a crocchi che a poco a poco s'univano in una greggia sommessa: solo pochi spiriti liberi si contentarono di seguire con l'occhio, dalla porta dell'osteria, le mosse del visitatore inaspettato: i due gendarmi, con le carabine in ispalla, chiudevano il gruppo, mettendolo sotto la saggia insegna delle baionette. Passando presso la canonica, uomini e donne si sentirono rimpicciolire, si contennero per un momento come animali resti; poich don Filippo aveva ammonito parecchie volte l'uno e l'altro che quell'ospite del Duca era un bestemmiatore inverecondo. Ma le loro menti dal travaglio incerto non sapevano che pensarne: una occulta simpatia li attraeva a Bertramo, vestito al par di loro di grossi panni, abile e coraggioso su la montagna come i loro snidatori di falchi, disceso a vedere la morta, mentre i suoi compagni, o accigliati o tremebondi, si isolavano nel castello; forse era una necessit d'ordine misterioso che quel figliuolo di Satana si recasse a chi sa quale miracol produrre presso la morta senza perdono. Intuiva Bertramo quelle superstizioni addensanti dietro i suoi passi e non le condannava: i villani sentivano oscuramente giusto: egli era, in un'altra orbita d'idee, rispetto a loro, quello che essi pensavano.
Nessuna voce os parlare quando lo straniero giunse innanzi alla casa: le donne raccolte su la soglia si scostarono istintivamente, tenendo il fiato, frugando nell'aria coi loro occhi allargati: e quando egli entr, fatto certo del luogo per uno sguardo che rivolse in giro, tutto intorno alla soglia si form un semicerchio di pupille rivolte in alto, di fisonomie aride che sembravano aspettare una fecondazione: solo i due gendarmi sedettero dignitosamente sopra un'altra panchina e scambiarono qualche frase breve a voce bassa: taluno aguzz l'orecchio ad ascoltarli, e gliene giunse nulla. Anche i cani guardavano in alto: si sarebbe detto un paese dove s'adorasse il mezzogiorno con un rito senza parole.
Mettendo il piede nella casa, Bertramo ud in una stanza a pianterreno una donna che gemeva solinga, come una cagna. Avrebbe comandato volentieri di farla tacere, poich quella rotta di dolore offendeva il suo udito e il suo spirito: e anche il vecchio montanaro che scendeva le scale guard da quella parte con una bieca obliquit degli occhi. Era una figura gi declinante, gi rivolta verso la terra madre; ma la sventura la ingrandiva quel giorno, le dava un'aria di trattare coi re.
- Cos  ridotta la mia casa! - url in faccia a Bertramo senza pur salutarlo. - Lass  la morta! Qua  l'altra mia figliuola, Martina, quella che ora piange! E l dentro i gendarmi hanno rinchiuso Gianni, il mio genero; e questa sera se lo portano in citt per metterlo in carcere! E voi, che cosa volete da noi?
Bertramo url pi forte di lui: e tutto il villaggio, appollaiato su la soglia, ascoltava senza fiatare e senza batter ciglio:
- Che cosa v'ho fatto io che m'abbiate a trattare a questo modo?
Anche Martina, evidentemente, ascoltava; non s'udiva pi gemito nell'altra stanza; si indovinava una curiosit di donna appiccicata alla soglia con un gesto basso. Il vecchio immergeva i suoi occhi arditi nello sguardo grigio e schiacciante dell'Aquila; dalla tenacit di quello era la sua selvatichezza accresciuta, imbestiata; Bertramo sentiva che qualche cosa temeraria veniva a cozzare contro di lui fino a schiantarsi.
- Chi siete voi? Chi siete voi? - ringhiava il padre di Viola.
- Io sono un medico.
- Che venite a fare? Non c' bisogno di medici nella mia casa! Siamo tutti gi morti! Andate via!
- Voglio vedere la vostra figliuola morta.
- E io vi dico d'andar via!
- E io vi dico che sono venuto per questo e che non sono uomo da aver paura di voi: smettete le vostre villane e conducetemi nella sua stanza!
Si misurarono dall'alto in basso, vicini l'uno all'altro, la testa del vecchio quasi battente sul petto di Bertramo per la forza del suo convulso. I terribili occhi di stagno terso gravavano sul vegliardo con tutta l'energia d'una voluminosa e densa volont che il Duca aveva analizzato tante volte nelle timide fughe del suo spirito: e il villano sentiva su di s un'entit incombente e penetrante come il sonno, un largo cuneo che divideva le sue risolutezze, nulla palesando del proprio mistero: comprendeva di cedere e si divincolava per non cedere: alfine atterr gli sguardi e mormor con una voce torbida:
- Perch devo lasciarvi vedere la mia figliuola? Non le si  fatto male abbastanza? Lasciatela a me che sono suo padre: io solo posso avere piet di lei....
- Io non v'impedisco di averne piet, e nessuno fa male ai morti, - disse Bertramo, scostandolo con un atto leggero: e di nuovo il vecchio gli fisse gli occhi negli occhi, ma cos ansioso, cos sgomento, cos disperato di non potergli resistere, d'essere povero, debole e solo, che l'intruso gli afferr la mano e gliela strinse: dieci anni di vita avrebbe dato il Duca per quella energia di conforto! E non l'avrebbe saputa mai: di ci Bertramo sorrise, mentre saliva la scala di legno, non pi vietata. E il vecchio lo guardava salire, restando abbasso, con le mani attaccate alla rampa e con certi occhi che parevano dardeggiar spine, contraffatti dalla diffidenza e dal pianto; con certi occhi che sputarono il tossico ond'erano abbeverati dalla sorte malvagia, allorch volse contro lo stupido ozio della folla la testa con la sua raggiera di crini ispida e bianca. Ma non sapeva risolversi a seguire Bertramo; custodiva la scala perch nessuno salisse, e Bertramo era solo col cadavere.
Solo, in una specie di granaio, ch altro nome non meritava la stanza: vasta, nuda, bianca di calcina, con qualche cassapanca, e una botte in piedi, e un mucchio di grano, e un vecchio truogolo lungo le pareti e qualche pezzo di vestimento feminile appeso ai ganci delle finestre: in fondo un ponderoso letto di legno, con un gran pagliericcio che si sgonfiava e perdeva le foglie da una sdruscitura; un lenzuolo lo copriva o lo nascondeva: e su quello il cadavere della fanciulla, con le mani congiunte sul seno, con il libro di preghiere ai piedi, con le rigide braccia d'un crocifisso schiuse sovra la testa, come per aspettarla in un amplesso di dolori. Bellissima, Viola, pur nella luce cruda del mezzogiorno che nessuno aveva pensato d'attenuare intorno al cadavere: bellissima in quell'abbandono di morta scomunicata e maledetta, con un'oscenit molle nelle masse dei crini e una tumidezza di bacio sul labbro livido. Bertramo si appoggi alla seggiola che era a pi del letto, considerando la morta. La fisonomia di lui non diceva dolore e non diceva misticit; i suoi sguardi misuravano; il suo intelletto ombreggiava la fronte di linee calcolatrici; alle sue mani fluiva da tutto il braccio teso una nervosa brama. Difatti, a un tratto, si libr sul cadavere; ne prese una mano, ne denud un braccio, tast con le dita tutta quella floscezza di carni gelide, la investig fino alla peluria dell'ascella, penetr nel corpetto e manipol i seni, palp il ventre, viol il grembo, arrovesci il dosso della mano per scorrere lungo le coscie, liber un piede dallo zoccoletto e ne avvilupp di nervi tattili tutto il contorno: poi gitt un'occhiata sospettosa verso la porta, alz le braccia al cielo e di in uno scroscio di voce dentro s stesso: -  bella e non mi piace! - e lo accompagn con un riso.
Aveva conosciuto le donne nelle sale anatomiche; aveva veduto la nudit delle morte prima che delle viventi; la sua ammirazione era forse rimasta sempre senza amore, comech nelle viventi egli continuasse a considerare le morte. - Tutto ci per cui esse valgono contro di noi, - egli si disse, dopo essersi gi tolto dal cadavere, ma ritornandovi come per un'ultima prova, -  la bellezza: e la bellezza  questo! Ne sono alterati i miei sensi? Ne  conturbata la respirazione uguale del mio pensiero? Lotto io? No: siamo in tutto uguali, io e questa morta: le due indipendenze si toccano. - E la grevit della sua freddezza si bilanci con una grande ala d'orgoglio.
Prima d'uscire dalla stanza, volse un'occhiata al Crocifisso, che legnosamente consunto e lagrimevole, supplicava uno sguardo per la sua agonia. Bertramo mut mentalmente la testa di Ges in quella del Duca e lo inchiod, nello stesso atto, sovra il letto di Viola, imaginando, commento aereo, un suono di campane che non cessassero mai: e tanto lo dilett questo teatro mentale, che si volse all'Eccehomo come ad una creatura vivente e disse a quel delirio di dolore: - Io ti conosco, ma tu non mi conosci.
Poscia a s stesso, assaporando la sua gran scena di solitudine fra cose mute: - La posizione esatta del nostro pensiero non si determina bene che con l'aiuto della morte.
Come un profumo che si svolgesse dietro i suoi passi, cos parve che quell'idea lo seguisse ed impregnasse l'aria, allorch egli riattravers il villaggio: molti lo salutarono con un inconsapevole rispetto, ed egli sparse su loro, in cenni di mano, i momentanei svaghi del suo spirito dall'ossessione di quella idea sterile.
Faceva ritorno al castello. Lo aspettava il Duca camminando su e gi per la spianata: poich non poteva pi reggere al chiuso, era uscito col, impaziente di sapere come fosse finita l'avventura di colui col cadavere. Strane supposizioni mareggiavano nella sua fantasia: per tema che lo cogliessero improvvisi i villani tornando all'assalto, aveva mandato due servi col fucile ad armacollo a nascondersi tra i faggi, come spie, sul declivio della collina. Camminava senza meditazione, attendendo tutto dal tempo; e coloro gli custodivano la vita.


 8.
Le tre lucerne.
- Basta! - mormorava il Duca, incapace di prender sonno nella notte afosa, che l'aveva costretto a sedere sul letto e tuttavia lo teneva molle di sudore e anelante. - Basta la comedia: che io non veda le persone e gli oggetti incorniciati dai panneggiamenti d'una scena! Che io cessi d'appartenere all'orribile ozio delle mie forze e di lasciarmi avvorticare da questi ospiti macabri che ho tratto nel mio castello! Dove sono ormai le cose pure? Dove non  passato Bertramo con la sua negazione? Zoilo con la sua bava? Nei miei momenti pi esausti, la freschezza di questa gente della montagna mi dava qualche breve ristoro. Ed ora? ed ora? Fra le vergini  passato il capro e sui cadaveri  disceso il vampiro; i montanari sentono, arcana, nelle loro vene, la rivelazione del bruciore inestinguibile che taluno di noi porta nelle carni, taluno nella mente, ed io, sventuratamente fra tutti, non nelle carni, non nella mente, non nella schietta imaginazione, ma in un flutto melmoso dove tutto ci si frammischia e che io denomino il mio essere, quasi a scherno di ci che  un uomo!
Indietreggi dalla visione, stringendo i denti e ritirando le labbra su le gengive, talch la bocca parve dilaniata come una piaga: sui suoi gracili polsi i pugni contratti contro il petto tremavano. Il respiro si rallent in sospiri.
- O padri miei, - si lament, - che cosa avete fatto nel vostro passato per lasciarmi l'eredit di tanti mali? La storia vi dipinge duri e feroci; poi vi dipinge legislatori e giudici sereni; poi rappresentanti del popolo, inquieti della sua sorte come se a poco a poco i secoli vi avessero ingrandito il cuore; la storia illustra un Gerardo, che fu guerriero e sud nei bagni di sangue; la storia vezzeggia un'Eloisa, che fu poetessa arcadica e port gonne succinte motteggiando e trescando coi falsi pastori, e la sua bocca fu come un favo di miele; la storia narra la rigida onest di mio padre, presso la quale stava la verecondia velata della madre mia: ma che cosa tace la storia? Io ho rifatto molte volte questo cammino della genealogia per comporre me stesso di forza, d'idealit, di pensiero provvido e di disdegno per ogni dissolutezza: io ho voluto essere meglio di tutto il passato, essere l'uomo benedetto da questa valle: e tutta la mia vita non  che un perpetuo soggiacere ai fascini, senza pure il coraggio di sprofondarmi in una perdizione! Errai fra tavoli da giuoco e conviti e letti di cortigiane, e non seppi mai veder l'alba nei vizii, stanco e sazio assai prima che venisse il giorno; condussi qui una sposa, illudendomi di pacificarmi in una stabilit fedele, e le spirali della stanchezza e della nausea mi disgustarono del talamo coi loro avvolgimenti di rettili, talch la nostra stanza nuziale non vide se non un incubo e un succubo nei loro delirii immondi; mi esinan la goccetta della solitudine; ed eccomi preda di due mostruose esistenze: di un truce istrione, che m'attira, contro me stesso, nella folla, e di un inconsciente devastatore che si dibatte nella morte e non vuol morire e m'innamora della sua sterilit inerte, fetida e cieca....
Talvolta il pensiero del Duca ora aspreggiato da un impulso violentissimo, che traduceva in invettive i suoi lamenti: invettive rivoltolate in s solo, scalpellate nel proprio silenzio e nelle cavit contrattili della sua faccia: l'uomo dei desiderii scuoteva furiosamente l'imbelle uomo della realt. Cos quella notte: allorch con un lento giro torn all'inesorabile idea di Bertramo e di Zoilo succeduti alla Duchessa Laus, respiranti nelle stanze che egli aveva riadorne per la sposa, sedenti alla sua mensa dove il posto della donna era vuoto. Nella presenza di quei due esseri vedeva la propria condanna: un letale artifizio complicava l'atmosfera che quei due creavano come due comici o come due complici, l'uno mettendovi tutte le soperchierie della logica superiore all'utilit della vita, l'altro mettendovi tutte le grazie del suo sfacimento fisico, le languide inconscienze, le amabili indolenze, le civetterie della tosse e le affettazioni di starsene a letto per pigrizia e per proponimento di non commettere altri errori; come se il morbo, finalmente, non lo avesse tutto ingombro ed affranto!
- Ma desidero io la morte di Zoilo? - si spaventava il Duca, sceverando il suo sentimento dal lavoro insidioso dei giudizii. E allora i suoi pensieri galoppavano indietro, galoppavano nella notte, ebri di sgomento: - No, no! Io non ho voluto mai la fine di una creatura;  stato Bertramo a suggerirmi questo dubbio demonico;  stato Bertramo a presentarmi il dilemma, a definirmi la posizione ambigua; maledetto Bertramo! per quale atroce consiglio mi ha egli chiesto se lo volessi morto o vivente?... Ma  stata una comedia.... Una lugubre comedia.... Un giuoco con la cera molle della mia anima.... Una manipolazione beffarda della volont dell'uomo.... Che comedia! Che comedia!... - e rabbrividiva e si rassicurava, ripetendo le stesse parole, come se incastrasse una lezione nella memoria disattenta: - Bertramo cura Zoilo; Bertramo fa il suo dovere; gli prolunga l'esistenza; lo salva....
Gli occhi sfuggenti caddero in quel momento, nel rettangolo della finestra, su due lumi che apparivano immobili nell'ala opposta del castello. L'uno era nella stanza di Zoilo; illuminava il sonno blando d'un fanciullo, fra gli odori di putredine che corrompevano il suo anelito e pareano offuscare la superficie dell'acqua nel bicchiere posto sul tavolo da notte, accanto alla sputeruola tante volte ammirata da Bertramo per la turpe efficacia dei suoi verdi, dei suoi paonazzi e dei suoi lividi agglutinati in una sierosit densa; accanto al volume di Shakespeare di cui si dilettava il moribondo, come se la tragedia e la favola sostenessero con loro ali violente e scherzevoli la verdezza miracolosa del suo spirito. L'altro lume era nella stanza di Bertramo; il medico dall'imaginazione omicida vegliava fino a notte tardissima, evocando dal suo pianoforte sconquassato gli accordi musicali o giocondandosi di qualche vecchia superstizione aristotelica scoperta negli incunaboli della biblioteca, come un dolce pazzo cui nulla desse fastidio o rimorso: la stessa mente che s'era fatta di ferro per annichilire tutti i pregiudizii dei vivi nella Morale della morte, fantasticava ora delle montagne e degli uomini, nei pensieri e nelle musiche, accomodandosi voluttuosamente a quel paesaggio pregno di tristezza, dove Zoilo soccombeva, dove Viola era morta, dove egli, il Duca, agonizzava nella notte.... Agonizzava sotto l'aria calda, per invidia del passato e per rimpianto della larva di Laus fuggita via dall'angoscioso suo talamo; per dolore del presente, di quegli avventurieri venuti a inscenare la morte nella valle dei suoi padri; per ansia del futuro, che lo speziale e l'ostiere, trafficatori accorti, gli andavano preparando per mercede in mezzo a un popolo di venduti, di sbigottiti e d'illusi, che avrebbe votato per lui come si giura per l'ignoto.
-  la mia salvezza! - accorreva egli affannosamente. - Basta la comedia altrui! bisogna ritornare al mio sogno. Deve condensarsi la mia vita; deve muovere diritta alla sua ragione d'essere. La dirittura  anche la calma. Non ho io veduto con lucidit che ormai null'altro mezzo mi rimaneva di giustificarmi, che raccogliere le anime inconscie di questo mio popolo e farmi lavoratore per i loro desiderii, farmi banditore di ci che essi sentono e non sanno manifestare? S: questo  stato sempre il mio sogno. Questa  la direzione della mia volont. Questa  la mia vera brama, che Zoilo e Bertramo non possono confondere. Io mi afferro al mio popolo. Io mi salvo nella mia missione. Non volgo pi il capo n a dritta n a manca: voglio andare alla Camera e operare onestamente per quelli che soffrono. Se la natura non m'ha dato ingegno, mi dia essa onest. In qualche modo bisogna diffondersi, allorch si  in alto. Quando io mi purifico dall'incantesimo altrui, il mio pensiero  buono. Questo  il prodigio invocato:  la linea....
Cos egli batteva su la sua incudine. Insonne, con le braccia divarcate alle due sponde del letto per procacciarsi pi largo spazio al respiro, incoronato d'un cerchietto doloroso dall'una all'altra tempia, il nevrastenico andava accumulando questi pensieri di tempra spartana. L'animo molle produceva ferro. I nervi tenuti insieme da legami d'arsenico s'esaltavano a generare la salute d'un mondo. Non era pi colui che la donna aveva abbandonato per la lipemana onde affliggeva i presto sazii amplessi. Non era il travagliato solitario che aveva raccolto intorno a s due ripudii dell'esistenza per non esser solo. Non albergava pi in quel castello un dilapidatore delle proprie fortune in carnalit e banchetti. Non aveva chiuso gli occhi e tremato nell'anima mutola quando colui scendeva nel villaggio a narrare storielle laide ai maschi e a divulgare le arti nascoste del piacere merc le femine. Non lo aveva caro, sorpassando a depravazioni, adulterii e rimorsi di fanciulle morte. Non dava pi ospizio a un brutto spirito, consigliero di sterminii per un'iniqua fede nell'ultimo termine della natura: l'annientamento morale nel fisico. Non chinava gli occhi intimiditi quando colui lo guardava. Non si sradicava da ogni fermezza quando colui levava la voce. Non lo lasciava pi compiere nella sua casa e nel suo villaggio il bene e il male, da despota, restando egli scorato a trepidare. No, quell'insonne, abbattuto dal peso della notte, insofferente d'ogni giacitura sotto le spugne sudorifere dell'afa, era uno spirito sveglio alle energie di domani, una coscienza eretta e fecondatrice....
Lo afferr un desiderio impulsivo di rileggere e di rimeditare il discorso che aveva preparato per gli elettori valligiani, prendendo la rincorsa da una sonora invocazione al sole. Accese la lampada. Ma se Bertramo dalla propria stanza osservasse quel lume? Se sapesse la sua insonnia? Se percorresse, a passo a passo, il cammino intimo del suo pensiero? Se le sue labbra arcuassero il loro oltraggioso giogo per le cose meschine e sofferenti? Spense la lampada, senza leggere. Si raggomitol fra le lenzuola, stretto in s medesimo e solo, senza visioni, trionfando di tutti i suoi pensieri un cruccio aspro di lagrime strozzate: l'insonnia della notte divenne arida, e somigli veramente agli strati profondi della sua vita.

 9.
L'uomo del popolo.
- Pensi tu mai ad Ofelia? - chiese Zoilo, figgendo nel viso del Duca quei suoi occhi stracchi che traevano ormai una straordinaria effusione di vita dalla cornice d'ombra sempre pi larga su le guance cadaveriche. - Si  sempre trovata Ofelia troppo perfettamente bella come imagine di poesia per prendere in mano la sua sorte e considerare ci che fosse in realt il suo caso tragico. Ofelia  simile alla giovine miss viaggiatrice che perde la vita in un naufragio. Ella si era imbarcata senza alcuna foscaggine nell'anima e senza alcuna colpa; ma si era imbarcata male: tetra nave la corte di Amleto, dove i ritratti dei morti fanno sbigottire, e dove le tappezzerie nascondono l'orecchio dello spionaggio e spruzzano sangue ai colpi di spada; e tetro flirt quello col giovane principe, che compie la stessa traversata, ben sapendo come e perch debba perire! Ofelia  nulla in s stessa, ma  in braccio di quelli che sono qualche cosa: e per questo ella far una morte di sovrana bellezza e rimarr eternamente compianta.
Il Duca aveva finito di spalancare le imposte, ascoltandolo; e un primo sole d'ottobre si sgranava fine fine su le superfici dei mobili e sul pavimento. Erano trascorse parecchie settimane. Zoilo non aveva quasi mai abbandonato il letto, asserendo la sua malattia essere un invescamento delle sue carni alle lenzuola tepide e profumate di lavanda; ma Bertramo ammiccava: era lo sfacelo della vita: e lo sorvegliava di giorno in giorno con la sua indifferenza assidua, ora cinicamente leggera, ora cinicamente brutale. Zoilo pareva rassegnato a quell'esistenza: aveva fatto togliere d'intorno tutti gli specchi e indotto il Duca a portare ad uno ad uno nella sua stanza i pi leggiadri mobili del gineceo della Duchessa Laus, bench quegli si fosse turbato di riaprire per un saccheggio le porte inviolabili: e finalmente, in grazia di piet al moribondo, anche il ritratto della Duchessa, il gran ritratto in cui l'artista aveva fuso alabastro e fiamma, era venuto a trionfare di sua vita dirimpetto al letto di Zoilo, affinch egli si spegnesse almeno sotto gli sguardi d'una castellana dalla fronte orgogliosa. - Facciamolo vivere; ci  tanto caro, - diceva Bertramo pungendo con i suoi occhi di spillo: e il Duca, fra i sospiri, acconsentiva alla profanazione e all'insulto. Necessaria alla sua debolezza la vicinanza di quella creatura pi debole, di quell'istrione della volutt, ormai impossente ad aiutar s medesimo: necessario alla sua debolezza sentire il cicaleccio della vita pur su le labbra di quel vinto: e Zoilo si era cos dolcemente arreso alla propria immobilit in un'atmosfera feminea: e, lontano dai proprii casi, ragionava d'Ofelia.
- Ma perch hai la mente piena d'Ofelia, questa mattina? - gli chiese il Duca, riavvicinandosi al letto.
- Perch Ofelia sono io. - Tutta la trasparenza del malato brill nell'intenzione arguta. - Io mi trovo in mezzo a personaggi tragici, e nulla ho fatto che valga la pena d'essere ricordato in una tragedia: la morte di Viola non sarebbe pi accettata nemmeno da un facitore di melodrami: Bertramo coi suoi lampi di pensiero e tu coi tuoi nuvoli politici mi giungete con la testa al cielo, laddove io non giungerei nemmeno all'altezza degli alberi in fiore. Eppure io sono il vostro malato, nella casa dei vostri contrasti!
Dolse al Duca sentir ricordare come un istante del passato la morte di Viola, perch alla sua fantasia tutti gli echi cruciosi risuonavano come da cose presenti; gli dolse anche, volgendo gli occhi al ritratto di Laus, di cui la intatta bellezza pareva terribilmente sdegnosa in quella stanza, gli dolse anche il sentir lacerare l'imagine d'Ofelia nel paragone fatuo. E fu altro dolore l'evocazione di Bertramo, che egli odiava ora con tutte le forze della sua anima e subiva con tutto il fatalismo della sua codardia; e fu altro dolore l'ironia infilzata alle sue attitudini politiche; imperocch quel giorno egli sarebbe disceso nel villaggio ad aspettare, fra la coorte dei suoi paladini, il risultato dello sballottamento di voti e di voleri, fra lui, il Duca, e un avvocatuzzo cittadino venuto su dal nulla e cresciuto da speranza a speranza.
- Quanta ignominia! - egli disse, seguendo il suo pensiero e liberandosi da esso con un brivido.
- Che novit ti crucia quest'oggi? - interrog il malato.
- I miei recenti ricordi. Tutto ci che ho aggiunto alla mia esistenza. Da tre mesi, io cerco di affermarmi ogni giorno e vivo nella negazione.
- Perch? Non ti sei preparata abilmente la vittoria?
- Io nulla ho fatto. Ho pagato: ecco l'opera mia!...
- Hai comperato anche don Filippo?
E il Duca illivid:
- Ho ascoltato un suo sermone grossolano.... dopo essermi prosternato alla santa messa!
- Ma senza prendere la comunione.... - lo consol Zoilo con malizia; e quindi, attizzandolo: - Se fosse stato necessario, l'avresti presa?
- Non so....
- Perch non dici di no, dal momento che non fu necessario?...
- Perch sono stanco di raggiri e d'inganni! Perch ho lasciato commettere tante cose false e nauseabonde, che io avrei potuto accostarmi, con minore disgusto, anche alla loro mensa eucaristica e mandare in visibilio i montanari con la mia compunzione! Sapessi tu che cosa si dice di noi! Siamo tanti ravveduti, tanti pentiti, tanti ossi da reliquie: tu, per esempio, porti gi intorno alla testa l'aureola della leggenda mistica: lo speziale ha fatto intendere che dopo quella notte della sciagura passi tutti i tuoi giorni in preghiera e che non ti muovi dal letto per voto: presto nascer in qualche testa l'ubbia di venirti a venerare in pellegrinaggio; ti vedono gi in un rapimento estatico, fra le rose di carta e i cuori d'argento!
Alle esacerbate accentuazioni del Duca, rideva Zoilo; rideva, combattendo con gli ingorghi di tosse che tratto tratto gli facevano saltare fino alla bocca la corruzione purulenta dei visceri.
- E tu non ridi? - chiedeva, con un fil di fiato, arrovesciandosi sul guanciale, come se stesse per venirgli meno l'anelito e per traboccare nello sforzo tutto il suo sangue: - E tu non ridi? - e il Duca pi sgomento di s che una scultura da sepolcro, si velava gli occhi con le mani e premeva la faccia nelle palme e sospirava, in una sospensione assoluta dei conforti che la vita d all'uomo.
- Oh, fosse gi questa sera! - egli disse. - Questa sera tutto sar finito! Poi entreremo nella convalescenza. Anche la mia elezione, Zoilo,  una malattia! All'angoscioso, come m'ha battezzato Bertramo, tutti i mutamenti vengono come altrettante forme del male: io invidio te che ridi! io invidio quell'ipotetico essere che, senza soffrire, o almeno prima ribellandosi con qualche ira mostruosa, avrebbe accettato in vece mia tutte queste vergogne imposte dalla necessit di vincere!
Usc lentamente, a capo chino. Nell'anticamera vide sorgersi incontro Bertramo: il suo cervello ristagnato in s stesso non l'aveva sentito avvicinare: onde un senso di stilettata che gli dividesse le vie del sangue. Il sofista fingeva smemoratezza per aver il piacere di rinnovargli il dispetto
- Esci solo? Non mi vuoi con te? Non hai volont quest'oggi di lanciarti nella metafisica?
- No. Lo sai pure che non puoi venire; lo sai pure che oggi vivo per altre cose....
- Ah! gi! - Simul un riflusso della memoria dall'ampio mare; e tosto ebbe negli occhi il suo sfacciato demonio e la lunga persona si scapezz in una gran riverenza. Pareva il Duca un bruttato di colpe che stesse innanzi ad un giudice, in atto di speciale umilt, perch questi almeno non volesse considerarlo come un nemico: la metafisica, rivendicata da Bertramo quale un proprio soggiorno, gli suscitava in quel momento l'anelito a superiorit lontane, quasi la nostalgia d'una Terra Promessa d'onde egli si fosse partito con sua vergogna.
- Bravo! - gli parl Bertramo. - Ora te ne vai a sgomitarti fra i popoli e a costituirti lo scalco della Provvidenza, abbeverato tu stesso dei farmachi di Marco lo speziale! Un vero scandalo, fra parentesi, quella spezieria del tuo apostolo! Buono per i villani che hanno salute dura! Ma vattene, vattene: ci deve esser bisogno d'un uomo come te per amministrare i destini del mondo!
Lo invitava ad uscire, cedendogli il passo: e il Duca, stretto da un bisogno improvviso di conciliarsi Bertramo, di farsi stimare da quell'essere, non sapeva risolversi. Talch l'attitudine rimaneva immutata, come sotto una campana di vetro: e finalmente con grande sforzo, l'angoscioso os trarre un balbetto:
- Che male t'ho fatto, Bertramo, perch mi perseguiti? Che male sto facendo a te? Ragiona: quale avvenire debbo avere, secondo te? Dimmelo: ti seguir, se tu ragionerai....
- E che vuoi avermi fatto? - proruppe l'Aquila, tornando l'uccellaccio grifagno che ostentava il rostro. - Quando mai ti ho lasciato supporre d'aver bisogno di te? Ho parlato di te come di qualunque altro essere: nega, se puoi, che vi fosse nelle mie parole una verit profonda! Sostieni, se puoi, sostieni innanzi a me che non ti conosci! Sostieni che non ti senti tremare come un fuscello per questa miserabile impostura, la vita! E poi vattene, a capo eretto, fabbro di luce, artiere di felicit; va a lavorare nella desiderata officina.... Il ferro  molle, ma pi molle  il martello.... In quanto a me, rassicurati.... Tu non mi attraversi alcuna strada.... Tu non mi eclissi n mi annuvoli il sole.... Io ti sopporto nel mondo, con i tuoi sogni e con le tue opere e con gli abissi che dividono queste da quelli!
Moltitudini d'atomi iridei si aggirarono rapidamente innanzi alla mente del Duca, sotto l'imperversare dello sfuriante; un anelare vago di battaglia gli si sbatt per l'animo; ma ogni parola che venisse al suo labbro gli pareva troppo ambigua o troppo grave, troppo immisurata nella logica o nell'iracondia; di modo che non gli era bastato tempo a dir nulla, quando Bertramo gi gli aveva battuto su la spalla in segno di pace e gli avea suggerito nell'orecchio in segno di sua finale vittoria: - E gurdati da Nemesi! - Al varco della porta, il Duca si sostenne allo stipite, analizzando il grigio riso di quelle parole nell'ombra.
Il vecchio servo Giovanni e due giovani suoi nipoti gli baciarono le mani nel vestibolo; egli afferr nei loro augurii un capriccioso vocabolo: "fortuna".
Gli fu scorta per via l'accasciamento. Gli steli non gli porgevano fiori, ma ricordi di estive fioriture. I fiori raccolti da Laus, i fiori raccolti da Zoilo, quando nessuno lo vinceva di grazia nel riunire a mazzi le erbe e i ramicelli e le infiorescenze e le spighe e ogni cosa bella dei campi! La natura pareva gi disseccata, come negli orti asciutti d'onde Bertramo cavava medicinali e veleni, mescolando all'utile la sua morbosa dilettazione. Sopra la terra si approfondiva il cielo intenso; cedeva talvolta il sole all'ingrossar cupo di qualche nuvola, che pur allora era sembrata una falda errante. Il vento regnava nell'alto dei cieli; sovra la terra un'aria calma, senza spiriti, non pi estiva, ma tepida ancora. I concimi fumigavano come incensieri sparpagliati nell'ampiezza dei campi. Si erano diradati i fogliami su gli alberi e il sole v'entrava a saggiarvi laminature di rame e d'oro. Tutte le vette dei monti portavano qualche corona di tristezza: taluna una cresta d'abeti; taluna una torre implacabilmente recisa in atmosfere crude; taluna un'aureola fosca. Pure la terra era tanto meno triste del Duca, che egli pot sentire la sua miseria rimbalzare da quello specchio nitido come un'imagine solitaria. Perch s triste? Per Bertramo? Per Zoilo? Ancora quel pensiero di cacciar l'uno e l'altro! Quanto meglio non averli chiamati mai! Non erano compagni superflui e perniciosi, a lui che andava ora incontro al suo popolo? Ma come vi andava solo! e con che pensiero astratto, e con che animo piagato! Pure vi andava; avea la pallida speranza se non la fede. Tendeva verso il popolo le sue braccia addolorate d'un viluppo di ceppi flessibili ed intricati come le liane; vi tendeva il suo sogno cerulo e freddo come le nuvole alte nel cielo, quasi fosse quel sogno un elettuario di volont.
Gli rispose la valle. Inastati su due antenne d'abete, sventolavano i gonfaloni e le divise ducali all'entrar nel villaggio. Un ornamento intrecciato di cupe frasche d'ellera e di nastri dai due colori armonici di sua famiglia, azzurro e giallo, s'accavalcava fra le due prime case a guisa d'arco di trionfo: la fede aveva messo l'augurio. Dalla taverna di Roze una musica barbara, giungeva; ingrossando lo sfiatare dei polmoni rudi nella cavit delle bombarde, dove talora la stanchezza rompeva sconciamente l'anelito; querelandosi i bocchini pettegoli e stonati dei pifferi. E grida e canti: e fra le case, tuttavia lontane, il formicolo degli uomini con le giubbe nere di festa, il rabesco rosso del crocchio feminile coi fazzoletti sgargianti annodati sotto il mento; le macchie variopinte dei venditori di pan pepato, di dolciumi, di scarandole, di trombette, di calze, di farsetti e di ferrarecce, accorsi all'elezione come a una fiera.
Quando egli fu veduto spuntare in capo alla strada, sciam sul paese un grido: corse gente dagli usci; dalle finestre sventolarono panni e lini; s'agitarono verso l'arrivante i cappelli infiorati di garofani e di geranii tardivi; e tutte le braccia, tutte le mani, conversero nell'aria al suo punto, con un accennare giulivo; la fantasia dei fanciulli fu tocca dall'inconscio tripudio ed essi menarono ridda di salti e di capriole all'avanguardia del corteo che rapidamente si formava dal popolo. Le grida si levarono eterogenee e si raggiunsero in un solo grido, integrazione fonica del momento, vapore sbuffante per un'infatuazione breve, da un popolo abituato alle discipline e ai silenzi e che si allucinava al cospetto del suo signore, come se egli recasse qualche cosa di sovrumano: quando la banda si cacci fuori dall'osteria ed espettor sovra tutte le teste la sua musica fiera, una marziale contentezza di sangue soffuse i volti e il Duca vide muovere incontro a s una compagine di fedeli risoluti alla stessa ventura. Quella concordia gli parve enorme e meschina insieme; lo spavent, lo stord e lo disilluse in un solo attimo. Quando il corteo imbandierato e impennacchiato, al lume degli strumenti di metallo che cuocevano i grossi suoni, gli fu tanto vicino da assordarlo, e i suoi zelatori corsero a lui, s'impadronirono della sua mano inerte e la posero nell'una e nell'altra mano degli ossessi che con selvaggia dedizione accorrevano a stringerla, e le voci urlarono ad una ad una nei suoi orecchi intronati, egli si accorse di parecchi che, avanzando con mal sicuro passo e con infinita dignit d'attitudine, roteavano le pupille arrossate di veglia e di grappa. E la pestilenza dei fiati lo sconvolse.
Ecco l'ostiere in giacca nera di velluto e cappello piumato. Ecco i due prevosti del villaggio, dalle facce rase come gente di chiesa; bianche le camicie di lino, e i panciotti a bottoniera metallica; eccoli: raccomandano il silenzio. Ecco i dodici seniori, col nastrino emblematico del comitato elettorale puntato alla spalla: hanno una intelligenza circoscritta e aguzzata in malizia, sotto i cranii levigati che raggiano fra ciocche rade d'asbesto.... E le donne dal viso avvolto di scarlatto e dai grembiuli neri che mostrano la piegatura; e i loro denti candidi animaleschi.... E gli ottoni fulminei delle trombe.... E sovra la pompa dei colori e dei rumori aritmici, equilibrata su la ventraia ben tesa d'un giovinone colossale e fulvastro, una trionfante bandiera, azzurra e gialla, con tre bande purpuree nello stemma e un fascio di virgulti di salce attortigliato all'antenna. E tutto appariva, tutto risuonava, tutto esisteva, come nei tempi che i feudatarii s'erano degnati di riscuotere il primo tributo. E il Duca provava a sospingere il proprio cervello verso l'istante prossimo imminente, quando egli avrebbe dovuto proferire le parole con le quali prometteva d'assumere in custodia, la volont del popolo.
- Largo! Largo! - s'arrochivano i due prevosti, ributtando con rude energia di cipigli e di braccia gli accalcati, contro i quali il signore mal reggeva a difendersi.... - Largo! Largo! - ripetevasi dall'uno all'altro; con l'intonazione stessa crocidata dei precedenti schiamazzi. - Largo! Largo! - Ed avvenne che per puntellarsi di spalle nerborute e per incunearsi di gomiti e per addomi retroincedenti come arieti di guerra, la folla lasci libero uno spazio, dove per un istante ciondolarono gli ubriachi restii, cacciati bruscamente a mo' dei tafani; dove si rec alfine la bandiera e fu al suolo confitta; dove i prevosti, l'ostiere, e dei vecchioni alcuno di maggior conto, e un mingherlino occhialuto che veniva dalla citt, raggiratore abilissino, attorniarono il Duca in un semicerchio, per modo che la figura sua comparisse in un posto insigne di capitano.
Si avanz uno dei prevosti; una mano, col moccichino rosso, pul la bocca; l'altra cerc nella saccoccia un manoscritto. Gettando tratto tratto su quello un'occhiata, fra i sudati baleni onde la fatica della memoria scorreva la fronte, arring il castellano:
- "Monsignor Duca, primo cittadino di questa valle dopo il re nostro signore, tre villaggi qui radunati vi salutano per bocca mia e vi rendono grazie dell'insigne onore che loro faceste.
"Il momento  aspro per il re e per il paese, Monsignor Duca; le discordie intestine travagliano lo Stato; a conservare i suoi ordinamenti sono necessarii pi che mai gli uomini d'alto lignaggio, memori degli antichi costumi e della santit degli averi, che abbisognano di difesa contro i cervelli arruffati e le mani ladre. Voi siete uno di questi uomini, Monsignor Duca: noi ci auguriamo che tutto il nostro popolo possa comprendere il vostro generoso intendimento e porre nelle urne il vostro nome illustre, il nome d'una stirpe benefica e d'un principio sacrosanto".
Sorrise il mingherlino e s'imporpor di contento, ch suo dettato erano le parole e gli erano sembrate di buon metallo: l'ebreo merciaio gli sorrideva lusinghiero per due forellini che splendevano nelle palpebre socchiuse. Un murmure di plauso volteggi fra le teste e si perdette nell'aspettativa composta di ci che il Duca sarebbe per rispondere a quel saluto. Egli aveva stretto la mano al prevosto. Aveva visto lo speziale, ormai divenuto una superiorit, ispirargli coraggio con sguardi tondi e diritti come canne di fucile. Ora il Duca teneva gli occhi levati al cielo, quasi bianchi, e bianche erano le sue mani che si accarezzavano, come per infondere calore a corpi gelati, e bianca esile smarrita gli usc la voce dopo un tentennamento: il cerchio della folla si restrinse affinando l'ascolto: il mingherlino penava con mezzi gesti inquieti ed incitanti.
- Le vite degli uomini sono sacre, - esord l'angoscioso; ma non trov n accento n gesto per avvalorare l'importanza di quella sua diceria, che pareva lo sgorgo d'un'anima inerte. - I campi degli uomini sono sacri.... Le case degli uomini sono sacre.... Tutto  consacrato intorno all'uomo dalla luce del sole, che scende ogni giorno ad annunziare come il cielo assista alle opere umane.... O amici, abitatori della nostra valle, lavoratori dei campi, stirpe forte ed integra, avete voi considerato la luce del sole?... Vi ha il suo tepore penetrato talvolta noi giorni squallidi dell'inverno? Hanno compreso le vostre anime semplici e buone il senso dell'aiuto che ci d il sole? Bisogna vivere come esso vuole, poich esso ci aiuta, e quando noi abbiamo con noi un signore bello e possente, il quale ci protegge con la sua alleanza, bisogna bene interpretare i suoi desiderii e seguire i comandi di lui religiosamente. Scusatemi se la mia voce  fievole; mi perdoni qualcuno se non ode; gli altri dicano a lui: - Il profeta ha parlato con voce sottile; ma ecco, o fratelli, il suo insegnamento.... - Mi ascoltate dunque.... Il sole non soltanto ha animato la vita; ma anche ha voluto volgerla alla felicit di quelli che ne partecipano. Non soltanto di alcuni avventurati, ma di tutti, non soltanto dei ricchi, ma anche dei poveri, non soltanto dei forti, ma anche dei deboli, non soltanto di un popolo, ma dell'umanit.... Su tutti il sole versa il suo splendore; laddove sono campi, esso matura messi; grande  il mondo; ma pi grandi sono il calore e la luce. Io mi sento indegno di annunziarvi la sua parola; ma essa  questa: - Voi dovete vivere felici.
La folla gli dardeggiava in viso l'innocenza dei suoi occhi attoniti; l'ostiere si fingeva in visibilio; i due prevosti, con dignit autoritaria, si compiacevano di encomianti sorrisi su le labbra; solo il mingherlino arrabbiava dentro di s per quel rimescolamento di parole confuse e puerili, mormorate con un'inettitudine oratoria, che quasi tremando d'ogni concetto pi vasto lo spegneva sul labbro, mentre sapea premere con tristezza supplice su tutte le proteste d'umilt. Il Duca si raccolse a riafferrare i pensieri; n ard per sincerarsi con lo sguardo se quella sua eloquenza attirasse o fugasse la vittoria. Sentiva confusamente di aver pronunciato qualche cosa fuor dell'umano, di essere passato sotto lo spregio delle passioni, o tutt'al pi sotto il loro compatimento. Aveva pensato parole di suprema dolcezza; e ora non applaudiva a s stesso....
- Se voi mi eleggete - egli riprese - io debbo intendere che voi speriate da me la protezione di quanto vi  caro. Che cosa vi  caro? La moglie e la casa, il campo e la giovenca, il bosco e la prateria vi sono cari: per essi e in essi voi esercitate le vostre forze; io debbo raccoglierle in un fascio concorde per esercitare le forze mie all'Assemblea in pro di tutti.  mia suprema ambizione e mio orgoglio l'essere deputato; ma soltanto d'uomini che sieno fra loro fratelli. Siate fratelli, vi dico! Altrimenti l'opera che io andrei a compiere sarebbe un'opera vana. Queste parole che io rivolgo a voi, le ripeter nell'Assemblea. Bisogna che anche altri uomini ci si uniscano, ascoltando il volere del sole e il desiderio comune della felicit. Noi dobbiamo creare una grande fratellanza, sopra gli odii, sopra le inimicizie, sopra le guerre, sopra le malvage passioni: se la moglie e la casa e il campo e la giovenca e il bosco e la prateria vi sono cari, egli  d'uopo che voi rispettiate questi affetti anche nel vostro vicino: nessuna invidia, nessuna insidia a ci ch'egli possiede; ma fraterna ed inesauribile carit se gliene manca. Questo voto ha formato il mio spirito attraverso le sue lotte e i suoi dolori, che voi non sapete. Fate dunque, o amici, che io vi veda l'un con l'altro abbracciati, e datemi il vostro consenso perch io porti nell'Assemblea lo stesso verbo di fede e di amore.
Quando ebbe concluso le parole, precipiti, senza respiro, senza tono, senza correlazione fra la loro efficacia intima e la esteriorit smorta dell'oratore infelicissimo, gli parve pure di sentirsi nelle viscere, lieve peso, una polla di acqua dolce e cheta. Era finito. Egli usciva da un'aria indefinibile che gli avea colorito s stesso e ogni cosa con le tinte di una vita inferiore. Aveva pensato, nel comporre quello squarcio con un'anima cos dilatata da parere incapace di parole, che realmente vedrebbe uomini inghirlandarsi con le braccia, stamparsi baci di pura alleanza nei volti: s'era illuso fantasticando su la propria visione. Invece gli furono storditi i sensi da uno strepito. I due prevosti, l'ostiere e lo speziale battevano col massimo fragore le palme e, a poco a poco, or qui or l, poi da tutta la turba, fu imitato il plaudire di quelle mani isocrone: qualcuno vi aggiunse la voce. Lo acclamarono tutti; ma nessuno, al viso, mostrava battere il ritmo d'un'idea nel suo cervello; come se il pescatore d'uomini avesse gettato le reti in uno stagno infecondo.
Ed egli si senti pi basso, pi malinconico, in abbandono.
Il mingherlino si ritraeva battendo le mani pacatamente, guardandosi sfavillare alle dita gli anelli d'oro, con la sfiducia imbronciata nel viso. L'ostiere gli susurr in passargli accanto:
- Parole sante! Ma ha un vizio maledetto: non legge le gazzette! E delle "questioni" - m'intendete? - vi dico io che non capisce nulla!
- Bisognava pensarci prima - ribatt astioso il faccendiere, e fe' groppa del collo fra le spalle. Perch i suoi occhi levati incontrarono il sole, ebbe un sorriso di freddo sarcasmo.
- Ora conviene che essi votino! - aggiunse; e accomodatosi il solino e datasi una rassettata al panciotto, ripigli l'estro della sovranit disinvolta, ciarlando a voce forte e raggruppando quei semplici; mentre Marco e Roze, da buoni volontarii, ne afferravano taluno per la falda e predicando di case e di campi e di patria e di rivoluzione e di Dio, li traevano a codazzo sotto l'arco di frasche e di bandiere, esaltatore dei loro sensi.
Cos condussero l'armento a nominarsi il pastore. E ciascuno, uscendo dalla prevosteria, ove tra le labbra sdentate dell'urna colavano le volont, sorrideva di presunzione, mettea le mani in saccoccia raddrizzando nell'atto le spalle e filava all'osteria lietamente.
Coinvolto nell'onda processionale, il Duca era venuto ad una con loro nel villaggio; e perch, dopo l'acclamazione fuggitiva, gli uomini s'erano timidamente ritratti da lui per prestare orecchio ai due cianciatori, il suo silenzio procedeva circondato dallo schiamazzo dei bimbi e dai rotti clamori degli ebri dal passo obliquo, dalla curiosit delle donne e dall'interpretazione critica di qualche vecchio, che si doleva di tanta alterigia e di tanta taciturnit. Il duce ideale era ridotto a seguire la turba, in uno stato prossimo all'inconscienza passiva, interrotto da fugaci ravvivamenti di sguardo, da raggi di rammarico, per i quali esprimeva l'invidia della socievole plasticit di Zoilo o di quell'irta e dura dominazione di Bertramo, che sapeva curvare tutte le teste come passasse una falce.
Quando gli apersero il passaggio, ossequenti, perch li precedesse nell'osteria di Roze, messa a festa, con la bandiera del Regno spenzolata rigidamente nell'aria ferma, egli ebbe in cuore un'angustia, una brama d'esser lontano, che gli ingropp tutti i fili della vita e, nel dissolverli, gli fe' vagellare, inattesa, innanzi alle pupille annebbiate, una trasformazione di s medesimo, un'armonia quasi necessaria del suo essere con la solitudine del castello, popolata soltanto dall'infermit di Zoilo e dalle dottrine sterili della Morale della morte. S'arrest, impressionato, fermando violentemente la visione prima di cacciarla, per accertare se egli non fosse chiamato altrove, se egli non fosse col il pi straniero degli stranieri; se non lo avessero abbarbicato fino ai proprii antipodi l'aristocrazia atavica e la ripulsione di Bertramo per il miscuglio tumultuoso delle plebi che cercano la loro vita. Sost un momento alla porta d'uno stanzone basso e nudo; gli istintivi incalzarono l'incerto.
E molte ore del giorno gli vennero fatte trascorrere in quel basso e nudo stanzone carcerario, dalle finestre graticolate che guardavano sopra un cortile dove si sfogliava la lenta morte di una vite infeconda. Egli sedeva ad un tavolo coperto d'una tovaglia pi scura che l'aria scura, umettando tratto tratto le labbra su l'orlo d'un bicchiere di cervogia nauseante; era dintorno un ire e un redire di persone, un affollarsi di curiosi alla porta, un costringerlo a confabulare, a manifestarsi, un disputar l'onore di possedere per un attimo la sua mano, fra le cui dita diaccie si contraevano i mal sorpresi nervi degli zelatori: l'oste e lo speziale gli stavano allato, pettegoli, come due mosconi. Gli altri prendevano animo da quella famigliarit; taluno gli portava i pi recenti ragguagli dello scrutinio; tal altro millantava senza mistero gli elettori scovati, le apate messe in moto con la promessa di qualche ingorgo di vino. Lo zampillo della botte era continuo nella canova attigua, come in un d d'abbondanza. E i sensi e l'animo del povero martire sentivano ai loro stiracchiamenti gemebondi far contrattempo derisorio quel chioccolo. La baldanza dei partigiani cresceva. Dal borgo d'oltre monte era giunto, sovra un trespolo veloce, il primo messaggere. Recava annunzio di battaglia: facce livide e gonfie; sangue innanzi alla porta d'una taverna: "e appena si distingueva dal vino". Tripudiarono urlando. "E i vincitori?" "Votano molti coi nostri". Il messaggere ingoll un incredibile sorso.
Allora una faccia laida per innumerevoli solchi di bruttura nella sua cartapecora olivastra fiat nell'orecchio dell'angoscioso, con un fare di patrocinio verecondo: "Dovreste dargli qualche cosa".
N il Duca rispose; ma, estratto il borsellino, diede; ad altri ancora diede per meriti molti; taluno gli fe' credito dell'esser generoso fino a quando si fosse rifornito di marenghi al castello. Cos l'odiosit dei mercati fece corona alla sua anima d'idealistica neve; cos l'ingordigia e l'avarizia frantumarono i suoi propositi di purezza. Ed egli misur i suoi atti bassi e uniformi dall'alto dei proprii sogni, sorridendo con una bocca circonflessa dal sapore amaro e sostenendo la propria pazienza con un viso languido.
Pareano sperimentarlo coloro in ogni atto, in ogni parola: - Vediamo; anche questo ti darebbe dolore? - Perch non era sano, perch non era incolpevole il suo Zoilo, per soccorrerlo nella vertigine morale, come nel tragico mattino su la montagna? Gi vespro cadeva; le ombre piangevano violacee; egli and su la porta a respirare, a sentir l'urto d'un'atmosfera improvvisamente frigida; e scorse in capo alla contrada alcuni impazienti di novit, che gironzavano con gli occhi all'erta, esploratori dell'orizzonte. Alle sue spalle, nell'osteria, fra il nebbione sollevato dalle pipe, iridiscenza tumida nelle penombre, baccanavano i giuocatori, dai visi ingialliti dalle lucerne, e a colpi secchi di bicchiere battuto sul tavolo si dava un ritmo alla disputa. Dal lato opposto della strada camminava su e gi, sentinella d'onore, la guardia campestre; nelle baionette dei gendarmi splendeva un filo grigio, pi lontano; viva luce piovea dall'ufficio dei prevosti, dove ormai i delegati di tre villaggi computavano i voti. Ed ecco un'ombra nera, un austero e rudimentale contorno umano, una forma incappata e lenta come un'enorme talpa, staccarsi dal muro nel color perso dell'aria e avvicinarsi a lui e tendergli una larga mano grinzosa, come volesse attirarlo a s prima che salutarlo: un altro despota s'avanzava a incombere sul diaframma del sofferente.
- Voi, reverendo!
- I miei rispetti e le mie congratulazioni, Monsignore - disse la voce arida di don Filippo; e i suoi occhi arditi lo scrutavano quasi fosse una sua pecorella, isolandolo come si isola l'oggetto sul quale si vuol raccogliere l'osservazione. Il Duca conosceva in s gi assai quel senso di desolata passivit: rammentava Bertramo.
- Congratulazioni premature.... io forse non sar eletto....
Don Filippo svent i dubbii, agitando nell'aria quella sua mano di vipistrello, avvezza alle benedizioni, su la quale il tabacco s'era impiastricciato come una patina. - Vorrei avere io tanti cristiani fedeli quanti hanno portato il loro voto per voi! Non mettetevi ubbie, Monsignore: il vostro nome  bastato a farvi eleggere: esso  venerato tal quale una santa memoria. E la chiesa si augura che voi possiate far onore a questo nome cristiano.
Era un brontolo sordo di parole, represse perch nessuno udisse di quelli che adocchiavano presso la soglia; l'intonazione di quei suoni con l'atmosfera ambigua, con le facciate delle case, oscure nell'imminenza notturna, dava un accordo perfetto di tetraggine; don Filippo rivoltolava in congratulazioni il proprio scontento; e quella doppiezza risuonava con un rimbombo su la coscienza del Duca, come sopra un grande timpano disteso a raccogliere le voci paurose del vuoto.
- Mi auguro - insisteva il prete - dacch voi entrate fortunatamente nella politica, che fra il mio ministero ed il vostro regni l'armonia tradizionale nelle nostre famiglie.
Sospendeva di nuovo, fisso sul silenzio del Duca, interpretandone la riottosa docilit senza farsi illusioni, finch fu certo di aver dato molestia ad un'anima e sodisfatto di veder chiaro quale fosse il modo che ella aveva d'esser ribelle; allora cambi metro, pur mantenendo la stessa gravit tenebrosa:
- Dell'avvenire per avremo tempo a parlare; e io non sono venuto qui n per ricordarvi i maggiori vostri, n per rimproverarvi che ospitiate nel castello un peccatore, a cui perdoner forse Iddio che l'ha fatto infermo, e un oltraggiatore implacabile della nostra santa fede. Sono venuto soltanto per raccomandarvi la nostra povera gente: questa sera si ubriacheranno, disputeranno; poich le lotte politiche finiscono col trascinarli fuori di senno: e voi solo, io credo, avrete l'autorit di levare la vostra voce per impedire che si trascorra a violenze e che succedano disgrazie.... Siete voi, oggi, il sacerdote ed il capo.... Mi hanno detto che vi siete atteggiato a profeta nel vostro discorso.... Fate che io possa benedirvi e intercedere per voi nelle mie preghiere.
- Credete dunque, che debbano succedere disgrazie?
Gli occhi politici del prete esplorarono nell'osteria, e l'angoscioso vide in quegli occhi il peso degli uomini e delle cose come su esatte bilancie: gli uomini e le cose che a lui parevano spesso una mescolanza incorporea di elementi del caos. Non bast che guardasse; annus su la porta, quasi per saggiare l'ambiente con l'esperienza d'un senso pi animale; tuff in quel calore la faccia e la ritrasse non altrimenti che l'uomo di scienza ritira la sonda dall'incerto, edificato appieno della sua indagine. Fece al Duca un saluto nel quale credette questi vedere un solco d'irona, di certa fine irona sacerdotale, filata come taglio di rasoio: e quell'apparenza sarcastica, in tal momento, dopo s breve e sicura esplorazione della vita, lo sconvolse tutto, s che avrebbe voluto trattenere l'ecclesiastico magari per il lembo della tonaca perch egli non tacesse pi nulla del suo pensiero.
- Reverendo curato.... - Il prete si volse. Il Duca gli and vicino. - Perch non siete entrato un momento a dire, voi, una parola di pace? - Finse il curato di sorprendersi assai di quella domanda, come se il Duca ignorasse ci che doveva essergli una nozione fondamentale. - Perch ho anch'io la mia politica - disse asciutto. -  quella di non immischiarmi direttamente nella politica. L dentro ci sono i vostri elettori che bevono: io riconoscer le mie pecorelle quando verranno alla chiesa a pregare. Mandatemele alla chiesa; pronunciate, in mezzo a loro il nome di Dio; questa mattina l'avete evitato nel vostro discorso, e bast questo, credetelo, perch inaridisse tutta la bont delle vostre profeze.
- Su la mia coscienza - afferm il Duca, seguendo i passi del prete, pallido pallido - vi giuro che in me tutto  stato purit; che io ho voluto soltanto ed ardentemente il bene di questo popolo....
- Iddio lo sa!
La diffidenza dell'uomo chiamava a testimonio l'assoluto onnipotente onnisciente contro le infermit del suo cuore; egli chin il capo, sottomettendosi al giudizio dell'ente che la sua scienza e la sua ragione negavano. Avrebbe bramato ergere una testa superba; rispondere al villano prete: - Non Dio lo sa; ma io lo so, che ho pensato e sofferto! - nulla seppe rispondere; parve una creatura superstiziosa e mansueta, che accettasse di provare l'innocenza della sua anima tenendo nella palma il tizzone ardente. Il tizzone: la folla senza nome che giuocava e beveva nell'osteria, con una monotona funebre, assorbendo nel vino i fluidi della violenza nascitura. Il curato, prima d'allontanarsi, si rintan di nuovo nella sua cuccia di finta umilt e brontol ancora qualche parola; qualche parola pregna d'una fatalit inesorabile e invitta:
- Ve li raccomando, Monsignore: mandateli alla chiesa umilmente e fiduciosamente; credete a me: questo  l'unico loro sostegno: la vita eterna  l'equilibrio e la salvezza del mondo....
Il curato fu riassunto nei velami notturni, gi fittissimi sopra le forme del villaggio e della campagna; e il feudatario sprofond di nuovo nella taverna, ripiomb tra i beoni come un essere bastonato in una avventura ingloriosa, che si sentisse scendere di grado in grado pi basso.
L'aria della taverna incominciava a farsi greve e ad insozzarsi di pestilenze; una mefite vinosa saliva ai volti per venature arborescenti, che fiorivano su le guance in chiazze rubizze, come se sottocute si diffondesse l'emorragia. I bulbi degli occhi roteavano nel buio delle orbite come globi d'avorio su i quali piovesse umido il bagliore delle lampade fioche. Tremava nelle callose mani la indomita protervia di qualche nervo.
Il Duca sedette di nuovo in mezzo a loro e il rassegnato suo capo reclinava su l'omero, fine nei lineamenti e nelle luci diafane dei capelli, con in s qualche cosa d'una realt che si sface. - Siete stanco? - gli dicevano i pi inconsciamente benevoli. - Stanco d'aspettare? Ancora un poco e le notizie d'oltre monte verranno. A quest'ora il messaggere  certo a mezza via. - Altri si ostinavano pesantemente a intrattenerlo dell'abbandono del paese, tanto remoto, tanto sprovveduto, tanto fuori dal mondo; della necessit di una via telegrafica, di una corriera postale pi frequente. Erano voci che spossavano la sua melanconia. Ma taluno, con grossolane invenzioni e con motteggi sconquassati da risa rumorosissime, gli faceva il buffone, gli urtava malamente l'orecchio con le aspre e materiali rozzezze del suo dialetto impuro ancorch vergine, con un umorismo da anima legnosa che dava fuori in asinere scolorite ed in strepiti. Onde la nevralga da cento parti concorreva al suo capo, entro il quale pareano contrarsi le spire d'un rettile, sotto un macigno opprimente.
All'improvviso, la banda tumultu presso la soglia. Uomini e donne si introdussero nello stanzone, a tre, a quattro, ingorgati, violenti, con scorci e sghimbesci degni di scultura medioevale, come se un turbine di rudezza si affannasse tra gli stipiti; e l'ultimo residuo d'aria fu aspirato in un attimo dalle gole ardenti. Le grida sorsero in coro discorde; le furie degli animi schizzarono dalle pupille; l'ossessione del trionfo sform le pi tenaci armonie d'ogni sembiante. Chi con i pugni prostr il compagno per occuparne lo spazio; chi balz sui banchi con uno scatto ferino; chi protese il torace ed il ventre per raunare e scagliare dalla gola ogni vocalit delle viscere cave. La turbolenta invasione precipit come un solo uomo sul Duca; e in tale febbre di violenza e di chiasso, in tale vertigine di straripante esultanza, gli di novella del messaggere giunto, dello squittinio finito, della vittoria. L'anziano dei prevosti tent d'aprirsi un varco nella muraglia di spalle; non lo potendo, sal sopra una botte e di lass proclam il numero dei suffragi e la disfatta dell'avvocatuzzo arruffapopoli. Un sibilare vipereo, uno schioccare di contumelie fanatiche, accolsero quest'ultimo nome. Indi la folla ebbe un acciecamento taurino, quasi vedesse in quell'aria fumosa boccheggiar come sangue una luce di porpora. S'avvent, basso il capo e muggente, sul suo Duca; lo afferr su sbarre di muscoli saldi; lo alz su le spalle, ed acclam il trasfigurato, il trionfatore: egli sentiva languire i sensi e tutti i colori fluttuanti del suo mondo interno dileguare.
Non capeggi, ma fu servo: servo della loro forza, del loro impeto, della burbanzosa ebrezza che li spingeva. Pareva accorrere un'infernale musica a strapparlo dall'alto, dove pur continuavano a reggerlo i tentacoli muscolosi. Esigettero che egli arringasse; glielo dissero, glielo urlarono che parevano minaci; e bimbi massacrati intanto fra le mole dei corpi cacciavano guaiti, e madri strillavano imprecazioni, tempestando con indefesse braccia su la massa dei dorsi vuoti di sensazione come tronchi.
Quale spirito servile sugger al Duca di mormorare - Grazie! - a dritta, a manca? Invero, egli riteneva tanto poco del proprio essere, che la conservazione di esso era in lui nulla pi che un istinto, come nelle bestie minori indifese. Bene udiva che gli era chiesto un discorso pi o men solenne a coronamento del giorno; ma quali parole sue si sarebbero compatite con quella mischia di carni traspiranti e con quel fermento d'animi infervorati dal vino e dall'acquavite? Quale vincolo tra la stringente sua angoscia e quei furibondi che non smettevano di vociare, di muggire, di trinciar l'aria coi bicchieri, di sbranarla coi gesti? Dove si toccavano senza ferirsi? Dove combaciavano senza addentarsi? Scorgevano coloro la sua miseria, in quel posto ridicolo, l in alto: lo smidollato sopra un trono di muscoli? Chi ne aveva piet? Chi leggeva l'anima nell'arco della sua bocca triste? Andava rimormorando: - Grazie! Grazie! - quando pi il suo spirito si sentiva crivellato di ferite e oscenamente travolto verso la cima d'un inatteso Calvario, come tutti gli illusi messaggeri del sole che ardirono recare i loro sogni alti e artificiosi fra una moltitudine impronta.
- Parli, Monsignor Duca! Parli, Monsignor Duca! - e parea non voler pi finire quel grido; iterarsi in minuti dalla lentezza eterna. Glielo lanciava in faccia, dalla botte su cui stava in vedetta, il prevosto. Vedendolo in s grottesca maniera agitarsi, con il viso in fiamme, con la canizie contaminata dallo scarlatto, egli pens a s medesimo, eretto al pari di lui sovra tutte le teste, risibile oggetto al pari di lui; a s medesimo, portato intorno per una stamberga, tra fumosit flegree, sopra le spalle di gente oscurata dal vino, pronta a veder falso in ogni lampo dell'intelligenza, a violare in ogni parola l'intimo spirito di verit. E gli imponevano di arringare! Il momento era tale, che ogni stoltezza avrebbe riscosso plauso! L'ebriet della voce, pi che il mistero delle parole, pi che la musica ragionante dell'eloquenza, avrebbe signoreggiato i desiderii del popolo! Gli imponevano di arringare, dopo essersi imbestiati negli alcoolici profusi in abbondanza per la generosit e per la gloria del loro signore!
- Non posso.... - egli supplic. Ed era tale il pallore del suo sfinimento, tale la lividezza della sua bocca afona, che certe donne aggruppate presso la porta ne parlavano fra loro con inquietudine, e percuotevano le spalle dei maschi per destare la loro attenzione abbrutita, e lanciavano verso di lui qualche appello misericordioso per sostenerlo.... - Non posso; sto male - egli accenn al prevosto, toccandosi la gola infiammata. Quegli a sua volta accenn la propria gola e poi il Duca e - Parler io pi tardi! - voci sconcertato verso il popolo, rendendosi mallevadore che la logomana di esso non sarebbe delusa.... - Fategli prender aria! - gracidavano le feminette; e la insistenza del chiasso comaresco ottenne alfine l'effetto di un breve silenzio, per il quale si snebbiarono ai pi perspicaci le cose.... La vittima era ormai salva; le file malcontente s'apersero; il soffocante respir fuor dalla stanza mefitica. Qui gi alcuni domandavano conto della poca condiscendenza del Duca e del frodato discorso, intestarditi in quell'idea come bambini; rimbeccavano gli altri; si accendevano contese; i bicchieri andavano infranti su le fronti, dopo esser saltati come delfini sopra la mareggiante calca; e l'inevitabile suggello di sangue e lo sgomento e gli strilli di donne confermavano l'atrocit della festa, la vendetta della vita sopra i celebratori di gioie.
Frattanto le zotiche Samaritane confortavano il Duca con qualche sorso d'acqua, nell'atrio dell'osteria; l'una gli aveva gettato su le spalle una gabbanella di fustagno a mo' dei rustici, ch l'aria della notte gi pungeva; l'altra, spolverando le maniche del suo vestito nero inbianchito di calce, lo ridestava inconscia al pieno senso d'essere. Egli strinse le loro mani e cerc nel borsello qualche moneta. - M'hanno spogliato di tutto! - sorrise. - Non vogliamo nulla.... - risposero in coro. Una soltanto, pi ardita, pi ignara di poter essere crudele, approfitt del momento per confidargli una vecchia brama coltivata in secreto: ".... una memoria, un qualunque oggettino della illustrissima signora Duchessa.... Non si era mai vista una signora pi buona e pi bella.... Voleva tanto bene ai miei figliuoli...." - Fu quella voce di natura che agli occhi rimasti durante tutte le avversit del giorno come lastre d'acciaio, di pietra o di vetro, corrose invano da un acido smanioso, fece spargere due lagrime. Ogni pena dell'anima fu finalmente sul ciglio! Si allontanavano, egli silenzioso e le donne loquaci, dalla taverna miasmatica, e gi l'austera frescura della campagna calmava con svolazzi d'aria le fronti. Egli avrebbe voluto sentir parlare a lungo, semplicemente, della bellezza e della bont di Laus. Ma da lontano venne, come un buffo fervido, come un calore sonoro, il diavolo della disputa accesa, e le donne s'accommiatarono spacciatamente, con scuse e sospiri; corsero ai figli, ai mariti, agli sposi; svanirono in men d'un attimo da lui e dal suo mondo illusorio....
Egli tese l'orecchio, a pi d'un albero, sentendone l'altezza su di s.... - Perch non ritorni? Perch non li accheti? - Voci importune nel suo cervello! Egli riprese il cammino, ostinandosi a ricostituire da memorie stranamente vaghe la bont e la bellezza di Laus; e andava, cos solo e automatico, verso il castello, verso l'altura d'onde le voci si dileguavano, verso l'asilo delle musiche notturne di Bertramo e della putrescenza di Zoilo; la sua nostalgia faceva quel cammino fino dai primi disgusti del giorno; ma ora i rimorsi gli impedivano quasi d'andare, e s'arrestava quale un ubriaco innanzi ad ogni albero, come si trattenesse di dar di cozzo nei tronchi.... E d'ogni albero misurava l'altezza sopra di s, il contorno tenebroso nella notte. Quando gli parve si fosse dentro di s deciso irrevocabilmente di non riafferrare le forze per ricacciarsi nell'osteria ad impedire gli allucinanti torbidi del vino e le effusioni di sangue, sent come infranta una corda e irrecongiungibili nei desiderii il suo paese e lui.
- Ohim, - egli disse, - io mi sono alienato un patrimonio d'amore; non lo ritrover pi; che cosa fa ora don Filippo? quanti gi mi odiano? e quanti mi odieranno domani?... Calco gi una terra di stranieri; vacillo come quegli che ha smarrito la via.... E vado a rifugiarmi nel mio castello, tra la tosse di Zoilo e le musiche di Bertramo che mi sbigottiscono attraversando il silenzio a notte tarda; domani deporr l'anima mia, con le fibrille impercettibili di colore, su le pergamene celate a tutti gli occhi.... O Bertramo, tu hai ragione: tutti gli alberi sono cipressi nella notte! Godi: io attraverso lo spazio come un'ombra e ti porto veramente una vita estinta....
E gli parve che Bertramo, chinato sul cuore suo, lo toccasse, dicendo:
- Sei bene certo che ella non viva ancora?


 10.
Lavoro di tarli.
Intento il Duca a contemplare Zoilo assopito, tornavano nella sua mente certe parole della Morale della morte: "Ti sia di grande ammaestramento il contemplare l'azione dei lenti veleni. Ti parr come all'uomo vivo sia verit cos inconcepibile la morte, che ne puoi gi imbalsamare il corpo per le esequie ed egli pensa ancora ad ogni strano malessere, tranne alla fine della sua vita."
Tutte queste imagini funebri intorbidivano assiduamente il cervello dell'angoscioso; per che dalla notte che Bertramo gli aveva proposto il dilemma: "Vuoi tu la morte o la vita di Zoilo?" egli non sapesse pi vedere in lui il medico che attende alla conservazione della vita, ma bens il centro pensante d'un apparecchio indefinibile, regolatore della morte. E gli pareva che Bertramo, proponendo il dilemma, l'avesse chiamato complice; di quale sottigliezza di delitto, non sapeva; si inibiva soltanto, con reazioni nervose provocate ed inutili, di affacciarsi alla soluzione d'un problema che stava in bilico, di pensare sotto qualunque sfumatura di desiderio a quella soluzione inevitabile: la morte di Zoilo.
E tuttavia sempre in lui quel pensiero. Come se fra lui e Zoilo non vi fosse ormai che un rapporto solo: - Quando morr egli? Quando mi mancher la forza di sostenere mentalmente la ragione della sua vita, contro la ragione della sua morte da cui  guidato mentalmente Bertramo?
L'autunno si era fatto profondo. I primi venti rigidi avevano strappato le spoglie della natura in tutta la valle, scosso gli alberi e acciuffato e rapito le fronde. Nembi di polvere erano vorticati sui sentieri delle montagne calcaree, scendendo a turbi verso le onde crestate del fiume, quasi si fossero sgranate le compagini massicce della pietra. Su le finestre del castello, il vento a quando a quando faceva impeto e rilassandosi tintinnava, come avesse rubato qualche cosa alla sostanza del vetro; i caminetti divoravano i primi ceppi d'abete; un braciere perpetuo effondeva nella stanza di Zoilo i suoi tepori per i due morbidi esseri che vi scambiavano rare parole. Zoilo assopito pareva gi pronto per il sepolcro; fra le ombre corrodenti la sua carne, solo la bocca aveva serbato la sua maturit accesa, purpurea, sensuale. Tra il collo e il petto s'era pi e pi incavata una conca; dalla camicia bianca ogni giorno le braccia uscivano pi esili nelle afflosciate maglie, e il corpo, non pi capace di starsene supino senza dolore, si ripiegava come quello d'un assiderato.
Dirimpetto al suo letto, il ritratto di Laus, uscente con alabastrina e bionda maest dalla cornice nera. Talvolta, volgendosi ad esso, involontarii, gli occhi del Duca se ne sbigottivano: insistenti su lui in un muto linguaggio erano gli occhi blandi della Duchessa, nei quali sembrava nata una folgore: - Che hai tu fatto di me? Con quale diritto continui tu a prostituirmi a questo moribondo? A che ufficio m'hai condotta nella sua stanza? Debbo io dimenticare il mio pudore? essere la meretrice che si piega senza offesa a tutti gli aliti impuri? Non hai tu gelosia? Non hai animo d'uomo? Non supponi gli sguardi che si levano a me da quel carcame, allorch la lascivia fermenta nelle pozzanghere del suo sangue guasto? Non hai almeno piet? Hai mostrato alla creatura giovine, sana e verginale lo sfacimento e la vilt della tua nevrosi; ora l'hai rinchiusa in imagine a contemplare lo sfacimento della carne, il corpo che pute e sputa, la tenacit della vita che s'annida disperatamente nelle pupille. Laus, la tua Laus, colei che porta il tuo nome, ti domanda ragione d'averla costretta a questo schifoso adulterio!...
Rabbrividiva al suono infame della parola elaborata entro la sua anima, e veniva fin sotto il ritratto per scoprire nelle pupille un lampo di sovrumana bont, che in lui riconoscesse un'innocenza fatale e gli splendesse, luce di perdono. Ma alla finzione, semplice, pura e austera, di quel ritratto di fidanzata, s'erano sovrapposte tante successive realt e tante allucinazioni, che egli nulla pi poteva discernere di preciso nel suo sguardo. Era sguardo da evitare, anche quello; ritornava miserrimo in sua incertezza colui che l'avesse incontrato; Laus gli aveva lasciato di s una memoria confusa ed enigmatica, ch'egli aveva reso tremenda e senza consolazione col profanarla nella stanza di Zoilo. Questi parlava frequente di lei al Duca, con un linguaggio sfiorato da rispetti e da riguardi, come parla talvolta al marito l'amante della sua donna: e senza dubbio l'effigie di Laus si era mezzo incarnata in una ultima amante del moribondo.
- E non hai avuto notizie di lei.... mai, mai?
- So che vive in citt, nella sua famiglia....
- E non hai cercato di saperne di pi?
- No; non ho cercato.... Perch? Ella non torner pi. Nulla ci unisce. Il nostro breve matrimonio non ha avuto prole.
- Ed ella non ti ha mai proposto di scioglierlo? la Chiesa e la legge glielo consentirebbero.
- No: Laus non si  fatta viva.... Non m'ha scritto se non quella prima lettera, che tengo qui, sul cuore....
- Dunque potrebbe tornare!... Se tornasse: oggi, domani?... Non ci pensi mai?... A me talvolta pare udire un frusco di gonne nell'anticamera:  la tua signora che viene a visitare il tuo amico malato; la sento china al mio capezzale, quale me l'hai rappresentata e come la vedo in quella pittura....
- Zoilo, mi fai male.... Ti prego: non parliamo di questo.... S, io penso talvolta che Laus ritorni; ma non  mai una cosa presente o vicina; non  mai l'oggi, mai l'indomani; sempre un tempo remoto, un giorno dell'avvenire.... Parliamo d'altro, Zoilo....
Cos la voce serpeggiante intorno alla inquietudine dello spirito: vi sono per ogni anima certe idee su le quali essa con tema superstiziosa sorvola: e tale era per l'angoscioso il suo rapporto con la Duchessa; se non che, per una strana volutt di soggiacere all'ansia, egli non sapeva mai comandare efficacemente a Zoilo di non riaprire quel discorso. Vi tornavano sempre. Le loro rade parole non potevano che non ravvivassero il ritratto della giovane donna, e, invece d'allontanarsi, le due anime s'avvicinavano, in un mistero di complicit, vorticavano insieme nella loro vacua atmosfera d'esilio: a un unisono morboso convenivano le desolazioni dei due vedovi, l'infermit morale e la fisica. Soffrivano che giungesse Bertramo; poich giammai si parlava di Laus al suo cospetto, quasi vi fosse su ci una connivenza tacita. - E perch non parlarne? - pensava il Duca, che pure non l'avrebbe fatto mai. - Se noi vi pensiamo, egli vede.
N frattanto cessava di sorvegliare Bertramo: le mani di lui, lunghe, nocchiute, prensili, che s'insinuavano a frugare tra le boccette dei farmachi e li mescolavano con un ondulamento del polso nel quale il Duca vedeva qualche cosa d'ambiguo; la sfumatura di sarcasmo svolazzante agli angoli del labbro, fra le energiche scalpellature di quella faccia; l'arcano delle sue mani, del suo sorriso e del suo spirito. Talvolta gli pareva di scorgere in Bertramo che non fosse punto un rimedio quello che egli propinava a Zoilo e che il malato accoglieva con la beatitudine che dnno le cose dolci e fresche; un giorno, poich il bizzarro medicastro fu uscito, la sua autosuggestione ag cos viva, che egli si precipit al letto, s'abbranc alle lenzuola, fisse gli occhi palpitanti in quelli dell'amico e gli avvent il proprio dubbio con un grido d'ansia che pareva schizzare dalla folla del suo cervello:
- Ma hai tu veramente fiducia in questo medico, Zoilo? Hai tu fiducia in quest'uomo che si diletta solo di parlar d'uccisioni e di morte? Non sospetti? Non temi? Non ti sembra talvolta che egli t'uccida?
E il giovane si punt strenuamente su i cubiti, poi su le mani, sorse lento a sodisfare tutta la sua curiosit di quegli occhi miseri - e poi sorrise, e la sua voce ovattata ironeggi lentamente:
- Perch uccidere i morti?
Ricadde sul guanciale, come disfatto, e s'allung con una volutt spaventosa nel tepore del letto, quasi si componesse in una bara. L'al di l della sua bellezza risplendette negli avanzi del volto. E per la vicinanza, il Duca si sent empire le narici d'un lezzo simile a quello d'un fascio di fiori gettato su gli sterquilinii a compiere sua morte.
Da quel momento, sempre, l'angoscioso port nelle pupille l'imagine d'una bara, fossero aperte o chiuse le sue palpebre. Si mosse di l, sotto una tetra stupefazione, mortificato di dover riconoscere che la sincerit dei suoi cruci, dei suoi impulsi di terrore, non potea guadagnargli le anime. Ciascuno lo considerava condannato a non aggirarsi se non inutilmente nella terribile vita. Ciascuno scopriva il morbo psichico nelle pieghe paurose onde gli avvenimenti increspavano la superficie del suo spirito, come una pellicola delicata. E tutto ci gli sembrava esser fatto da Bertramo. E s'inaspriva contro la persecuzione e il persecutore della sua esistenza.
Ma timido sempre al cospetto di lui! e nulla potea compararsi allo squallore del suo viso, una sera, che, essendo gi Zoilo addormentato, egli si trov nella sala, dopo una giornata di nevralgia e d'annichilimento, solo e palpitante innanzi a Bertramo, mentre la sensazione di cento nervature moleste che gli ramificassero su la fronte e di l tentassero il cranio con loro appigli d'ellera, gli dava tormento. E ardeva, la sottilissima macchina, e lo costringeva a parlare.
- Guarir Zoilo? - egli chiese, come assorto in un suo interno discorso, e poi volgendo rapidamente uno sguardo smarrito al suo ospite.
Bertramo lo squadr; gli and vicino vicino, e gli oppose beffardo:
- A che ti di tanta pena per lui? Se tutti avessero tanto bene quanto ormai ne aspetta Zoilo, non vi sarebbe bisogno dei tuoi sermoni alla plebe!
- Oh, Bertramo! - lo arrest il Duca, travolto dalla sua smania a parole rapide come batter di ciglia. - Perch usi tu sempre con me questi modi difformati dal riso? Perch mi vilipendi perfino nella mia piet? Di che cosa m'incolpi, dimmi? Quale imagine ti prefiggevi di me? Ho forse sorpassato i termini nei quali mi racchiudeva il tuo pensiero? Pensa, Bertramo, che fra pochi giorni io debbo strapparmi da questa valle; debbo andare alla capitale per sedere nell'assemblea; ma io non voglio allontanarmi senza sapere tutto.... tutto quello che tu sai.... Credi tu che egli possa vivere ancora?
Fra loro fu per un istante lo spazio: lo sentirono greve, a mo' d'un solido che per suo volume li tenesse discosti. Poi Bertramo croll il capo.
- Zoilo  un malato molto meno interessante di te - disse con una moderazione della sua voce aggressiva che parve compassionevole. - Certe malattie sono crepuscoli: perci tu vedi incerto.... Anime come la tua vorrebbero che tutta la vita si eguagliasse in una certezza, per annoiarsene poscia come di un sepolcro....
Non disse altro; e la reticenza irrit il Duca, unghi i tentacoli dell'ellera nervosa su la fronte; onde la voce sua strisci fuori stridula:
- Non sentenziare.... ti prego.... non sentenziare.... Le tue sentenze sono belle, ma mi stancano; non voglio ascoltarle!... Capisci che io soffro?... Voglio sapere che cosa avviene; voglio sapere... sapere.... sapere!...
Bertramo non l'aveva mai visto arruffato a quel modo; e lo arruffava di pi osservandolo pacatamente, dall'alto.
- Ah, come ti trae terra terra la tua principessa Nevrastenia! - egli esclam. - Hai osservato mai certi cenci di carta che un turbine di vento trascina nella polvere con moti incoerenti? Orvia, clmati.  impossibile che tu sappia nulla, se non che i mortali debbono morire. Ti d questo un dolore speciale? E in tal caso, tu, alla tua et e con la tua intelligenza, tu, non sai ancora che il dolore e la legge di gravit sono tutt'uno: questa e quello esercitano il loro potere su la superficie del mondo quanto  vasta; e l'animo umano o  indifferente alle cose troppo vaste, o si assorbe in esse e ne muore.
Conosceva il Duca i lenti preamboli di Bertramo; la sua arte di trascinar lontano a poco a poco; e nondimeno vi si abbandonava, come se la pacificazione del suo essere dovesse dipendere in quell'ora da una mala. Cos in altre sere l'avevano fiaccato nel torpore certe carezzevoli mani di donna che parevano piangere sul suo corpo sfinito, come ora le parole di Bertramo diradavano l'ellera su la sua fronte e riconducevano in lui a un'unit rigorosa le sensazioni molteplici.
Il sofista s'era levato; era andato a una finestra; ne aveva schiuso le imposte: entr aria notturna umida e diaccia a far vacillare le lampade: e il Duca accompagnava l'insolito rito con gli occhi. Quando l'aria della notte invase la stanza, egli si riscosse, quasi stesse per emettere un grido: poi l'ansia dei suoi occhi torn obbediente a Bertramo.
- Copriti in qualche modo, - disse questi. - Non hai un cappello? un pastrano? Avvolgiti magari in quella stoffa antica che si drappeggia l, sul pianoforte, sotto i quaderni di musica....
Venne egli stesso ad aiutarlo, e, - Vedi se la tua salute mi sta a cuore? - diceva, mentre lo andava coprendo di quel manto bizzarro: un velluto stinto e arabescato di lingue d'oro che simulavano fiamme. Rispondeva il Duca con un effimero sorriso, pi livido che la sua faccia; e dimandava a sua volta: - Che vuoi ora mostrarmi? Perch hai aperto quella finestra? - e si lasciava condurre al davanzale, come la sera d'estate che egli aveva rivelato l'anima sua al temuto beffeggiatore: e la notte gli pareva ora una mai vista notte, pi tenebrosa, pi profonda e pi sterile per essergli mostrata da lui: una notte da guardarsi fuggevolmente, con l'occhio pieno di sospetti e di paure, come se la sala del castello e le traballanti luci delle lampade non rassicurassero lo spirito di trovarsi, fuori dall'influenza nefasta del buio, in un asilo fidato. Bertramo s'era poggiato con un gomito al davanzale, torcendo la testa dalla notte, fiso gli occhi in quelli del suo paziente.
- Dimmi: che cosa senti? - interrog egli improvviso. Il Duca conobbe una forza interiore che l'obbligava a concretare le sue sensazioni per obbedire a quel reciso comando.
- Il buio, sento.... L'abisso, che contiene tante cose....
Avrebbe voluto resistere; avrebbe voluto uscire con altre parole dal cerchiolino stretto della domanda; non poteva.
- E pi del buio? e pi dell'abisso?
- Freddo. Una sensazione che stilla dallo spazio e penetra per tutti i pori delle cose; un freddo di bende diaccie che aderiscono ai corpi....
- Rammenti tu qualche forma d'albero?
Il Duca esit; si sottrasse con un ritorcimento repentino alla risposta.
- Vorrei vedere i lumicini del villaggio. Ma non si distinguono da questa finestra....
- Non mi sfuggire! - si corrucci Bertramo; e la sua voce grossa di collera ripet: - Rammenti tu qualche forma d'albero?
Allora il Duca comprese di essere captivo: e un abbattimento disperato vel le sue parole d'automa:
- S.... le rammento....
- E come le imagini in quest'ora di oscurit, di freddo, inabissate laggi?...
- Ohim, - trasal egli, poetando a viva forza sotto la volont di Bertramo, - le imagino come un immenso abbandono. L'aria estenua i picciuoli delle foglie e tutte tremano. I rami....
- Non hai pi voce?...
Il Duca fece forza alla voce, come ad uno strumento imboccato da un musico stanco:
- ....sono tragici, incatenati sul tronco, e il tronco  incatenato alla terra!
- E in cielo?
- Nubi, sozzi vapori; nemmeno una stella....
- Nessun occhio che guardi, - continu Bertramo. - E dimmi ora tu: dove  la gioia?
A un soffio di vento tremarono pi forte le lampade, in una vicenda atterrita di luci e di ombre: e il Duca fe' un passo indietro per sottrarsi all'orrida fascinazione, ma sent la cartilagine fiacca del suo braccio spolparsi sotto la morsa della mano di Bertramo avventata come un artiglio, e, - Che cosa manca al dolore? - gli domandava egli col suo riso atroce, e, - Nulla! Nulla! - rispondeva il paziente a ritmo del suo tremito; e Bertramo lo investiva pi forte: - S, una cosa vi manca! L'odio! Tutte queste cose prone e angustiate non sanno nemmeno odiare! Ecco quello che manca all'orridezza di questa notte! Mentre tu, misero essere, cerchi in qualche modo di difenderti e di schermirti dal dolore; tu, cerchi di agitarti in qualche modo entro l'abisso dove sei gittato: tu, misero essere, tu, sai odiare; tu, odii!
E lo sfolgor con i trionfanti occhi di rivelatore, e come tese il braccio per riavvicinare le imposte e rinchiuderle, lo vide il Duca cos ingrandito, cos superbamente ingrandito, da non potersi resistere a lui. Difatti il braccio suo si ammort entro la morsa che lo serrava, e il tragicomediante gli lasci allora la libert: and a sedere innanzi al pianoforte, seguto dal Duca con un passo che ormai barcollava, come per vertigine, mentre l'ultimo lembo della stoffa antica gli si scioglieva dalla spalla e lo lasciava immeschinito e gracile, con un senso d'essere ignudo.
Le mani di Bertramo cercarono su la tastiera accordi che pareano soltanto dover riordinare i pensieri: invero egli abbandon subito i suoni e torn alle parole.
- Tu - disse, avvolgendo il Duca nell'intelligenza fluida dei suoi occhi - non sei libero di tutto quello che s' cacciato dentro di te. Perch il tepore torna nella stanza, tu non sei libero di quell'aria penetrante, di quegli alberi sconsolati, di quel turpe e odioso cielo. Tu li ricordi e li ricorderai e mi aborrirai sempre per averteli mostrati: tu dovrai convenire con me che certe false impressioni di purezza e di gioia e certi falsi obli sono bastardi nella nostra esistenza di creature d'intelletto. Scuoti, scuoti il dolore, che or ora ti si  infiltrato nelle ossa! Dissemina le tue speranze d'uomo del popolo, le tue allegrezze di credente nella vita, le dissemina in quella notte martirizzata e umidiccia! Non capisci che  tutto la stessa cosa, l'anima morbida di Zoilo e questo inguaribile male dell'autunno? Egli a quest'ora comprende, come si direbbe comprenda la terra, che le sensazioni giulive della vitalit lo respingono. Ed io e tu, intelligenti, siamo chiamati a formare pensieri funebri su lo spettacolo della terra e dell'uomo.
Il Duca lo ascoltava, schiacciato sul suo seggiolone, vittima inerte sotto il pensiero che conteneva e agitava la vita e la morte. Ammirava l'odiato uomo; glielo disse con una di quelle sue sfumature vocali che suplicavano tregua:
- Io ho torto di sospettare sempre il sofisma nelle tue parole. Tu sei forse un santo....
Bertramo rise di questa voce mistica:
- Ah, il bel cenobio dei tre santi incompresi! Zoilo perch giace mansuefatto dalla malattia; io perch sopporto le diffidenze e i sospetti; e tu perch predichi al popolo i tuoi Vangeli virtuosi e letificanti, col cuore scombuiato dalle pi perfide ombre!
La voce continu in musica: scrosciarono sul pianoforte alcuni accordi clamorosi e gai, che a poco a poco perdettero la loro traccia in armone raccolte nelle pi crepuscolari tristezze; e quando quelle voci si furono imbevute di loro medesime al punto da trasalire appena, lamentevoli, sopra gli stagni del silenzio e dell'anima del Duca ascoltante, allora ne usc di nuovo, aggressiva, come un latrato, la parola di Bertramo:
- Oh, la bella Tebaide che facciamo noi! Oh, l'edificazione del signor curato quando ci proporr a soggetto di contemplazione! E i tuoi villani che si sono lasciati contar la favola del povero Zoilo giacente a letto in orazione perpetua per quella morta! E i voti superstiziosi che hanno dato a te! E il tuo vino di pace che ha suscitato gli alterchi! Ah, bugiardo mondo! Ah, vilt degli uomini che vivono per vivere! Ora tu mi vieni dinanzi, animoso essere, tu che hai fuggito la rissa nell'osteria e hai lasciato le interiora dei tuoi partigiani scorrer fuori dal ventre in tuo nome: e lo spettacolo della natura, nella rigorosa verit della sua inerzia, ti mette addosso la stessa trepidazione di gallinella! Quando non tremi? quando non gemi tu? E andrai dinanzi ad un'assemblea inferocita con la stessa incoscienza e con la stessa maschera soave e dolente! Bada: io tempesto sul pianoforte senza ridere; ma quelli rideranno di te! Chopin, Schumann, dove sono i vostri spasimi pi estenuati? C' un uomo da imbalsamare, un uomo da mummificare a fuoco lento: e io v'invoco, o suoi fratelli, perch mi soccorriate in quest'opera di misericordia! Ecco, ecco: egli  pallido! Ecco, ecco: altra cosa che il sonno si dibatte fra le sue palpebre e pare un vipistrello sbigottito; il sonno nulla potrebbe contro la tenace insonnia assillata dalla coscienza! Che travede, di che trasogna quest'uomo assorto? Pensa qualche discorso al suo popolo? alcuno di quei famosi discorsi nei quali si vanta la bont del sole e si dimenticano la grandine e il gelo? Ovvero pensa alle oscurit tristi di certe sue miniature, ai filamenti del suo cervello, che si stemperano sui fogli e vi compongono forme viscide?
Il Duca di un balzo dalla umiliazione bruciante nella quale lo si teneva immerso:
- Come sai tu delle mie miniature?
- Le ho vedute, - rispose Bertramo, smesso il pianoforte e piantatosi innanzi a lui. - Tu sei geloso del tuo lavoro; ma non tanto che qualche mattina non ti dimentichi di rinchiuder tutto. E il tuo medico ha veduto la cartella dei tuoi disegni. Che cosa dipingevi ieri, con la tua diligenza meticolosa? Tu dipingevi una bara, e su quella un cadavere; ma non hai osato precisarne la testa... Doveva essere la testa di Zoilo,  vero? O maestro della vita al tuo buon popolo! calvo come un avvoltoio, tu odori da lontano la morte.
Giammai il Duca si era sentito cos scoperto, dopo esser passato per tutti gli avvolgimenti d'un gioco infernale, come quella notte: nulla poteva pi toglierlo dalla bala di Bertramo: la sinistra visione della campagna notturna oppressa dai nembi e spaventata dal vento, il frastuono incoerente della musica che sitiva le debolezze dell'anima, per beverla, la romba delle parole evocatrici che ergevano la sua vita come un fantoccio al bersaglio degli scherni, e infine il velo sollevato sul suo pauroso e psicopatico dilettantismo d'artista, tutto ci vibrava nella confusione dell'aria intorno ai suoi sensi esaltati fino al culmine dell'ira, ma immobili in quell'altezza, nella loro impotenza. Si riduceva a diniegare, miserabilmente; a dire di no, contro il vero, con s evidente sfiducia nella sua ostinazione che Bertramo, quasi ammansato e impietosito e ricondotto, almeno nell'intonazione vocale, ai suoi ufficii di medico, gli parlava ora con serenit e quasi con dolcezza, come ad un vinto che si vuol consolare nella vergogna della sua disfatta:
- Non ti faccio n colpa n rimprovero se tu, da essere fantastico, hai assorbito l'aura della morte, fino a fartene un desiderio. La mia morale  la tua estetica. Ho cantato test semplicemente la tua canzone; e tu sai che le musiche profonde hanno bisogno delle confessioni pi intime. A che opereresti, del resto, verso la vita, in un mondo dove c' la morte?
E poi chiese, come colto da un baleno d'idea:
- Potrai tu dormire, stanotte? Vuoi che io ti faccia dormire?
L'ironia di una minaccia, o la benignit di un inganno? Allib il Duca; Bertramo sapeva essere come un baratro; l'incertezza della vita sbigottiva gli impressivi che fossero accanto a lui. Rifiut col capo come se lo agitasse un forte tremito: e allora Bertramo si tolse di l, datagli la buona notte e gettatagli ancora un'occhiata di traverso, come se volesse spaccarlo per veder meglio; e il Duca si rifugi nella propria stanza, si spogli in fretta, si cacci fra le lenzuola, strinse i denti, strinse le palpebre, senza potersi addormentare, rassegnato alla lunghissima notte. Vide Laus, vide Viola, vide la propria fuga dall'osteria, tutto l'ieri; vide i suoi ridevoli schianti fra le mani di Bertramo che lo spremevano come le donne spremono la biancheria ritorta che tolgono fuori dalla lisciva; vide la citt, l'assemblea, il castello abbandonato alla volont del sofista e all'agonia di Zoilo, tutto l'indomani. Ebbe sopratutto negli occhi le linee rigide della bara che egli aveva tradotto, per sua tristezza, sopra una pergamena; la bianca bara, dai molti guanciali, fra i ceri agitanti la fiamma; e su di essa il cadavere vagamente indicato e senza viso.... Poich quante volte si era concentrato per fingersi un viso ideale, non ne aveva distinto che uno.... E percorrendo le pergamene disegnate in passato, rivedendovi i molti uomini frenetici nelle loro lubricit e nelle atroci impotenze della lussuria, non aveva trovato che somiglianze con quel viso. Zoilo nella vita e nella morte: uno dei suoi tipi d'arte e di predilezione. Questa miserabile essenza dell'arte sua, torbidamente insinuante la realt merc i proprii simboli, accompagn con meravigliosa armonia, fino alla perdizione dello spirito, tutti i sospiri e tutti gli sconforti di quella sua insonnia.
L'indomani, si ammant nel pastrano, calc il cappello su la fronte cerchiata, usc a precipizio, e venne in mezzo al vento, sotto il fioccame delle fronde strappate cadenti. Tutto il paese gi si mostrava nudo e scheletrico, fra gli alberi sfrondati, che sventolavano qualche cencioso pennacchio. Erano nubi in cielo, quali augelli sbattuti, che affaticassero le vastissime ali.
- Che vuoi pi di questo, Bertramo? - diceva il suo sgomento. - Guarda le innumerevoli cose che s'acquattano e si arrovellano contro il soffio distruggitore! Dove sono le farfalle? dove le greggi? dove i fiori che Zoilo coglieva meco? Dove sei, Viola, che lo trascini dietro a te e che egli ha dimenticato? Dove sono tante forme della vita interpretate dal nostro pensiero?
E il vento afferrava le sillabe fra i denti e ne sbranava fra i suoi guaiti e sembrava portarne, disperse, fino alle case del villaggio. Queste grida d'infermo, queste evocazioni di sbigottito egli mandava al villaggio, a preludiare all'opera sua nell'assemblea! Il suo panteismo, sgominato dai proprii iddii, fantasticante la continuazione della orribile notte nel giorno, profetava alla valle tutti i brividi, tutte le fenditure dell'inverno, tutto l'eccesso della sofferenza, che spacca gli alberi e inferocisce le pietre.
Cos freddoloso e smanioso, non sapendo dove rivolgere i passi, dove riparare la sua inquietudine errabonda in quell'oceano dei venti, gli venne veduto, con in mano le redini del somarello scalpicciante su l'aia, innanzi alla casetta, il vecchio Maso che troneggiava su le quattro assi mal connesse del suo veicolo, d'onde certi gallinacci, soffocati entro l'invoglio d'una sdruscita stuoia, si lagnavano timidamente, come se riprendessero il pigolo di quando eran pulcini. Era in voce quel vecchio di conoscere gli antichi segreti dell'erbe, l'arte primitiva dei medicamenti, le virt salutari delle gramigne di bosco ritenute pi inutili: anzi campava meglio d'empirismo che di pollame: lo ricord il Duca, e qualche cosa di puerile, di fresco e di folle, quale sarebbe venuta alla mente di un personaggio di Shakespeare sfinito dalle ambascie e vagellante, attravers il suo spirito angoscioso: una speranza da disperati, una risolutezza da volont logore: interrogare quel vecchio se egli sapesse qualche rimedio per combattere lo sfacimento di Zoilo.
- Maso, rimettete il berretto, che fa freddo! Come sembrate florido, voi! Ogni autunno vi fa pi vispo e leggero!
- Mi pare il primo vento della mia vita, giuro a Dio! - gli rispose il gaietto vecchierello, mentre si andava cinghiando intorno alla vita un vello di caprone alquanto sucido che co' suoi sbuffi gli dava un aspetto piacevolmente grottesco.
- E li portate a vendere, i pollami?
- Io li vendo, e qualcuno li compera, e ci guadagna.
- E voi non guadagnate?
- I polli sono troppo ghiotti: non lasciano avanzar chicchi, che ne mangi il padrone.
Il discorso dei polli piaceva al Duca; ma era egli un misero distruttore del proprio piacere: gi gli stringeva la gola la domanda a cui voleva giungere:
- Le erbe salutari fruttavano meglio, eh, vecchio Maso?
Quegli mostr un viso timoroso e compunto, come se stesse per implorare perdono di qualche gran fallo:
- Ah, voi lo sapete, Monsignore, che io conoscevo le erbe!... Le erbe!... le erbe!... ma gi non ne vendo pi.... le erbe ai loro tempi sanavano; ora pare sieno divenute malsane!... La salute non cresce pi nei boschi del Signore! Viene con la diligenza, da cadeldiavolo, alla spezieria di padrone Marco!... Bisogna domandarne a lui: carta del medico e quattrini pronti!... E nondimeno pare che ancora si muoia!... Pare.... pare.... tante cose! Il vecchio Maso  gi stato in carcere per aver fatto la guarigione d'un bimbo, e buon per lui che aveva l'anima buona: altrimenti gliela guastavano, come gli hanno guastata la lingua, che da quei giorni non sa pi se non lamentarsi del mondo.... E non ci torno pi; le finestre mi piacciono meglio senza l'inferriata; lascio ammalare chi  in disgrazia di Dio e morire chi ammala! Mi contento di avere settant'anni e d'essere sano e svelto e di benedire le mie vecchie erbe per avermi comperato questo somaro, che i pollami non me ne comprano un altro mai pi!...
- Maso, - profferse il Duca, ammollito da quella dolce dimestichezza e quasi motteggiando, come se trovasse una vena d'aria nella sua vita, - io sarei ben curioso di conoscere il segreto di quell'erbe....
- Se Monsignor Duca permette, non glielo dir.
- E se comando?... E se vi prego?... - corresse tosto, abbassata la voce.
- Che giova dirlo, Monsignore, poich voi non lo credete?... Il vostro avo era una volta venuto dal padre mio con una tosse fiera, con un petto che suonava come una cassa da morto: e fu guarito e gli fu sempre riconoscente. Ma allora erano i tempi che le erbe avevano credito. Qualche volta il villano, salvo il rispetto, poteva accomodare la vita ai suoi signori....
- E quali erbe ha dato vostro padre al mio avo?
- Monsignor Duca, sentite.... ma non lo ripetete a Marco, per amore di Dio!... se l'esservi fermato con questo povero vecchio vi avesse a mettere qualche malanno nel petto, fate bollire foglie di lattuga insieme a fiori di veronica.... e se  grave (gi il somarello trottava, rattenuto a stento) vi aggiungete qualche scheggia di salce, che vale per tutti i mali.... La bestia mia vuol tirare innanzi; e voi vi raffreddate, illustrissimo..... Riverenza, Monsignore!
Il Duca si vergogn di chiedergli di pi.
Il veicolo rotol per la strada, trabalzando, rumoreggiando, sconquassandosi ad ogni frustata di vento, ad ogni ciottolo sperso sul terreno; e pareva, con quella sferza inalberata, con quei frastagli del vello caprino scriniti dall'aria, con quella povera bestia e quelle assicelle sconnesse, costituire un solo essere, un animale azzoppato e deforme, dalle movenze impari, invocatrici di misericordia. E il Duca, dopo aver sorriso, scosse il capo nel quale gi sopportava di nuovo il peso triste, come se la serena atmosfera umana si dissolvesse via con quel vecchio. Che cosa ho voluto io veramente? Ho voluto chiedere la salute di Zoilo a quel villano? opporre io, il Duca, un uomo incredulo, opporre a tutta la dottrina di Bertramo, la credulit negli insegnamenti empirici di quest'uomo dei campi? Perch non vado io a raccogliere i virgulti di salce "che valgono per tutti i mali?" Perch non continuo a illudermi nella comedia della mia ingenuit? a blandire la vita con la speranza, come se la speranza fosse un elemento e trasformasse la disposizione intima delle cose? Quale flutto senza rimedio ondeggia nel mio cervello?
La strada lo portava verso il villaggio, ed egli volle evitare il villaggio, comech la malinconia generasse l'orrore dei viventi. Il villaggio, dopo la sera dell'elezione, era un suo terrore secreto. Svolt adunque verso il fiume, solitario, pur sempre combattendo contro gli investimenti dell'aria, che, maligni, provocavano alle lotte quel suo corpo fluttuante e senza radice: e quando giunse al fiume e vide i salci rovesciare nell'acqua le loro pertiche afflitte e sitibonde, verdi ancora di un verde smorto, gli parve di aver tenuto quella via per assecondare il desiderio dell'atavico e meraviglioso rimedio suggerito test dal pollaiuolo. E rise di s stesso, del fondo di fanciullezza ignara al quale lo riconducevano i meandri della sua malinconia e della sua imponderabilit nell'esistenza: ma non pot a meno di toccare quelle pertiche flebili del salcio; e, quando le ebbe toccate, di reciderne alcuna, di considerarla come cosa nella quale consistesse il mistero, di insaccocciarla alfine, fattala a pezzi, verecondo del fiume che lo avvertiva quasi di un'animata presenza col suo galoppo ondoso. Non ancora si era dissipata l'allucinazione di potere, con le sue forze e con la ricetta del ciarlatano, opporre la resistenza della vita alla lenta opera di morte che Bertramo governava nel suo castello. - Se io potessi trionfare, oscuro! non compreso da lui; operatore valido e inaspettato contro quel grigio necroforo! Se per un anno, per un solo anno, potessi io ritardare la sentenza che sta su Zoilo! - Gli arrideva la visione del tacito, lento, assaporato trionfo; degli scrupoli di complicit in un desiderio di morte spazzati via dalla sua anima. I larghi sprazzi di sole che ora s'opponevano luminosi alla rotta del vento, aiutavano il visionario a costruire nuove castella per il destino.
Ma quando, stanco, affannato, con le mani gelide nei guanti, si trov innanzi alle enigmatiche cuspidi dei faggi che circondavano la sua dimora, una nube dalle grandi ali, inseguita dai sibili che irrompeano per le forre, si precipit nella luce del sole; ed egli si sent portar via da una ladra ombra tutti i conforti raccolti nella sua avventura. E come cadde l'animo, cos la spossatezza fisica lo gherm, parve condurlo a farsi sbatacchiare dal vento. Corse egli innanzi, a capo basso, stringendosi nel mantello al quale le rote dell'aria imprimevano moti ribelli e balzani; corse, con lo stomaco vuoto e il petto colmo d'orgasmo, con un senso di squilibrio che struggeva le sue forze rapidamente; onde in vederlo, Bertramo, che usciva dal castello mentre egli appunto cos s'avventava verso la porta, gli si par dinanzi e lo arrest con le braccia nerborute, sgridandolo come si sgrida un bambino:
- Tu impazzisci!... Prendi subito un bicchiere di vin caldo!... Che cosa hai fatto di te, stamane, con questo vento?
N lo lasci sostare all'aria cruda; ma, presolo per le braccia, lo tir dentro: e parve tanto superiore a lui, tanto pi saldo in ogni suo atto, che il Duca, prima che si rinchiudesse la porta, per un istinto di sconforto e di sottomissione improvviso, gett nel vento i ramoscelli di salce raccolti per seguire il consiglio del vecchio. E li vide fuggire, fuggire.... La fede sua nel miracolo s'avvorticava con essi, come se l'aria gliel'avesse strappata.
Forse fu l'unico atto di lui che Bertramo non giungesse a comprendere: ma per tema di dovergli spiegare quella folla, egli corse nelle sue stanze, senza dir verbo, e trepidamente gir due volte le chiavi contro il suo medico.


 11.
Sul limite della realt.
L'anziano dei prevosti, lo speziale e l'ostiere s'allontanavano dal castello con facce oscure e crollando la testa, poich il colloquio col deputato del loro paese non era stato tale da lasciarli contenti. Gli avevano portato gran volume di gazzette delle ultime settimane. Doveva partire all'indomani: e non si era informato di niente! Ogni villano solito ad ascoltare le loro dispute all'osteria aveva la mente politica fatta meglio che il Duca! In lui un alveare vuoto, del quale a poco a poco si disfacevano le celle: non la grave malattia del re; non l'idea di nominare una reggenza per il principe Julio bambino; non gli sforzi dei democratici e dei repubblicani per infrangere la compagine delle autorit; non il disordine delle finanze gli era noto. Apprenderebbe qualche cosa da quei giornali? Si guardavano negli occhi obliquati dal dubbio e cadenzavano forte i loro passi, come per scuotere qualche corruccio d'addosso, l'anziano de' prevosti, lo speziale e l'ostiere.
Il Duca intanto s'era cacciato a fondo in quelle loro gazzette, obbediente ai tre mastini che l'avevano morso con tutto il loro rispetto e con tutta la lor convinzione di partigiani. Vedeva un torbido di storia ch'era il presente. Un regno affranto dal malgoverno generator di sfiducia e dalla sfiducia generatrice di peggior governo: da quando Gulpa, il gran ministro, era morto per un colpo di pistola tirato nella carrozza che lo portava a stancar le insidie dell'agrodolce Assemblea, nessuno aveva saputo costruire argini contro la rotta delle idee schiumante da tutte le parti. I parassiti pubblici avevano fauci di rame perch rimbombassero elogi di economia, di virt e di diritto; gli onesti avevano strozze cavernose perch si amplificasse in quelle la sonorit delle stesse parole, in altra guisa ritorte; e in mezzo al popolo frastornato e mormorante, uno sciabolar duro sui selciati avvertiva che l'ultima ragione del governo era affidata alla forza; a quando a quando, su le porte delle carceri, un ringhio rabbioso di chiavistelli; a quando a quando, su le porte dei templi, un nasicchiar di tedeum e di litanie: sopra una gora di sconsolato silenzio, il reame era tutto un concerto di querimonie aggressive; e un re senile vi sedeva in mezzo, sul suo trono mutato in letto di morte.
S'addolor il capo del Duca per quella visione che gli veniva frammentaria da' cento fogli, prima ripugnandogli che attirandolo a tanta molteplicit di eventi sospesi. E col egli sarebbe andato! fuor dalla sua valle d'oblo; lunge al suo Lete che aveva tracannato in un gorgoglio lo spirito vitale di Viola; lunge a Zoilo, a Bertramo, all'estenuante abitudine dei suoi giorni, alle pergamene mattutine ormai odiose alla stessa mano che le alluminava; lunge al letto dell'infermo e alla persecuzione sarcastica del loro medico e del loro padrone! L'equilibrio tormentoso di tutto ci si sarebbe rotto: la sua esistenza avventata nel vacuo d'una vita insolita, fra le traiettorie saettanti delle altre vite, avrebbe dovuto cercare d'attimo in attimo il suo alimento in un'aria rapida come la generazione del calore e del fuoco. Egli present la sua diaccia anemia in questo certame, e i suoi nervi si sbigottirono per la faccia medusea dell'ignoto: gli occhi stanchi pescarono nella prosaccia dei giornali, come la mente, al sopravvenire del sonno, pesca nel suo dissolvimento le ultime visioni.
Lesse numeri: l'Assemblea nuova, la vergine volont del popolo, rappresentata da una grande maggioranza demagogica che sarebbe mossa all'assalto, confusamente ibrida, risoluta solo alla conquista; e da una minoranza di baroni, di chierici, di grassi idolatri del vitello d'oro, gente raccolta in una pomposa immobilit sotto nomi pomposi, custodendo il letto di morte del vecchio re che con la mano imbelle firmava i suoi decreti a lor talento. Lesse parole di sconfinata fede in questo vecchio, parole che suonavano troppo perch non fossero battute alla superficie dell'anima; lesse, fra croci azzurre e punti ammirativi sinistri che la matita dello speziale vi avea messo in un impeto di vendetta, la solitudine impotente e fastidiosa d'un vecchio: ch'era il medesimo re, rappresentato giacente nelle sue stanze, dove non entrava quasi creatura viva da che gli era morto l'unigenito figlio, non lasciando a lui ed al regno che una culla con un bambino gracile. Un vecchio, un fanciullo e la morte si dividevano l'antico fasto della reggia unificatrice, fra riverenze di cortigiani scoraggiati, spauriti da uno scricchiolo di fessura persistente, da un odor di sepolcro nel respiro dei vivi.
- Monsignor Duca, che il cielo vi accompagni! - aveva detto, accommiatandosi, il prevosto.
E ora la sua testa cadeva sui fogli, cercando seguire il mirino delle ciglia semichiuse fino ad una lontananza sterminata, come per distinguervi l'imagine della citt che accoglieva il gran tumulto di tutte queste cose amare, cos innumerevole da sembrare allegrezza.
Bertramo lo raccolse da questo sconforto come se traesse un annegato su dai flutti. L'apparire dell'antagonista lo ravviv alla consueta soggezione cauta, nella quale non v'era fibrilla di lui che non sussultasse sommessamente. Stava quel giorno una gravit insolita sul viso dell'Aquila, e il capriccio intellettuale non folleggiava nelle sue parole:
- Ho visto, - disse Bertramo, - i preparativi della partenza.  dunque deciso che tu ci lasci soli nel tuo castello?
- Credi: mi duole di lasciarvi, - egli rispose con una voce che tremava. - Mi ero assuefatto a vivere tra voi. Vedevo ogni giorno la malattia di Zoilo. La stanza d'un malato.... d'un malato pi grave di me.... era forse un asilo necessario alla mia esistenza.... Lo ritrover al mio ritorno? Io penso sempre al mio ritorno.
- Pensi di ritrovarci: grazie, - disse Bertramo, accettando con quelle sole parole l'ospitalit e la padronanza nel castello fino al ritorno del feudatario. - Tu mi dicesti un giorno che, per le molte cose sepolte, questo luogo ti arieggia un cimitero: vi porterai, amico mio, un'altra quantit di cose morte dentro di te, poich tu vai, lo prevedo, ad uno sterminio. Tu non dovevi farti trarre a rimorchio dalla vita ambiziosa ed impetuosa: tu non dovevi trovarti mai alla vigilia di qualche avvenimento: tutte le vigilie sono agonie; ed io mi rattristo pensando alla squisita facolt di agonizzare che  in te.... Tu dovevi rinchiuderti, al pari di me, in un mondo astratto, che non soffra mutamento dall'esterno della sua sfera di cristallo: e quando io sono venuto, tu dovevi mandarmi via.... Ora  troppo tardi.
Bertramo diceva cose sincere senza sincerit: il Duca lo sapeva: ma sotto la fascinazione di quella voce assorbente come l'eco di una cavit profonda, la sua anima triste si era sciolta fino alle lagrime: ed egli strinse le mani di Bertramo e appoggi la fronte su una di quelle mani crespe, con una umilt appassionata innanzi all'uomo che conosceva la via di tutti i suoi misteri. Quelle mani, che avevano scritte pagine di delitto, mesciuto veleni, apprestato medicinali senza fede nella vita, corrotto lo spirito danzante della musica per farne uno strumento di violazione interiore, quelle mani erano forti come una radice tra le sue dita dalle quali sfuggiva la sensibilit in una incontinenza morbosa del tatto, quasi da polpastrelli di cieco. E teneva chiusi gli occhi. Bertramo, in piedi, guardava il cagnolo umano spasimante di debolezza, accovacciato; i suoi occhi vedevano la nuca sottile, i capelli lisci e diafani, la meschinit del dorso fatto a piegare.
Quasi tutto il rimanente di quell'ultimo giorno fu trascorso nella stanza di Zoilo. Venne la sera. Nubecole di nausea avevano impregnato l'atmosfera pesante; gli occhi dell'infermo, affaticati e febbrili, fissavano la lontananza con uno splendore di perle d'oro; la realt si era evidentemente confusa nel suo cervello, dove ricordi e presagi fumigavano in un nembo ardente. I colpi di tosse, gli sforzi ansiosi della parola, i lamenti per comunicare la sfiducia che lo vinceva, avevano prostrato il morituro. Bertramo andava e veniva; non rimaneva mai a lungo nella stanza: il Duca pens che, nel tempo di sua lontananza, Zoilo avrebbe forse dovuto trascorrere qualche intera giornata nella solitudine e agonizzare con l'unico conforto umano degli occhi di Laus. Si sent mosso ad uscire per raccomandare il morente al suo vecchio servo Giovanni; e fu certo che entrerebbero almeno talvolta nella stanza quelle gambe tremule e quel volto silenzioso. Bertramo non lo affidava per niente. Amava colui davvero l'infermo? O amava soltanto il soggiorno in quel castello, dove il suo spirito si concedeva i selvatici ozii, nell'odor di muffito ch'era l'odore dei secoli, e nella tristezza dei luoghi che era la stessa musa delle contemplazioni seduta su le tombe? Ritorn nella stanza, senza pur essersi sgravato il cuore. Rivide gli occhi di Zoilo, che scintillavano, come prima, oltre gli orizzonti della loro vista. Nel caminetto, le legna tormentate ragionavano con la sua febbre. S'aggiunse a quel colloquio, lontano lontano, il suono della campana vespertina, tenuto basso da un'aria soffocante piena d'echi vocali: le montagne dovevano essere immerse nella inondazione di nebbie che d'ogni forma reale simula il fantasma. E anche l'anima s'abbass, come una nebbia che si trascinasse al suolo, radendolo, vacillando. Sovra le labbra estatiche dell'infermo, crucciate da un sorriso che la prossima notte inebriava d'impazienza e di sgomento, spuntarono nomi e si rincorsero nell'ambigua consistenza dell'ora: - Clelia.... Dorina.... Clara.... Alberta.... Flavia.... Theo.... Giuliana.... - Il Duca stette, poich aspettava di udire nella flebile memorazione anche il nome di Viola; ma non fu detto quel nome, e le labbra si spensero rammaricandosi in un balbetto indistinto.... Colui non ricordava tutto. Sollevava un passato lontano come un nembo di polvere, agitandolo lentamente con le sue braccia morte. E poi la forza si infiacchiva; ed enigmatico, immobile, come su la bocca d'un Budda scolpito misticamente dagli Estremi Orientali, il suo sorriso si abbandonava all'incantesimo della vita indecisa. Gi mezza la bellezza del volto si era data cos alla insaziabile forza corrosiva del suo interno male. Il Duca, rannicchiato nella penombra, sopra uno sgabello, a pi del ritratto di Laus che pareva investirgli la nuca con il fluido dei suoi occhi vigili, si strinse il viso fra le palme e si sciolse in pianto: le lacerazioni dell'angustia, i singhiozzi, il gemito disperato fra le lagrime, risvegliarono nella graveolente aria onde sonore che parvero dibattersi contro il silenzio d'un incubo.
- Che hai? Che hai? - E il malato tendeva il suo volto di creta, le sue mani ridotte all'ossame. - Perch questa tristezza? Orva: non c' ragione: rattristi anche me! Sei come un fanciullo!
Uscito dai sogni, galleggiante la coscienza fuor dalla febbre, Zoilo sorgeva dai guanciali, mettendo in moto tutta la sua carcassa dolorosa, per venire in aiuto a quel miserabile che si frangeva in pianti: il petto quasi cascante su lo stomaco si protendeva verso di lui come per soccorrere anche materialmente il suo sconforto, e, - Se piangi per me che muoio, non piangere! - anelava la voce misericorde, e: - Se non piangi per me che muoio, perch vuoi piangere per te stesso?
- Perch tutto va, tutto s'incenerisce! - proruppe il Duca, arrochito e convulso; si lanci verso il letto; si pose ginocchioni accanto a quello: - Tutto muore: Non senti? Che cosa vive qua dentro? E quei nomi che tu dicevi.... il passato.... e quelle campane.... la notte.... e il ritratto di Laus.... l'irrimediabile.... ed io.... una solitudine.... e tu.... domani sarai solo solo.... a udir cantare i tizzoni nel caminetto e a contare le ore su la pendola.... Ed io.... Dove sar io?... Nell'ignoto.... A che fare?... Non so.... vado, vado.... perch mi si trascina.... e lascier dietro di me luoghi simili a questa stanza.... brandelli della mia anima attaccati a tutte le cose.... senza sapere perch.... con dolore....
Sent un odor di corrotto nel fluido che gli sfiorava la faccia, sent sui suoi capelli il contatto come d'un grosso ragno che vi fosse disceso dall'alto; rabbrivid tutta la sua epidermide: il volto di Zoilo era presso al suo, la mano di Zoilo era sovra la sua testa con un atto paterno, la debolezza mortale di Zoilo sosteneva la sua debolezza vivente: - Tu hai innanzi a te lunghi anni! Tu puoi vivere molto molto.... e fare tante cose!... Puoi ricongiungerti anche a lei.... a tua moglie: se esplori bene.... in quello strano egoismo fiaccato che tu sei.... vi troverai forse il bisogno.... il desiderio.... della donna che accolga fra le sue braccia questo tuo capo pesante come una palla.... questo povero capo che domanda un guanciale.... Io, io, ormai, amo invano....
E ricadde sul letto, supino, riaccendendogli la febbre negli occhi le perle d'oro. Lo sforzo parve averlo affranto. Da quel momento non si riebbe pi dall'atona che somigliava uno stato catalettico; ma uno stato infinitamente penoso, per lo schiacciamento del petto che appariva fracassato da un pugno, rientrato, aggrumato in poltiglia su gli avanzi della colonna dorsale. Non si sarebbe voluto udire parola da quella bocca ferocemente avara anche al respiro: l'angoscioso guardava lo spettacolo dello sfacelo con due occhi esterrefatti, sentendo in s come gli ultimi consigli di Zoilo fossero il testamento morale e la suprema esperienza di chi varca il gran limite; e quasi si domandava se potesse realmente partire lasciando assiderare dietro le sue spalle quel fratello preso dal gelo e sopraffatto. Gelava anch'egli, quando Bertramo lo scosse e gli subentr nelle idee con una reazione violenta: - Non vedi, non vedi, - egli mostrava gli occhi di Zoilo, - non vedi nelle sue pupille la volutt dell'infinito? Esse si riversano; la loro scintilla luminosa si riproduce inesauribilmente; n io, n tu stiamo nei suoi occhi; la stanza  piena delle fantasme che egli crea; quest'aria funebre  lo specchio, forse di una mirifica vita....
- Addio, Zoilo, addio.... Il Duca afferrava una mano del malato solcante l'aria verso di lui come per salutare un importuno o un ignoto; stringeva appassionatamente quelle ossa fini e rigide; indi fuggiva; e gli strati d'aria vibravano innanzi ai suoi occhi ad ora ad ora chiari ed oscuri, quasi si alternassero e vita e morte nei suoi sensi sgomenti. Bertramo non lasci l'infermo, che sarebbe potuto morire quella notte.
Nacque l'indomani da un'alba di madreperla, calmissima, come se a tutte le cose fosse consentito un ristoro poi che le avevano travagliate le soffocanti nuvole notturne: le timide apparenze del mondo parevano non osar godere di quella calma. Il Duca usc nell'alba tenue, al cospetto della campagna affaticata, e in tutta l'anima sua lagrimavano i commiati e gli addii. Aveva chiuso a chiave nel cassetto le sue pergamene; non distrutta neppure quella che figurava la bara; aveva chiamato Giovanni e gli altri famigli per raccomandar loro l'obbedienza a Bertramo; aveva assistito al trasporto delle valigie nella carrozza che attendeva su la spianata, con un cocchiere marziale a cassetto, impugnante la frusta come un'arma.... Avrebbe avuto tante cose da dire a Bertramo, tante cose represse da lunghi giorni; e non glie ne disse pur una, tranne le poche e imperfette che poterono far intendere le pupille, in quel linguaggio per cui le bestie timide si rivelano all'uomo.
Il sofista sembrava intendere la severit del momento; di aver vegliato la notte al capezzale di Zoilo non appariva stanco; ora il malato s'era quietamente addormito su la sua crisi febbrile, e non conveniva turbarlo: senza ironie, senza punte crudeli nella voce e negli sguardi, con una compostezza tragica, - per che ne fossero esclusi ogni incoraggiamento, ogni speranza, ogni comunicazione di pensiero vitale, - l'autore della Morale della morte accoglieva il commiato. Il padrone del castello sembrava gi nato in lui.
- Mandami ogni giorno le notizie di Zoilo.... - E il pellegrino sedette nella carrozza. Fischi la frusta, e il paesaggio si mosse intorno. I cavalli ben pasciuti e forti bilanciarono i loro fianchi con grazia d'onda, trottando. Volta indietro la testa, il Duca continuava a portare nelle pupille il lieve peso del castello avvolto dagli alberi e dai vapori del mattino: le mura massicce, il torrione, i cornicioni grevi, emergevano da una fluidit di veli, quasi sostenuti nell'aria. - Addio, sepolcro! - mormorava il pellegrino, erompendone gli affetti. - Addio, sepolcro! - con una mesta famigliarit di saluto. E tutte le memorie della sua stirpe, tutti i ribollimenti che nei secoli avevano gonfio il sangue ora intristito entro le sue vene, si staccarono dai merli e dalle feritoie feudali a guisa di piccioni selvaggi e di gufi, e il loro volo gli romb su la testa, lo accompagn e si disperse con un cruccioso stridore, quando, al piegar della strada, il castello si cel ad un tratto dietro la linea rigida d'una groppa montana che dava ferocemente di sprone nella vallata. - Addio, sepolcro!
Il viaggiatore guard innanzi a s.... Vide monti che rampicavano alle spalle di catene pi alte, e anfratti, e abissi, e canaloni, e strapiombi di rocce, e forre, e boscaglie, e soglie di caverne, e ruinose frane, e arboscelle piantate fra nude ossa di monte, e magri alberi ascetici tutti braccia per pregare, e pozzanghere brune e olivastre nelle quali si digradava l'erba gialla vegetante lungo tutto il corso del livido fiume. La carrozza correva incontro alla bocca della valle, voragine enorme di cielo bigio, bipartita da un colle d'abeti, tetramente frondoso, fuorch un cocuzzolo calvo esposto ai geli. Rotava il veicolo speditamente allegro in mezzo a quelle rovine; ma la solitudine, il silenzio del pellegrino, erano degni del cuore oppresso della Gran Madre.
Uscirono dalla valle: una cittadetta candida, virginea in sua freddezza, si adagiava nel piano come un grosso villaggio pieno di seriet e di pulizia, e la vegliavano le montagne gelose, armate di tutti i loro aspetti di spavento. I campanili s'appuntivano nell'aria, forando lo spazio plumbeo; i fumaiuoli respiravano qualche nube sottile, fra l'ordito dei rami intrecciati in padiglioni sovra i giardini morti; la vaporiera url il suo grido impaziente da lunge. Il cuore del Duca s'impicciol nel petto: da pi che un anno non udiva quel grido! La carrozza s'arrest alla stazione e lo pose a terra, innanzi al nero parallelismo dei binarii, terribilmente funebri su la via bianca e fredda, come caratteri d'una simbolografia ignota sopra una sterminata tomba.
Ed ecco il sole, pur ancora invisibile, preludi a' primi raggi e fece vagare su le cime una luce mistica, intenerendo il colore. Nacque di repente in ogni dove una vita povera e mansueta, come di servit alla oppressione dell'esistenza. Due o tre carrettelle giunsero da diverse parti; una faccenda di creature umane infagottate s'agit sotto la tettoia della stazione, con bisbigli di donne, con voci rustiche, con risonanze di ferro nel corpo dei pesanti bagagli scaricati, nei quali si cacciavano a stridere le chiavi, nei quali affondavano le mani dei doganieri tumultuarie e rapaci. Pareva un manipolo di fuggitivi da un paese visitato da qualche flagello. Un convoglio colossale si lanci furiosamente, con un rimbombo di ferramenta e un cigolo di freni sotto la volta e s'arrest di botto, evaporando le violente masse del suo respiro. Lo assaltarono tutti, simili a greggia cacciata dai pungoli. Viaggiatori insonnoliti nella penombra fecero posto e adocchiarono quindi con indifferenza al di fuori. Prima di montare, il Duca sost innanzi a una siepe che conservava, ingiallita, qualche sua fogliola; ne stacc una, e mormor: - Addio, cespuglio! - Incominciava cos a sentire il distacco dal paese delle memorie: e quando si trov solo nella vettura di prima classe, soffice e tepente come per creature nate alle abitudini molli, osserv a lungo la foglia, stordito, rigirandone il pedicello fra le dita, guardando diramarsi i nervetti asciutti e letargici, mentre il frastuono della macchina guerriera e il pulsar cristallino dei vetri venivano attirati nel gorgo della lontananza.
I paesi si rincorsero d'istante in istanti, scivolarono su la superficie terrestre divelti ad uno ad uno dall'ingordo abisso degli orizzonti. L'ultima volta che la vastit del mondo si era cos rivelata ai suoi occhi, era stato al fianco di Laus, nel loro viaggio nuziale: anche allora egli andava verso la vita con una testa cerchiata e stanca e con gli occhi bendati per non vedere gli incontri che apprestava il destino; anche allora la sua volont era inferma, nella materiale prigiona delle ruote fulminee. Tutto era triste e infermo in lui; anche il desiderio: come nelle carni dell'adultero pauroso che si sente inceppato il diritto originario di possedere la donna. L'aveva perduta. Cos ogni cosa si perdeva dalle sue mani. Il suo castello non era forse ormai una signora di Bertramo? Non moriva Zoilo in un letto dei suoi maggiori? E nondimeno, quasi recasse una coscienza franca, egli ardiva viaggiare rappresentando la volont d'un popolo, come se quella ancora non dovesse cadere per la sua incapacit di reggere cosa alcuna.
E si vedeva nel futuro come una gonfia galleggiante medusa che il flusso spinge alla spiaggia e vi si affloscia, e per riguadagnare la sua molle forma si avventura ancora, fatalmente, alla danza balzana dei flutti. Non l'agognata pace, ma un elemento di febbre distruggitrice era sua patria; non la vetta della montagna, ma il ciglione dove l'arborella trema e le vertigini assalgono.
Mutarono ancora gli orizzonti. Il convoglio si cacci in una fitta nube; fu staffilato dalla pioggia; fu sorraso dai venti che battevano mugolando ai suoi sportelli; attraverso una fumosit grigia tempestata di gocciole si vedevano lucicar tetti di paeselli squallidi, imbeversi d'acqua lembi di verzura e sassi nereggiare con aspetti lugubri. Lampi lontani scoccavano sul dorso di montagne, rivelandole all'improvviso, perch sembrassero ricascare in un giorno pi buio che notte. Tutti i pensieri tristissimi s'inchiodarono sul cranio del Duca in un punto e la sua testa pieg sul petto, fumandogli dalle narici, come un fremito, il respiro che trovava serrata la gola. I cuoi delle valigie, i legni delle pareti, il gas del lumicino, aggravarono i loro odori in un connubio perfido nella poca aria del carrozzone.
Si oltrepass l'uragano. Una calma ardente si estese sotto le nubi che penzolavano coi loro fianchi carichi d'elettrico dal cielo variegato di grigi marmorei e di sanguigne striscie luminose: poich s'era fatta quasi la sera. Ed ecco, all'improvviso, dall'alto d'un colle d'onde il convoglio scendeva sfrenatamente, si distinse nubila e sulfurea nel vespero una foresta di edificii nimbati, un disordine di cubi interprenetanti, una stratificazione capricciosa di calci chiarognole, un violento deserto fra la campagna: la mostruosa ribelle alla natura, la citt, la metropoli eretta dagli spiriti, allettatrice e sterminatrice. Sporto dal finestrino della vettura, ricevendo dal morboso calore dell'aria una carezza come d'una stoffa ruvida che gli sfiorasse il viso, egli conficc gli sguardi nella citt, imagine di combattimento, visione nemica: e la citt aumentava i suoi lineamenti grandiosi, gonfiava i fumi della sua superbia, accendeva le prime sue lampade pi spesse che le stelle, rischiarava di s il torvo orizzonte, mentre dalle sue strade ancor remote si alzava e galleggiava nell'aria un mormoro ronzante, ma smisurato, come il muggito di un lontano mare. E mille e mille erano le forme onde essa era espressa dalla pietra, la citt plastica, e mille e mille le altezze onde l'ambiziosa sondava il cielo, e mille e mille i vapori che impennacchiavano alteramente la sua immensa sinopsi; ma mille volte mille era il numero delle anime che nella fornace spaurevole di calcina viva mettevano alcunch della loro combustione e sentivano rapito e spento il grido della loro facolt di soffrire. E ad un ultimo raggio di un sole obliquo, la citt dardeggi fasci ustorii da tutti i suoi vetri contro di lui, contro il nemico arrivante, contro l'uomo del silenzio e della solitudine, che portava sul labbro ad arco, afflitto e tremebondo, su la fronte solcata dall'angoscia, il rimpianto dei suoi paesi simili a sepolcri e la fantasticheria grave della montagna.
E il convoglio galoppava, infossandosi con strepitoso assalto tra le doppie file degli edificii, balzando sui cavalcavia sopra il fermento delle strade di sobborgo piene di gente, sopra osterie pazze di colore e di polvere e opificii fuliginosi e villini scherzevoli. La velocit despotica spazzava via gli ultimi alberi, gettava indietro, l'una su l'altra, le monotone case abitate dagli operai. Ma gi la vita esorbitante della stazione, carri di merci, segnali, carrozze rotolanti, ferrovieri e facchini all'opera, capannelli ciarlieri di gente, blandiva la immane fiera e ammansava il suo delirio di fuoco. Ella stridette orribilmente: quindi placida s'avanz per l'ultima pendenza, come se un mite inciampo di tappeti avesse tolto alle selvaggie ruote l'irruenza, la passione d'andare.
- L'albergo! L'albergo!
I vociatori rimestavano nella calca, la incalzavano con una ingorda faccenda di braccia, costringendola a serpeggiare dentro a s stessa, oscillante come una massa glutinosa, fra le spinte e gli urti d'una mischia senz'armi. Gli abilissimi ghermivano passeggeri e li portavano via nei loro carrozzoni, quasi predando nel tumulto e nell'assordamento. Cos avvenne che taluno s'impadronisse del Duca e lui, barcollante e sbigottito nella marea, traesse di tra la folla in una variopinta vettura da cerretani, ed, ivi depostolo, insieme a una donna di falsa et, di chiome spolverate d'oro, mercanteggiante le sue forme adipose in pompa di velluti e di diamanti vitrini, insieme a un essere obeso, dalla faccia ben tonsa, sostenuta da una catena carica di ciondoli la enorme convessit dell'epa, insieme a un caduco vecchietto sospiroso e appisolito con alterna fiacca, ivi depostolo, con bagagliume su la testa, fra i piedi ed allato, gli facesse percorrere parecchi chilometri di contrade grigie a passo greve di cavalli; finch fu fatto scendere alla porta d'un palazzo che manifesti policromi e sgargianti coprivano fino ai solai, ostendendosi in onta alla notte ed ai miopi sotto un chiarore crudo artificiale. E fu issato dall'ascensore, e fu costretto in una camera straniera a specchiarsi nei lini d'uno straniero letto, nelle copertine di stranieri libri, a guardare dalle alte finestre nello sfolgoro, nel carreggiare, nel polifonico murmure della citt ormai straniera, la meretrice, sbellettata di sole spurio nelle tenebre.
Gridava la citt al contemplatore solitario con l'asprezza e l'ironia della sua voce rapida: - Prendimi! Prendimi! Io sono qui per chi mi prende! Da quale aere virgineo sei sceso tu? Vieni: ti stancherai nella fornicazione delle idee pi che in quella dei sensi! Vieni, sebbene io ti sono ignota: chi pu dire che tu non sappia possedermi? Vieni; tenta; non hai forze? perch indietreggi? perch non ti getti sul mio corpo che  aperto? Orvia, battagliatore che sei venuto dalle terre innocenti e mansuete per avere commercio con me e far sentire a questo mio corpo insaziabile lo spruzzo della tua fecondazione, a che ti stai colass solitario, quasi tu volessi annientarmi con l'occhio? Non vedi come, da ogni parte, io rigurgito fuor dal tuo impero? No, non pensare di domar la mia corsa verso un fine ignoto: n tu n altri potrebbe arrestarmi! Ma tu mi pari intelligente; e io, la bugiarda, sono con te sincera. Torna col d'onde sei venuto; ovvero converti il tuo essere, ardi d'amore, afferrami, godi meco, lsciati distruggere da me come ho distrutto cento generazioni del mio volgo tumultuoso: prendimi, straniero, o va via!
La tentazione di quell'abisso scintillante, fluttuante e sonoro tir la mente del Duca a innumerevoli concezioni veloci, lo prostr, lo esaur, lo schern, gli fe' volgere gli occhi al cielo a cercarvi una stella. E bench lo splendore mirifico delle lampade avesse diffuso un nembo dinanzi agli sguardi, egli riusc a trovare nel firmamento un tremolo di scintilla smarrita e vi si affis angoscioso, pensando i monti, pensando il suono della campana ideale nella sua anima, contro la citt che si inferociva a disilluderlo moltiplicando intorno a lui le illusioni.
Ma invano cerc salvezza nella stella; dovette ancora ridiscendere a guardare. L'aria morbida di quella sera d'autunno s'impregnava vaporosamente delle luci come una spugna; e in questa luminosit fosca si rincorrevano, quasi nuovi a' suoi occhi, gli infiniti ed effimeri fenomeni d'una citt in un'ora concitata. Si vedevano drappelli incalzare vociferando e, semiascose in penombre, guardie di polizia appostate guatare ad uno ad uno i passanti, quasi infilzando le fisonomie nella cruna delle pupille. Battevano le cortigiane impennacchiate i marciapiedi con un lor camminare spavaldo, e la meccanica procacit dello sguardo andava investigando nei volti virili se non per avventura li strappasse dal subbuglio politico qualche bruciore di concupiscenza. Crocchi di gente azzannavano i fogli appena usciti, se li rapivano con slanci tentacolari. La discussione bolliva ormai come un fermento nel fondo della grande caldaia. Le Camere dovevano aprirsi all'indomani, sotto presagi di luna rossa. Paurosi solitarii lungheggiavano le mostre dei negozii fiammanti; erano avidi di trovar ombre e silenzii: agorafobi dalle membra rabbrividenti. L'intera vita pareva affannata da quella stagnazione e da quell'accensione sciroccale dell'aria, e sbuffava, non potendosi dar pace, coinvolgendo l'ansia della politica e dell'imminente gioco di dadi per le sorti del Regno nell'ansia dell'irrespirabile atmosfera.
Una carrozza aperta trott lentamente, pesantemente, attribuendosi quasi l'andare del Fato: due uomini vi sedevano, e l'uno dei due, impellicciato, teneva scoperta la testa agitando il cappello lucido in segno di saluto alla calca, che al suo passaggio s'ammucchiava turbolenta. E si scoprivano tutti, ilari o accesi, o fantastici di novit nel volto; fieri giovani facevano codazzo alla carrozza levando grida; e in quell'intreccio di gesti, in quel muggire di voci cavernose, si staccava alto un nome fino a giungere al Duca: - Kordn! Kordn!
Egli guard scintillare il cocuzzolo calvo del demagogo che si allontanava in tanto trionfo e gli parve simile a un faro tra le masse nere dei suoi seguaci ingombranti la via con la loro concordia impetuosa: e dietro al faro, o al lucignolo fatuo, si levava la grande tentazione di cimentarsi per vita o morte che si desta talvolta nel sangue del popolo. Nuova moltitudine gorgogli quindi spaventosamente, e i gendarmi a cavallo si mostrarono all'angolo delle vie laterali, scandagliando con gli occhi la crescente marea. I gridatori strillavano le novit delle gazzette serali:
- Ammutinamento di soldati nel Sud!
- La fuga dell'erede del trono!... La partenza del principe Julio!...
- La salute di Sua Maest!
- Kordn alleato dei repubblicani!
- L'imminente caduta del gabinetto! La seduta tumultuosa di domani!
Rumoreggiavano intorno gli affetti singoli e collettivi della folla; e quel suo vulcanismo, ansante in sotterranei boati e in cachinni striduli d'insulti lanciati per l'aria come fionde, completava l'evidenza della tragedia storica. E il Duca si teneva con le mani al poggiuolo, pieno i sensi di una doppia vertigine, poich quel movimento nero nell'atmosfera vespertina intrisa come di solfo gli sbalordiva gli occhi, e quello strepito delle ruote, dei fischietti, dei mugghi di moltitudine e del gracidare di capannelli, gli lacerava l'udito, avvezzo a percepire i rumori minimi nelle grandi stanze solitarie. E respirava faticosamente, quasi opprimesse il petto l'attesa degli eventi che si sbrigliavano a corsa rapida. - Tutti sperano l'indomani! Tutti vogliono l'indomani! Tutti hanno in cuore il crucio dell'oggi! Come me! Come me!
Come lui? - Torn a guardare. Vide incedere, con sagome ampie di toraci, con pugna chiuse, con atti di braccia muscolose, gli eroi dell'indomani: e il suo paragone stesso lo mortific in un umiliato e serrato silenzio. - Quanti silenzii soffrono in quest'ora? - interrog sommessamente, piano piano salendo in lui un pensiero antitetico; e ai suoi occhi chiusi per spossatezza si present l'imagine d'una reggia semideserta, dove un vecchio giaceva morente sotto un baldacchino coronato e aveva candida barba come lana e bisbetici occhi e in alto in alto svolgeva il filo ceruleo del suo ultimo fiato. E tutto ci era simile alla stanza funeraria di Zoilo, d'onde egli, il Duca, veniva alla citt; con l'orecchio sempre pi nostalgico di certi accordi che giungevano, attraverso la notte, dal clavicembalo infranto, al quale si confidava l'autore della Morale della morte.


 12.
Sei pieno della tua voce;
ma chi lo sapr, se tu non parli?
Nel colore grigio delle cose sciogliersi una luce di croco e sviluppare tetti di edificii e timpani e colonnati di musei e cupole di templi dalla densit della nebbia giallognola e avvampante che s'era ammassata nel primo mattino; e in quel pelago di vapori penetrati da sprazzi obliqui isolarsi i solinghi naviganti, - rivenduglioli e spazzaturai mattinieri, - e cadenzare a mo' del remeggio d'una galea gli stivaloni delle mute pattuglie; la citt emergere a poco a poco da quella foscaggine, con le sue mura coperte di manifesti d'ogni forma e d'ogni colore, sui quali si leggevano tutte le contumelie della lotta elettorale recente; e in lontananza suonar una diana, battere qualche imposta dischiusa, singhiozzare sirene d'opificii, discendere dagli stallaggi suburbani le vetture con le briglie lassate, a trotto lento. Questo ud e vide il Duca, poi che ebbe varcato la soglia dell'albergo e cercato nell'aria sciroccale qualche vena che gli dsse l'umido fresco delle mattine montane.
Procedeva in apparenza di meditabondo e in realt non riuscendo a concatenare i pensieri fuor di fantastichere precipitanti in tristezza: non si commossero i sensi rivedendo le architetture pi opulente della citt, riascoltando le piazze pi melodiose per un pianto continuo di fontane; i bei giardini sempreverdi gli parvero cose sceniche vedute in altra ora che quella dell'illusione; e le statue di saggi, di capitani e di re paragon, - come diceva la Morale della morte, - a imitazioni di mummie; le robuste tinte dei cartelloni murali intristivano nelle sozze infiltrazioni dell'aria. Il suo cuore era tacito alle cose: solo un essere pot farlo parlare un istante: una sparuta, smunta, malata figura di donna che venne ad offrirgli scatole di zolfanelli da un soldo, con una implorazione cos angosciosa nel viso da non lasciar dubbio che la sua esistenza fosse equamente divisa fra le due umiliazioni: fame e pianto. Il Duca gitt una moneta d'oro in una mano grigia come il suo destino di mendicare. E immediatamente l'impotenza disperata della carit gli uncin l'anima: gli stessi uomini che avevano fatto i palazzi superbi, le chiese straricche d'ornati, le statue dei loro simili deificati, gli artifiziosi giardini, gli stessi uomini non erano capaci d'impedire che si smarrisse fra loro una tale creatura raminga. Tutta la citt si spogli dei vanti, dei fasti, dell'odore e del belletto fosforescente di cortigiana onde aveva tentato sedurlo la sera innanzi, e, fatta povera, e nuda, e triste, confess il suo supremo squallore, l'abisso vacuo fuor dal quale le sue plebi si esaltavano e correvano clamorosamente a dare sangue alle idee e a ricascare nella morte.
Tale fu l'aurora.
Poscia, rapidamente, rigurgitando a grandi fiotti, intersecando da ogni parte le linee ideali del loro cammino, le figure umane animarono di vera vita quel paese di pietra: il suono dei passi form un concerto sommesso e confuso sul quale il roteare dei veicoli si accentu con una energia poderosa, come il passaggio di uno schiacciante elemento. La folla parve sentire odiosa quella prepotenza: dal suo mediocre scalpicco d'armenti uscirono grida e scherni; e crocchi riottosi di plebei si posero innanzi ai cavalli, sotto lo sguardo bieco dei cocchieri che pur non osavano maneggiare la frusta. Nei petti c'era animo di disfida, vellicamento di lotta. Il Duca ebbe paura. Si sent solo, assai lontano da ogni circolo ideale della sua esistenza. Gli parve di essere uno con la folla e nello stesso tempo fatalmente designato alle sue vendette. Avrebbe chiamato una vettura per fuggire; non poteva farlo, presentendo risa diaboliche e lazzi sonori intorno alla sua singolarit signorile che, fuggendo in vettura, si sarebbe quasi integrata per valer meglio di mira. Rimase adunque errabondo spaurito, nel folto del popolo. Il caldo odore umano gli divenne atmosfera.
E a poco a poco, in quel vagabondaggio malfido, dal quale non riusciva a togliersi la sua volont perplessa, apprese la legge fascinatrice che governava gli aggruppamenti, le formazioni istantanee della calca: un gesto, un grido, una parola da qualche oscuro labbro sillabata pi forte, bastavano a travolgere tutti dietro la stessa ventura. Le notizie, cavallette saltanti, spiccavano da un crocchio all'altro il loro balzo; i giornali mattutini, spiegazzati nelle mani, si gualcivano sotto i dorsi prementi che ne crestavano i margini; sopra ogni giornale palpitava l'ansia di molte pupille cupide, allargate, accerchianti il lettore come un coro silenzioso di stelle. Poi taluno lesse a voce alta; - I sacramenti furono amministrati al re! - Qua e l si fremette; qua e l si sghignazz; qua e l girandole di contumelie scoppiarono. -  dichiarato morto! - borbott un individuo sepolcrale. E un incredibile tripudio sfiamm per questo detto in una vermiglia conventicola di giovani: - In guerra col popolo e in pace con Dio! Ora tocca al fanciullo! - Ma se l'hanno trafugato! - Al principe Alberto!... - Quello manger della nostra carne! - Un lettore frattanto brandiva il suo giornale e ne faceva pallottola, scagliandolo con viva foga in aria e salutando la sua caduta col berretto alto levato. Si ammir quel berretto quasi fosse un vessillo. E tutti, che tenevano a stento la voce, ruppero in urla.
- E voi? - certuno insolent sotto il mento del Duca, piantandogli in faccia gli occhi beffardi. E poich vide il terrore su quel volto sfatto e livido, si godette perseguitarlo con scherni puntuti, annunciargli tumulti, eccidii e scuoiamenti e bagni di sangue; il Duca camminava su l'orlo della morte con quel beffeggiatore alle spalle; la folla tramutava l'aristocratico nel buffone della sua grassa tregenda, smascellandosi dalle risa per ogni sconcio vocabolo che si facesse suonare a quelle orecchie pure: il miserrimo fu vergognosamente salvo per opera dei gendarmi che accorsero e l'aiutarono a scappare e rimasero a scambiar ruvidezze coi pi scarlatti, dominando la calca con gli elmetti e con la bianca fatalit dei visi. Il Duca pot trarsi in disparte e ricomporre il tumulto del suo fiato, pur sembrandogli correre alle sue spalle un'orda scarmigliata di miseria briaca e folle. Tremava in tutte le membra. Si sentiva dall'aria greve ricacciato nel petto l'avvilimento dell'anima. Un arrotar di sciabole gli feriva l'orecchio, e non osava volgere la testa. E ad un tratto ebbe il senso di non essere pi cacciagione inseguita; si rivolse, indeciso; vide la folla dissolvere da lui e dai pochi gendarmi le sue spire e convergere con un grido veemente verso pi degno nemico.
Il nemico, egli lo vide: soldati. S'avanzava dal prospettico fondo della via il drappello serrato, lentamente rompendo la calca, con tale una gravit simmetrica nei movimenti e nei visi, che aveva in s un alcunch di monastico. I loro occhi disciplinati nulla ponderavano. Il drappello pareva una macchina. La folla si bipartiva di mala voglia, mormorando, ostentando dispettosi atti di spalle; rifluiva, quasi inciampasse in s stessa, con un gorgoglio di provocazioni. I soldati giunsero, sfiorarono le vesti del Duca con impassibilit d'automi, passarono oltre con un lividore di baionette in quell'aria senza sole, e la monotona della loro docile sorte si confuse entro i vortici umani alla misura ritmica dei passi. Le loro armi luccicarono sopra le teste, da lunge. E il procelloso volgo frammise le onde alle onde.
Altri soldati per sopraggiunsero, sfilando, come quelli, a cadenza; e la plebe sempre pi s'indispettiva, come un oggetto che s'accalora per lo strofino d'un elemento ostile. Pi volte gi era stata rotta l'oceanica moltitudine da quell'inflessibile compattezza dei drappelli, riaprenti in essa il medesimo varco. Onde la moltitudine alfine si sent stanca la pazienza, sfidata l'energia latente, e i mormori divennero schiamazzi; e quando un altro manipolo d'uniformi azzurre tent di schiudersi il passaggio con la suggestione della sua forza condensata e muta, la plebe ebbe un acciecamento ed un impeto: oppose petto a petto, bastoni ed ombrelli alle baionette, contumelie ai comandi. Gli atomi vagabondi si agglomerarono in una barriera solida e spessa, pronta a respingere il cuneo che la urtasse. - In nome della legge! - grid il pallido imberbe ufficiale, agitando la sciabola nuda. Ma la umana muraglia brontol e non si mosse; nella prima fila una vigora provocatrice colmava i petti. L'occhio del giovane cerc nello sterminato nereggiar della calca se apparisse barlume di consiglio. - Avanti! - disse, risollevando la fronte, con una voce bianca, di fanciullo sperduto che affronta un'ignota via. Il Duca chiuse gli occhi; indietreggi; si strinse a un fanale: poich la piccola schiera dava di cozzo con le baionette inastate in un punto della solida massa, e quella si scioglieva, vagellante, confusa, torbida d'imprecazioni, agitante ombrelli e randelli, fra un grido che strideva sopra mugghii di collera, come se con bocca di mastino la moltitudine umana ringhiasse il suo: - Arrivederci! - E le azzurre uniformi, poche e fatali, s'incanalarono con la stessa obbedienza triste nella via piena di fughe e di collere; e in quelle fronti tese, in quegli occhi orbi di sguardo, il Duca vide la passiva certezza che prima della fine del giorno si sarebbero adoperate le armi per rimediare al male della vita.
Altri ancora ne erano persuasi. - Questo  appena il mattino - gli brontol all'orecchio un vegliardo plebeo, che sommosse doveva averne vedute assai nei suoi anni. E tutto intorno, ne' circoli della folla, ricostituita, sentiva correre una voce: - Armi! Armi! - come se ciascuno raccomandasse agli amici qualche cosa d'urgente: egli solo era estraneo a quella connivenza sanguinaria del popolo; egli solo, come sempre, trepidava al contatto d'ogni cosa viva, nel cantuccio oscuro della sua coscienza graffiata in malo modo dagli avvenimenti che la toccavano. Egli solo non aveva parola per un suo simile; non riceveva parola. Tutte le disarmone della citt furibonda concorrevano pure in una superiore armonia. I gendarmi a cavallo, caracollanti, con la mano sulla rivoltella, sopra un flutto di teste, erano qualche cosa di necessario al tribuno che, salito su i primi gradini d'un monumento, arringava un uditorio raccogliticcio, con voce rauca, additandoli con una vibrazione del braccio disteso. "Siamo pigliati in mezzo a zampe di cavallo e a punte di baionette; ecco come hanno cura di noi! Ma in verit vi dico, al primo morto che lasci a terra il popolo, si solleveranno le pietre!" Il metallo della voce si rompeva nell'aria, piena di battimenti, anche laddove sembrava silenzio. Il Duca trascinava le sue gambe stanche e la sua gola soffocata attraverso onde sonore investite da ogni sorta di vociferazioni e di declamazioni; lo percosse in un punto il grido di: - Viva la Repubblica sociale! - gettato come un razzo di desiderio; e tutto intorno vide uno sfolgoro di pupille guizzar su la grigia massa del popolo come una vibrazione d'insetti fosforici nelle ombre d'una foresta tropicale. Le guardie sopravvennero, lo gettarono indietro come materia molle, e premettero sovra la dura massa, sfiancandola, fra un coro di risa e di fischi che rialzavano gli spiriti sopra le percosse.
Muto, esterrefatto, con le gambe disobbedienti ai loro tendini, con la testa incassata fra le spalle, con l'ubriachezza d'un'aria malefica nelle narici, il Duca procedeva sul marciapiedi, solo. Tutto violenza! tutto insania! E l'unico sogno che fosse puro, l'unico sogno che anelasse nell'indistinto qualche cosa di prodigiosamente buono per tutti gli uomini, era quel suo miserabile sogno, che giaceva nel petto, quasi in nascondiglio, senza suono efficace, senza ardire, non proferito, non ascoltato, lontano, pi lontano dalla citt che non lo stesso castello semifantastico del quale egli portava in s l'incorruttibile silenzio. E l'unico essere nel quale si rivelasse la verit pi chiara, camminava tremando, perseguitato da una mischia di creature che tracannavano le illusioni della lotta a grandi sorsi.
Giunse alfine al palazzo dell'Assemblea: signoreggiava una vasta piazza con le sue colonne doriche, austere e serene, inalberando, in mezzo ad un'aerea coorte di statue, la bandiera del Regno, nobilmente afflosciata su l'asta come una grandezza stanca. Una siepe di soldati, disposta a semicerchio, conteneva le affluenze della calca, messe cupa e sconvolta sopra un terreno che si sarebbe detto di vulcani. Tranne coloro che mostrassero una tessera, nessuno entrava nel cerchio. E ad ogni accesso di persona, ad ogni isolarsi di forma umana su quel selciato bianco, su quei gradini bianchi della scalea, un brontolo romoreggiava nei cavi meandri della folla, o qualche grido imprecante, o qualche riso d'irona sinistra sbalestravano da una singola bocca il terribile odio delle miriadi. Egli perci non ardiva presentare la sua tessera. Temeva anche la propria ombra. Stava, contemplatore stordito, laddove l'argine dei soldati s'interrompeva per lasciare un passaggio angusto: il suo pensiero diveniva a poco a poco frammentario, slegato, episodico: le fisonomie mutabili della calca gli avevano tolto il potere di riconoscere nell'eterogenea gazzarra l'unit di s stesso. Vide mascelle bestiali che schernivano; vide colli pletorici che si gonfiavano per acclamare. Fu strepitoso l'applauso allorch entrarono teatralmente, la mano nella mano, i visi sorridenti, l'incesso di guerra, i due capipopolo alleati, Kordn il calvo e il ben chiomato Ellis, il sogno della Repubblica e il sogno della rivoluzione uguagliatrice. La moltitudine fremette di tanto amore, che dovette essere ributtata dai soldati; onde l'applauso si spense in una sorda lotta, in un incastro di gomiti e di pugni tesi nel quale il Duca si trov senza respiro, sul punto di perdere i sensi e di venir schiacciato e calpesto dagli energumeni; e fu in quel crepuscolo del suo essere, in quel violaceo smarrimento della visione, che egli venne proiettato entro il semicerchio e si trov fra i fucili e i bottoni lucidi delle uniformi; allora mostr finalmente la sua tessera di rappresentante, e fu mandato innanzi, in fretta in fretta, mentre la folla dava un formidabile urto alla spalliera militare, come se colui dovesse essere spinto a calci per la scalea. Si sent repentinamente staccato dall'uragano, barcollante come un ubriaco nel vacuo, verso i gradini d'onde il barbuto Ellis, rivolto alla folla, la ammansava con un gesto pontificale. Egli sal quei gradini incespicando, e gli parve di sentire dietro di s lo schiacciamento estatico della massa sotto il cenno del demagogo, valido a contenerla.
Quando entr nel vestibolo del palazzo, fresco d'una freschezza di marmi e di fontanelle spruzzanti, i sensi dell'angoscioso si ricomposero per un istante in un'atmosfera pi sobria, in un mormoro pi sommesso di crocchii d'uomini vestiti quasi tutti dello stesso funereo abito nero. I colori pi freddi, le forme pi parche, le disquisizioni meno irruenti, gli purificarono lo spirito dal tumulto; ebbe una cordialit istintiva verso il porto di sua salvazione; dovendo vincere la debolezza fisica che gli sfasciava le membra, si rec al ristoratore a prendere un po' di cibo, e, seduto ad un desco, quieto, mansueto, inosservato fra tutti, andava guardando quell'ambulare dei suoi colleghi da un tavolo all'altro, quell'incrociarsi dei gesti ponderati che accompagnavano il concertare delle voci. Pareva che i varii gruppi si palesassero astuzie secrete e misteri. E quanto pi i suoi sensi si riaprivano in quell'insperato riposo, tanto pi nettamente egli poteva distinguere la vita speciale, concentrata ed intensa, che elettrizzava quel piccolo numero di peripatetici fra gli ori, i velluti e i marmi, mentre da lunge, in raffiche di vento attutite da un'aria vana, giungeva l'ululato delle plebi a rammentare alle coscienze i loro legami innumerevoli. In ciascun occhio e dietro ciascuna fronte, e nel nervoso frugare di mani nelle barbe, e nel loro sussultorio accorrere ad aggiustare le lenti sul naso, a portare il fazzoletto sui volti come se li bagnasse un sudore, in ciascuna movenza si tradiva concitatamente uno stato d'aspettazione, di sgomento o di desiderio. Erano le fronti tormentate: quale da assalti di sangue febbrili, quale da tristezze pallide improvvise, da isolamenti dramatici in faccia al proprio pensiero oscurato per un'ala di nembi calante; altri volti erano fustigati e contorti dal riso, che errava sui lineamenti come un insetto molesto e pareva nutrirsi dei bicchierini caustici che coloro vuotavano l'uno su l'altro, spensieratamente.
Il Duca si credeva spettatore inosservato: e ad un tratto fu visto da chi lo conobbe. Una mano si tese verso di lui con un saluto cordiale: s'alz appena, che gli furono intorno quattro o cinque gentiluomini, quasi tutti vestiti d'uniformi, e schivati e guardati con occhiatacce bieche dagli altri membri dell'assemblea, e singolarmente robusti a sopportarle con un sarcastico disdegno, rimanendo fra loro, come se in tutti gli altri non fosse la stessa fisonomia del seme umano.
- Chi vedo? Sbaglio o non isbaglio? - E colui che gli aveva teso la destra lo guardava con due occhietti scintillanti di uno scintillo mirifico, quale se fosse sfaccettato in un vetro: era una faccia di vecchio, rugosa e volpina, nella quale innumeri spiriti apparivano espressi con scatti elastici, e che tuttavia sconcertava per la sua inafferrabilit, come se tutte quelle linee danzassero intorno a un enigma. L'uniforme della casa reale stringeva la persona smilza ed asciutta, esigua di cintura come una donna.
- Il conte d'Imer.... - balbett il Duca, stringendone la destra.... - S, sono io.... proprio io.... il figlio dell'amico vostro....
- M'avevano detta la vostra elezione, e sono lieto di vedervi fra noi: non posso offrirvi che una minoranza. - Present gli altri signori, che s'inchinarono con la legnosit di squadrelli. - Il signor di Mertuda.... Il marchese di Pader.... Il signor De Mertens, barone della Roia.... Colleghi e cavalieri della piccola retroguardia.... - Erano i campioni della Estrema Destra; gente che si mummificava nella volutt sadica di essere aborrita dal popolo; Imer la testa; gli altri le membra votanti; il loro voto quasi sempre solitario, come uno strido contro l'opera legislativa dell'Assemblea: voti d'acciaio e opinioni di granito, diceva il loro capo. Persona onesta a modo suo, qualcuno. Se Imer avea pronunciato dieci discorsi per far negare i diritti cittadini al suo contadiname, s'era per anche mezzo impoverito per legare il proprio nome alla bonifica di certe paludi, dalle quali ormai si traeva grano e pane. Se Mertens, muscoloso centauro, avea condotto i suoi miserabili pescatori a votare, precedendoli a cavallo, con lo staffile impugnato e due chierici cavalcanti, l'uno a dritta, l'altro a manca, egli aveva per anche fatto scappare a legnate certi agenti del suo avversario che si eran trovati a carpirgli le anime con l'oro in mano. Il solo marchese di Pader stava nella politica unicamente perch cos voleva il raffinatore di petrolii che gli aveva sposato una figlia e una fortuna nel momento psicologico che le ultime cambiali sopravvivevano agli ultimi scudi del patrimonio paterno. Tutti insieme sommavano a una grande inutilit parlamentare.
- Siete un po' confuso, Duca, - saltellava con la sua voce acuta il conte d'Imer, prendendogli alla fisonomia la misura dell'anima.... - Ci arrivate tutti cos, voi di sangue gentile! Impreparati e sbalorditi.... Ma voi avete preso il vostro bagno di plebe, a quanto vedo - e gli adocchiava il cappello malconcio e gli spolverava la manica imbrattata nel tafferuglio mattutino.... - Se foste venuto a trovarmi, v'avrei condotto io per la porta di dietro. Voi non lo sapevate: siete come l'uomo che casca dalla luna! Ma non abbiate paura: pochi giorni di Parlamento piallano a dovere tutti gli animi: mi riprometto di vedervi ridere fra non molto dell'Assemblea, con la caramella incastrata nell'occhio....
- Far tempesta.... - disse Mertens, osservando le agglomerazioni dei suoi colleghi con l'occhio dello yachtman osservatore dei nugoli.
- Ma io non sono venuto con l'intenzione di ridere, Monsignore, - protestava timidamente il Duca con la sua mezzavoce soave, e indi si tacque, sentendosi non ascoltato.... Poich la caramella emblematica irrigidiva il volto del vecchio conte; il quale si accertava da s delle parole del suo luogotenente.
- Vi par tempesta? Nulla di grave.... Si addenteranno tra loro....
- Ma la piazza....
-  brutta, non lo nego. Ma Sua Maest  sul letto di morte. La folla ha rispetto dei morti e adora le pompe funebri. Gli uomini vecchi come me non credono pi alle rivoluzioni.
- E se dovessimo prendere, oggi o domani, la via dell'esilio?
- Non sapete dove andare, Mertens, voi, cos ricco? Se non ci penso io! Non perdiamo la testa, prima che ci venga tagliata!
Si volse al Duca, col suo piglio pettegolo e gentile:
- Scusatemi.  atavismo. Abbiamo le nostre memorie di famiglia. Ne avete anche voi, se non erro. Siamo tutti di quella razza a cui, se vogliono tagliar qualche testa, ci si mettono in mille e pi di mille. Ma non  il presente, vi dico; non  ancora il presente;  atavismo.... Non battete quelle ciglia spaventate.... Ora vi condurremo nella bolgia e v'insedieremo in uno dei posti puliti che abbiamo riservato per i nostri amici. Sono pochini, sapete. Venite con noi. Se vedrete pagliacci, non ingannatevi sul loro conto, Monsignore; sono i diavoli di cartapesta del teatro dei burattini; un po' pi grassi all'apparenza per la ventosit delle loro formule.... Noi soli siamo solidi nella nostra: Dio e il re.... due fatti precisi.... Sapete la situazione? Abbiamo fatto partire il bambino reale, il principe Julio; non lo vogliamo ostaggio di questa citt semiribellata; diverr re altrove.... - e mormor un nome di citt a voce bassa.
Il braccio del conte d'Imer e il suo pispiglio instancabile trascinavano il Duca. Li seguivano gli altri del manipolo. Vano il resistere; dovette egli avviarsi con la sua guida, in mezzo a un impeto d'uomini nuovi e vociferanti, che s'aprivano il passo tra gli irresoluti, e i girandoloni e i codardi, gettando su quella faccia tremula d'opale certe occhiate di subito odio, per la compagnia d'Imer che su lo scolorito riverberava il suo violento colore. Cos entrarono nell'aula. Sublimi colonne sostenevano il lucernario appannato della vlta, d'onde una polve di luce precipitava a piombo, corporea; e la attiravano gli stucchi dorati, e vi sfuggivano le superfici rotonde e liscie delle colonne. Vasto appariva l'anfiteatro a paragone del piccioletto affaccendarsi umano; l'enormit delle linee signoreggiava immobile su gli sprazzi saettanti dei gesti. E nondimeno, come gli uomini penetravano in quell'architettonico silenzio, cos esso prendeva vita dal loro clamore discorde, dalle facce alterate, dai cento e cento voleri in fermentazione, dallo squilibrio e dal dubio dei piccoli esseri neri sprofondati nel pozzo d'aria grigia: il pubblico, accalcato nelle alte tribune, rompeva la linea, agitandosi e strepitando all'entrare di Kordn, d'Ellis, degli altri leoni eloquenti, e la potenza degli echi svolgeva da un angolo all'altro tutti i rimbombi armonici profondamente involuti nei suoni.
Il cuore del Duca era gonfio, quando sedette, in mezzo ai cinque o sei ironici spavaldi, nell'estremo settore di Destra, di rimpetto a Ellis, a Kordn, a tutti i capi acclamati. Si sentiva decaduto. Il labbro bianco contava nel silenzio i suoi tremiti. L'orecchio attaccato al cervello da un attivo e subconsciente filo di sensibilit, udiva alle sue spalle Mertuda e Pader parlar sommessamente, di lui. E su e gi per i suoi visceri correva, come in canna d'organo, un fluido fremebondo. Dicevano i due ciarlieri: - Il suo castello  in una valle ch' la pi triste nelle nostre montagne; non ci va mai alcuno; la campana dell'Angelus e il sonaglio delle mandre vi piagano il cuore.... - Difatti, la stessa moglie del Duca n' fuggita. - Non lo sapevo!... - Oh, un mistero coniugale quasi celebre! Egli  rimasto solo lass.... - E non s' mai scoperto?... - Ho conosciuto la giovane signora quest'anno ai bagni; bellissima, amabile; ma su tutto ci silenziosa come un marmo di tomba....
E non ud altro.
La cerimonia ebbe principio. Alcuni deputati novelli sedettero e s'isolarono in attitudini di zelo. Ascese l'anziano al seggio della presidenza. La luce gioc con le sue mani scarne inanellate. Egli scuoteva un campanello dal timbro puerile e lanciava tra i marosi romoreggianti l'alitare di una voce fioca. La bocca nel rugoso volto s'incavernava nera come un antro; un convulso gli scuoteva le spalle. Per un attimo l'assemblea gli dimostr un accademico rispetto; ma presto denud s stessa con un trillo impudico di risa, e non ne ebbe piet. Rivoltolandosi nell'atmosfera elettrica, rombava da Sinistra a Destra un uragano di furie contraddittorie; certi ossessi, in piedi sui banchi, emergevano dall'ondeggiamento, rinfacciandosi le loro declamazioni, con pose di tragedi. Talch le braccia mingherline del presidente fendettero pi volte l'aria con minacce, con scongiuri, e quasi mezza la logora persona si sporse e toss sopra l'abisso fonico, prima di raccogliere un fil di voce a persuadere la calma. Comprese il Duca che a destra si voleva la seduta fosse sospesa per rispetto delle gravi condizioni del re; a sinistra invece la nuova maggioranza, avida di rovesciare il governo, non potea contener la sua brama e domandava le si dessero i tori da mettere a morte: onde su dall'abisso le cento e cento braccia si protendevano, quali tentacoli d'un mostruoso polpo che s'agitasse per afferrare quel vecchio, di cui il campanello, e la voce e la mimica si esaurivano finalmente nello spreco vano. Egli incroci le braccia, ritto in piedi, e contempl la burrasca, sbarrando gli occhietti scialbi, mummificato dal destino, sordo a quelli che a pi dell'alto seggio lo apostrofavano.
Fu l'ultimo atto che il Duca lucidamente percepisse nell'aula dell'assemblea. Il disordine degli spossati suoi sensi non gli sugger pi che sensazioni del vero indeterminate, fosche, prive di ogni esatta estensione nel tempo, accavallate: parole senza timbro, movimenti senza limite di linea, accenni indistinti di una vita complicata e ad ogni momento intercisa, che girava velocissimamente intorno a lui, prendendolo e deponendolo quindi in s stesso, col fiato mozzo e l'orecchio sonante. Comprese che da un manipolo, quasi in coro, si domandava che i ministri rendessero ragione del loro governo. - Ma dove erano i ministri? - Fuggiti? - Fuggiti? dove? come? quando? - Chi governava? - Chi era responsabile per lo Stato? - Governeremo noi! - tuon Kordn battendo il pugno sul banco, e accanto a lui un sanguigno omaccione mostr i denti fra la barba ispida, e, offerte le atletiche braccia, rotol intorno lo sguardo ferocemente. - Abbiate rispetto del re malato! - Abbiate rispetto della sciagura! - si gridava dietro le spalle del Duca. - Che sciagura? - veniva di ribattito, attraverso l'aria. - Avete udito il popolo? Il popolo salver s stesso! - Profanatori! Epilettici! Schiuma sociale! - Ad un momento fu una sola voce che si rincorse in una fuga sfrenata: - Ai voti! Ai voti! - e poi oceani fremebondi di silenzio, e poi il campanello irritabile, e poi l'acre vocina del presidente che scandeva il frasario di prammatica, e poi una votazione confusa, e poi un'altra, con scompiglio di scorci umani, con disarmonico percoter di banchi: e un volo di minuti cos rapido che pareva il terrore del tempo. Finalmente il numero decise: la seduta sarebbe continuata. I deputati di Sinistra sedettero rumorosamente, con raggi di trionfo nei sorrisi, come se non sedessero sopra una tomba: a Destra l'avvilimento spegneva la pugnacit in un brontolo di congiure: solo il vecchio d'Imer s'incastrava nella logora occhiaia la caramella e vezzeggiava con quell'occhio armato l'elsa fine del suo spadino d'etichetta. Gherm Kordn con isvelto intelletto l'istante di calma; il calvo tribuno si eresse tra i suoi fedeli e domand la parola. Era l'accusa che incominciava. L'occhio di lui cerc la curva dell'anfiteatro, occhio d'eroe che si prometta all'agone; un concitato impeto salt dal petto ai lineamenti e segn di due nerbi la fronte. Le ansie di ciascuno volavano alle labbra del demagogo; vi si appendeva, oscura e tremebonda, l'angoscia del Duca. Questi aveva dato il voto, come Mertens, come Imer, perch la seduta fosse tolta: un profondo abisso stava fra lui e quell'essere umano che ora avrebbe parlato, che avrebbe forse giustamente suscitato le anime alla verit. Erano due avversarii. Il Duca soffriva.
Kordn affett di aver gettato su' suoi sdegni un mantello di calma. Rese omaggio al presidente, all'assemblea, agli stessi avversarii. Novatore, egli fiutava le novit che si concretavano nell'aria; gli pareva gi di respirare l'aria salubre dell'indomani; e non poteva non soffrire d'inzaccherarsi i piedi nell'oggi, disonesta poltiglia. Fu applaudito dai suoi; ebbe ringhii dagli avversarii; chin gli occhi pudibondi e s'allen con uno scrollo del capo da sembrare una quercia al vento. Ora incominciava il rimesto nella belletta immonda che era l'opera del governo, anzi di tutti i governi succedutisi nello stesso sistema: l'oratore alzava ed abbassava il tono con perfetta perizia del suo strumento, condensando tutte le energie del suo pensiero verso conclusioni implacabili. In mezzo all'assemblea che gustava l'artista e fremeva per l'inventore audace di calzanti metafore, l'attenzione del Duca fu la prima a stancarsi: l'intelletto sonnecchi su' suoi nervi distesi, ed egli soggiacque a quella calma ritmata dalla parola come ad un incubo che gli opprimesse leggermente il respiro. Dovette molte volte trattenere la smania. A quando a quando risalivano dalla gora dei ricordi certe parole di Bertramo, libere, dense e venefiche, per opporsi a quelle dell'oratore e oscurarle; pure costui sapeva tener l'adunanza come un suo fondaco di polveri, tratto tratto avvicinandovi la sua eloquenza come miccia; e allora un clamore di discordia, un duellare d'apostrofi, uno scampanello arrabbiato, rompevano l'accidia sonnolenta dell'angoscioso e lo trabalzavano fra le passioni di quegli esseri ignoti, come un insetto che capitasse fra le rotelle d'una macchina d'orologeria e si perdesse nel turbinoso congegno. Alfine Kordn os svegliare anche le passioni avverse, ed esse da tutte le parti si avventarono contro il temerario; il tribuno, sopraffatto dalle minacce, dovette tacersi, e i suoi seguaci rinfacciarono tradimento a quelli d'Ellis, che si stavano troppo immoti fra la burrasca, con una seriet di Sfingi pi oltraggiosa che i pi affilati sorrisi: le parole erano rapite dalle raffiche; la coscienza del Duca soffocava nel vortice. Imer gli soffi nell'orecchio, allegramente: Si sbranano! Si sbranano! Credono di essere lo Stato: e si sbranano!
Il presidente s'era smarrito; implorava in grazia, reclinando il viso con certi atti umili, facendo vezzi della sua vecchiaia perch gli concedessero un attimo d'ascolto. Kordn lo indicava ai suoi con gesti patetici; i pusillanimi e gli sconfortati se lo designavano scambievolmente come un ultimo faro. Ma il torvo Ellis, briaco di gelosa, ma certe individualit neutre e certi impazienti ambiziosi e certe tempre da gladiatori circensi, sovrapponendosi a tutto, scendeano per i gradi dell'anfiteatro, con pugnaci volti e fianchi e braccia e dorsi e petti, sentendo che piacerebbe pi alla folla delle tribune chi pi urlasse e battesse, invasi dallo spirito della folla, ribelli ad ascoltare gli oratori che sorgevano estemporanei dai banchi di mezzo e tentavano radunar crocchio intorno alle loro concioni. - Vili! - Voi tirate l'acqua al vostro mulino! - Volete legar le gambe alla volont popolare! - E voi farne un banchetto! - Gi la larva, ventraie! - Taluno balz a precipizio di banco in banco, valanga in umana forma, percosse il Duca nella sua rovina e si confuse nel tafferuglio, schiamazzando e menando le mani fra l'isterico riso delle tribune che l'avevano visto rischiar di rompersi il collo nella sua furia. Allora Mertens e Mertuda, due colossi, scambiata un'occhiata, si levarono in piedi e vennero a porsi innanzi ad Imer, quasi a fargli baluardo; dalle tribune si sputavano vituperii su loro; il Duca, rimasto solo a sedere accanto al malizioso vecchio, sent l'isolamento sgomentevole nell'ostilit e cerc d'imitare quei due: si lev in piedi, e il pallore della sua testa splendette come una cosa diafana che vacillasse sovra i nembi del caos.
Reggeva a fatica quella testa; i suoi sensi dissolvevano i loro nodi; chiuse gli occhi; un'impressione sintetica del tumulto gli bolliva nell'orecchio tormentosamente: ad un tratto l'anima si stacc dal reale, navig nel sogno. Egli si credette investito d'un potere angelico, forte di una voce sonora che aveva le stesse armonie profonde di quella di Kordn: scendeva maestoso dove pi acre e pi ignobile era la mischia, e qual s'interrompeva, sorpreso, per guardare il messaggero bianco, e quale lo accennava al vicino, frenava la muscolatura brutale. Tutti in lui mirati: ed egli scioglieva dalla sua bocca un discorso pieno di tanta bont, di tanto vero, di tanta umana misericordia e di tanta sovrumana espiazione degli errori commessi umanamente, che ciascuno s'avvicinava per ascoltare e commuoversi. Lo cingeva un'attenzione pi raccolta di quella che aveva cinto Kordn. E parlava, parlava: o miracolo! la contenuta, la immateriale, la inferma parola, si spiccava fuor dal suo petto e, fluida, persuasiva, raggiante, andava da cuore a cuore per ammansarli e riunirli e farne anello, come se tutti avessero il loro centro in un solo punto e tutti si sentissero nati per piangere la stessa tenerezza della vita! Parlava della bellezza del cielo, della terra, del mare, del piacere profuso per tutti i sensi, del pane germinante su tutti i campi per tutte le brame, dell'inutilit d'infierire in un mondo s dolce, dove la parola dell'uomo poteva adunare gli uomini come fratelli.
- O uomini! - bisbigli sommesso come in un colloquio con l'aria. - O uomini, sostenetemi perch io vi illumini.... O uomini, non abbandonate solo il vostro profeta.... O uomini....
La quarta volta, invoc a pena. La testa stanca si aggravava sul petto, coi suoi occhi chiusi, simile ad un'effigie sepolcrale. - Ma che dice? - A chi parla? - Chi ? -  pazzo! - Sta male! - Un crocchio d'esseri concitati accorreva dall'emiciclo verso l'esile straniero dalla maschera di cera, che dava cos flebili voci al suo vaneggiamento: le fazioni si confusero: Imer stesso si lev in piedi attonito. Ma in quel punto un male arcano strem le forze del delirante; egli pieg su le ginocchia, peso inerte, e prima che gli giungesse soccorso batt la fronte sul tavolo di duro noce; rimandato, batt l'occipite al suolo. La rotta assemblea si unific in un grido. Le riottose tribune obbedirono come l'eco. Tutto s'equilibr su quel corpo svenuto. Mani trepidanti gli palpavano il cuore, la fronte; dita si tingevano di sangue; voci chiamavano da ogni parte: - Acqua! Acqua! - Un medico! Un medico! - La vita d'un essere oscuro, divenuta preziosa, strappava i suoi atleti alla causa del popolo e i suoi giudici alla causa del re.
- Non  nulla! - grid colui che, curvo sul caduto, ne ascoltava i palpiti. - Non  nulla! - ripeterono cento sentimenti neonati, con lo stesso sollievo. - Quanti Samaritani! - mormor Imer, riavutosi primo e tornato ironico. -  uno dei vostri, signor conte! - gli ramment Kordn con pi sottile ironia; poich il caso li aveva messi accanto. -  arrivato oggi: potrebbe essere un uomo di domani, - ribatt il vecchio agile. -  un Duca; l'indomani non  dei Duchi. Lo terrete almeno come membro di famiglia! - Non si tengono in famiglia i dilapidatori: questo gentiluomo sprecava parole durante i vostri barriti! - Ha sparso per anche il suo sangue! - e Kordn accennava zuppo di vermiglio, ai loro piedi, il gradino d'onde si era levato allora il capo del Duca per metterlo sopra la barella apportata. I due schermidori salutarono vicendevolmente la loro maestra; e Kordn tese la destra all'avversario: - La prendete? - Imer ritrasse la sua, mitigando il gesto con l'additare il sangue a sua volta. - C' di mezzo il sangue! - Risero entrambi, fra l'inquietudine dei testimonii. - Sangue prematuro e controverso, signor Conte! - Sangue dei circhi bizantini! - Tornarono ai loro posti, lentamente, mentre i servi tergevano le macchie imbrunite, e una barella usciva dall'aula divenuta silenziosa. - Agnus Dei qui tollis peccata mundi! - sclam una voce. - Senza di lui dove saremmo a quest'ora?
Parecchi deputati uscirono a ragguagliarsi di quel loro collega cos fragile; altri si aggruppavano nei crocchii mormoranti; regnava nell'anfiteatro una mesta e nevrotica calma, poich la crisi di furore si era risolta in una forma di catastrofe inaspettata. Si schermivano gli animi dal riprendere la direttiva degli avvenimenti, come se in ciascuno fossero subentrati indolenza e disgusto. Il caso aveva gettato una sventura ad impacciare gli ebri in loro corsa baldanzosa alle azioni violente: ora lo stesso Kordn, che aveva ripreso la sua dicera, non pareva pi quello.
- Aveva pronto il suo fervorino, il ragazzo! - diceva Mertens nell'orecchio d'Imer. - Ne avete udito qualche cosa?...
- No; per ci ha reso ridicoli.... Era, alla fine, uno dei nostri.... Se poi lo avessero udito, ci disonorava! Eravamo nelle mani d'un incosciente!
- Ci tratteranno da femminette! - sospir Mertens, male acconciandosi all'idea di quel fratello d'armi in deliquio; mentre il vecchio, ghermito ai nervi dall'atmosfera sempre pi flaccida, dalla densit di nembo gravante in quell'aria senza sfogo, scalpicciava stizzito e sillabava quasi a scudisciate: - Mio Dio, com' noioso questo Kordn! Come appiccica l'idrofobia questo cane arrabbiato!
Ma s'interruppe per tendere l'orecchio; e l'intera assemblea represse i suoi cento susurri pettegoli, e la voce dell'oratore cadde, forzata e snervata, nella vacuit acustica della disattenzione: un rumore cupo e procelloso s'avvicinava; rumore di sommossa, di ferri urtati, di voci imperversanti, rumore di belva apocalittica che morda risolutamente le sue catene e ingolfi in un andito lungo e sonoro gli echi rabbiosi della sua lotta; rumore d'oceano che con tutto il tenace orgoglio del flusso invada i penetrali d'una caverna e si propaghi sotto gli archivolti eufonici, terribilmente.
Gli animi vigili ascoltavano. Proruppe Ellis con uno sprazzo di gioia: -  la folla!...
- Ma che vogliono dunque?
- Sono penetrati sotto il portico del palazzo!...
- Calma! Calma! - ingiungevano altri, fra coloro che gi si vedeano sbranati. Parecchi, attraversando l'emiciclo, si diressero verso la porta, per vedere, per sentire, per dissetare gli animi inariditi dall'incertezza. Un usciere si drizz contro a loro, pallido, gesticolante, con la bocca tremula di favelle inarticolate; attravers l'emiciclo e and a portare al presidente un annunzio. L'aria fu s greve che calc su le teste. E da un capo all'altro, dai settori quasi sfollati all'emiciclo rigurgitante e alle tribune che l'ansia dramatica stringeva in una spaventevole compagine, si aggir una voce letta nel volto del messaggere: - Il re  morto! Il re  morto!
Allora spazii storici deserti si spalancarono a tutte le fantasie; visioni di reggenze combattute, intorno alle infermit misere d'un re bambino; presentimenti d'errori che si commetterebbero, d'uomini che ruinerebbero su uomini, senza che mai una mano possente afferrasse e tenesse il governale; e sotto l'impressione di quella bara sarcastica contro lo stuolo scompigliato dei necrofori e degli eredi, gli odii, le ambizioni, le gelosie e le passioni tutte, camminarono velocemente nell'avvenire, forzando il buio, perdendosi, divenendo nel loro egoismo feroci; mentre la folla si batteva coi soldati negli intercolonnii del palazzo e il suo turbine pareva d'attimo in attimo dovesse gonfiare i panneggiamenti delle portiere prima di lacerarli e d'irrompere. E in una sala attigua, un essere semisvenuto, oppresso dalla febbre, fasciato di bende di ghiaccio, attorniato dai suoi medici, sentiva da ogni parte, come un convulso dell'aria, quelle parole modulate in grida, in ruggiti, in boati, in murmuri: - Il re  morto! Il re  morto! - E gli sembrava passasse su l'anima inconscia uno spegnitoio agitato da una fatalit pazza.


 13.
In fuga.
Appena gli bast vigora di sorgere dal letto dove i medici lo costringevano da tre giorni, il Duca non conobbe altro pensiero che fuggire. La citt aveva sperimentato e compiuto su lui la intera sequela dei suoi maleficii: nelle ore della febbre, quando le bende diaccie non riuscivano a trionfare su l'ardore della testa ferita, le frenesie della plebe insolente, lo stamburare lugubre della milizia, la grandine tintinnante dei vetri rotti, qualche scatto repente di fucilata, e poi lo scalpito dei cavalli su le pietre, si succedevano sotto le finestre dell'albergo, modificando ad ora ad ora l'incubo della vita, contorta in s medesima come un groviglio di metalli arroventati. Peripezie squisite e orride catastrofi elaborava il drama della sommossa per i suoi nervi di ascoltatore lontano, costretto a fantasticar lo spettacolo pi che ad assistervi nella pienezza dei sensi. Le imposte chiuse lo dividevano dalla realt dei cento episodii spaurevoli: un presentimento di massacri e di vulnerazioni cruente per ogni grido che sbranasse l'aria dava una stretta ai visceri dell'ammalato e li scioglieva in brividi glaciali, in ansiose calme. Perch si combattesse, per quale idea, per quale legge, per quale despota, egli ignorava. Conosceva soltanto la convergenza universale in una verit inoppugnabile: che talvolta gli uomini amano ferocemente la morte e si proiettano fuor da s stessi per cercarla come si cerca un amplesso.
Credeva ai fatti esteriori soltanto. Al proprio corpo, al proprio intelletto, non credeva pi. Il corpo si era afflosciato come una vescica sgonfia nel momento d'intervenire fra le brutalit dei suoi simili, ed ora si accentrava tutto nel bruciore d'un'accidentale ferita; l'intelletto, innanzi alla turbolenza, innanzi al male, innanzi alla ridda delle passioni, non aveva trovato pensiero che fosse pi forte della nostalgia stimolante verso il capezzale di Zoilo, verso la servit a Bertramo. Credeva alla sofferenza sola: prodotto involontario, produttrice inconscia. Dove erano ormai i vezzi della citt lusinghiera? Dove erano le braccia capaci di attirarlo? Infuriante, con mille flagelli, con mille crepitacoli scrollati a rendere poscia pi terribile il silenzio, la citt lo cacciava, dopo averlo sbigottito, dopo averlo svergognato, dopo aver riso di lui. Egli fuggiva. Quale ignota sorte attendeva la citt? A quale ignota sorte andava incontro egli stesso? Non domandava. La folle fuga era la suprema salvezza.
Gi il convoglio lo traeva lunge dai cubi massicci della citt e dalle pozzanghere di pioggia miste di sangue umano; gi vedeva le case rettilinee, in lunghe file, allontanarsi, pi fredde, pi cose che mai, sotto le squallide nubi d'una mattina ferrea, propizia a suscitare la volont di un nuovo tiranno dai cruenti carnai dove il popolo aveva visto soccombere i suoi figli. Una benda nera gli schiacciava la fronte, contrastando, gelida, agli ardori della ferita. Dinoccolate le membra, ingombra la gola d'un singhiozzo che non sapeva scoppiare, erranti le pupille sui bianchicci degli edifizii che, animati nel moto, si strappavano duramente alla vista, l'angoscioso cercava pace variando nel carrozzone, dove era solo, le giaciture del suo corpo indocile; e il corpo gli doleva sempre, per che, oltre la ferita, insanabili fossero le piaghe dell'altro male che da un centro nervoso all'altro gli dava la caccia con innumerevoli roncigli.
- Ho rasentato gli avvenimenti, - egli si mordeva, - ma non ero nemmeno da tanto! Le lotte umane non gettarono sui miei occhi che il velo del loro fumo! Ho sfiorato le tempeste, e fui ributtato nella zona neutra intorno alla quale il ciclone si avvolge e che rimane ansiosamente immobile! Le forze mie deviarono da tutto, si rifiutarono a tutto; correva il mio sangue entro le vene su e gi; ripetevano i nervi l'uno dall'altro la loro scintilla mordente; ma quale spettacolo ebbero gli uomini di me? Un corpo inerte, un semivivo da commiserare e da soccorrere, con una boccheggiante ferita che distingueva il mio viso dalle effigi di marmo! Me lo disse il dottore. Fu qui tutta la virt dell'opera che io condussi. Fuggo, fuggo: torno in fuga a coloro che mi mandarono! Che cosa dir loro? Come guarder nei loro occhi il giudizio su la stolida catastrofe nella quale io sono soggiaciuto, mentre le moltitudini si disumanavano e tutte le ragioni e tutti i diritti venivano gettati alla rinfusa sopra un carro di guerra che ne spandeva e ne stritolava sotto le sue ruote? Ohim, l'universo pu avvoltolarsi senza di me nei suoi dolori; ohim, io non posso prestare aiuto ad alcuno; io non sono spaventevole ad alcuno; io non so generare, o plasmare, o piegare eventi; io sono l'errore infecondo della natura, come tu dicesti, Bertramo; ed ora non mi rimane che ricoverarmi nel mio castello ed ivi sopravvivermi. La mia stanza! la mia stanza! che io mi chiuda solo! Nessuno mi veda. Nessuno mi sappia. L'aria non dica ad alcuno che io esisto. Perch non corre di pi questo convoglio? Io vorrei la velocit del fulmine per seppellirmi di schianto nel mio ricovero!
Gi si rompeva il pensiero monotono come un esile filo di vetro a un tocco incauto, e i sensi smaniosi del Duca si gettavano di nuovo a ventura per le campagne fulve e acquiginose, per i rannuvolati profili dei monti in lontananza, per gli smorti paesi dell'autunno, per i villaggi sparpagliati, d'onde il fumo dei poveri focolari sorgeva come un triste simbolo. di pace. La sconfinata malinconia dei paesaggi bloccava la sua esistenza, insistendo su essa con accordi di tinte fosche, quasi le cose vive e le estinte avessero formato della loro stanchezza, per lui, una nebbia soda come la pietra.
- Quanto ostili sarebbero le cose, - egli meditava, - se non destassero tanta piet!
E a poco a poco, sospinto su la via dell'ideazione, determin la piet come un'essenza mesta, come la veste autunnale delle anime che hanno perduto la facolt della gioia. E temette che gli uomini, vissuti in un tedio di paesi cos straziante, avessero rinnegato ogni piet per non soccombere all'eccessivo peso della desolazione; temette che la natura stessa avesse congegnato gli odii brutali e le frenese della lotta per difendere gli uomini contro la sensazione funerea della sua vastit.
- Se ogni amore, - pavent egli, - rassomigliasse all'amara prostrazione che io soffro? Come potrebbero darsi creature giulive se l'animo loro, per questi alberi cadaverici, per questa letarga dei campi abbandonati, svenisse come io svengo?
Nel passare per una stazione, dove si annunci un quarto d'ora di sosta, gli si introdussero quasi a forza nel carrozzone due o tre gazzette, alle quali dapprima esit di por mano e che indi percorse con uno sguardo sfuggente, avendo interrotto il respiro dalla tema di leggervi troppo orribili nuove. Apprese cos che in quella stessa mediocre citt, vestita di sue campagne scialbe di novembre come di una veste logora, i cittadini avevano fatto impeto contro una caserma, disarmato soldati, scambiato colpi di fucile coi renitenti, corso le strade a gran clamore; e dopo due giorni, debellati, condotti a uno spaventevole tuffo nel silenzio, i loro duci erano stati divelti dalle famiglie in lagrime e gi meditavano nelle carceri l'istante della loro folla. In parecchie provincie, i giudizii statarii sorgevano nel nome del principe Alberto reggente e del re bambino; in certi luoghi crepitavano ancora le scintille della sommossa; in altri le ceneri del terrore fioccavano da un cielo ottenebrato, coprendo i fervori delusi dei capipopolo per tramutarli in sofferenze inerti.
- E che farai tu dunque, povero essere, con le tue tenerezze vane, con le tue liquide meditazioni? - egli si chiedeva sotto le volte della stazione fuliginosa. - Tu dovresti trovare una musica che t'addormenti; non sei fatto, tu, per travagliarti in vigilie fra queste musiche barbare! tu le odii, tu, in fondo all'anima tua...
Intanto il convoglio, ripreso il fuoco, gi ansava tra gli spaccati dei monti; gli alberi s'agitavano con forsennate mimiche, sperdendo ai venti gli ultimi brandelli di fronde; si susseguivano le gallerie sepolcrali, dalle quali si usciva in vista di orribili fiumi rotti dai massi e ruggenti via per declivii ripidi con bufere di spuma. Si avvicinava l'imboccatura della valle, si avvicinava pure il precoce vespero, e al sommo delle rocce cristalline sanguinavano i cieli, pieni di nubi involate, come esalazioni di fumo in preda ai venti.
- Non la citt sola  spaventevole, - rimormorava il febricitante, - ma tutta la mole dell'universo  fatta d'apparenze create per anime e sensi pi forti dei miei. Tutte le cose del mondo mi colgono in attimi di spasimo e squassano violentemente la mia vita.
Da questo punto fino alla meta del viaggio egli pi non riflett, ma gemette del proprio tedio, come se un male fisico inguaribile gli torturasse le carni.
Scese dal carrozzone; si ristor nella locanda della cittadetta che aveva salutato cinque giorni innanzi, mattutina; gli sellavano intanto uno svelto cavallo e lo attaccavano alla vettura che doveva ricondurlo al castello. - Giunger inaspettato? - esit. Pens Zoilo morente. - Giunger inaspettato, - risolse, poich gli parve che nessun avvenimento, comunque atroce, gli si dovesse tenere nascosto. - Vado a soffrire nella casa mia, - si ripeteva egli con l'intonazione d'un fanciullo che memora il solo vocabolo appreso d'una lingua straniera e, sentendone il suono pi volte, se ne delizia come di sfogliare un mistero.
Gli avventori della locanda lo guardavano; lo conosceva taluno; si narravano a voce bassa le cose note di lui; un bisticcio di risa e di compianti a fior di labbro guizzava su la leggenda di Laus e su le novelle, giunte di fresco, del suo deliquio in mezzo ai turbini dell'Assemblea. Impaziente di fuggire, egli non osava manifestar la sua smania, nemmeno con un batter di ciglio. Si sentiva prigione dei loro sguardi. Qualcuno, alfine, lo salut; e perch, come avviene nei luoghi umili, la febbre di rispecchiarsi nelle gesta degli imperanti era intensa, lo pregarono di narrare come erano precipitati i casi nella capitale, come si erano consolidati la reggenza e il nuovo governo, e se fosse vero che Kordn era stato arrestato, e se fosse vero che la nuova Camera si sarebbe sciolta.... Confess egli d'ignorare ogni cosa; coperse la vergogna con un appello timido alla loro fratellanza su' suoi dolori:
- Sono ammalato.... La testa mi pesa.... Ho dovuto venirmene via.... Dovr deporre l'incarico....
Si dolsero con parole cortesi; ma il pascolo mancato alla curiosit li afflisse pi che quell'essere in pena, con la faccia esangue chiusa sopra l'arco delle sopracciglia dalla nera benda che copriva la sua ferita. Qualcuno non ristette neppure da un nuovo assalto, come quegli che sospettava un segreto motivo di reticenza nel Duca.
-  stata una catastrofe, - fu udito. - Ellis ed i repubblicani bevettero la mattina negli stessi bicchieri; la sera quello raccomandava ai suoi di disarmare, e gli altri incominciavano a sfilare dalle barricate alle carceri....
Il Duca tacque.
- Che intelligenza ha avuto col governo colui?... Ha avuto paura?
- O Kordn gli era una spina?
Il Duca tacque. Un vecchio sentenzi:
- I governi li aiuta Iddio, e la sottomissione dei popoli  un miracolo celeste.
Sbeffeggiarono lo strano credente: e in quel momento, fra il vociar dei sarcasmi, fu annunciato che la vettura per Monsignor Duca era pronta. Egli porse la mano, che molte mani strinsero con premura servile: presso la porta si scost per lasciar entrare una comitiva di giovinastri chiassosi: i suoi sensi, affaticati fino all'allucinazione, credettero distinguere segni e suoni di sghignazzi irrisori, oltraggi di gente valida a un debole che andava lontano, fuggendo...
Indi si intirizz fra le pieghe della coperta nella quale s'era ravvolto, e dal torpore gelido i sobbalzi del veicolo e lo schioccar della frusta lo ravvivarono pi volte al sentimento dell'orridezza dei luoghi e della sua sorte; finch gli splendette dinanzi, come un astro all'occaso, il lumicino perpetuamente acceso del suo castello.
Balz in vederlo. Se Zoilo fosse morto? Rimarrebbe solo? Tratterrebbe seco Bertramo? Era tutto malefizio, ovvero si manifestava anche un potere benefico su l'anima sua, nella presenza continua di quell'antitesi? Cerc d'interrogare la verit in fondo a s stesso: se avesse Bertramo aggravato l'intossicazione propagata per ogni nervatura del suo essere; o se invece avesse, contro ogni apparenza, sostenuto su l'orlo di abissi un'anima che, deserta e sola, stava per precipitare. Poi, ad un tratto, l'aspetto solo di questa domanda gli rivel che egli non avrebbe potuto fare a meno di Bertramo e che, nel dubbio, si dava legato alla sua signoria. Ricadde nel fondo della vettura, come un corpo grave a s stesso.
Guardava l'avvenire innanzi a s, con gli occhi sperduti nelle tenebre, quando il veicolo, gi incamminato per l'erta, fe' crepitare le spoglie atterrate dei faggi e s'insinu nella sinistra ombra tramata fra la ramaglia degli alberi giganteschi. Bisbigliavano nel silenzio le sole creature indefinibili tormentate dal vento; ma ogni rumore veniva tosto ripreso dalla calma. Perci pi misteriosa, pi arcana, discese dal castello alla valle una musica di clavicembalo che parea venire da una lontananza e da una profondit infinita, come se suonassero sotterra, come se le mura e le torri fossero state inghiottite dal suolo.
Il Duca ascolt. Gli sembr udire musica nata nella propria tristezza. Gli accordi venivano per l'aria precisi e gravi, in un adagio di s lento moto, che pareva temesse di sciogliere la sua recondita melodia. Credette ora l'angoscioso che quella musica aspettasse lui e che a quel modo, come uomo che rientrasse nella prigione del proprio nulla, egli sarebbe accolto nel suo castello. E appunto allora il vetturino arrest il cavallo e si volse; egli indovin un viso spaventato, nella notte:
- Monsignor Duca, - disse colui, - non vado pi innanzi....
- Non vai pi innanzi.... Che accade?...
S'era levato in piedi, col folle terrore d'un agguato.
- Non ode quella musica?
- S.... l'odo.... Spigati.... Che hai?
- Pare una streghera....
Cadde la parola e s'intric in un'anima messa a scompiglio. E il rustico si raccomandava a quell'anima, senza sapere d'averla attratta nel suo sgomento; le si raccomandava con parole cos rabbrividenti che parevano un sommesso singhiozzare:
- Ho paura.... La mia coscienza  netta, ma, mi perdoni, Monsignor Duca, ho paura.... Che cosa  questa musica?
- La tua coscienza  netta....
Sospett che non fosse: e la corsa della sua imaginazione gli fe' temere di trovarsi con un malfattore occulto, al quale, per un'associazione misteriosa di fluidi psichici, si affacciasse l'evidenza spettrale di qualche colpa commessa. I due cuori battevano velocemente. Stettero entrambi, aspettando l'uno dall'altro, in una terribile perplessit; tutte le membra del Duca vibravano, rifiutandosi agli atti della vita.
- Andiamo via.... Andiamo al villaggio.... - mormorava il vetturino nella sua superstizione miseranda; l'arco della frusta palesava nell'aria i suoi tremiti.
- Al villaggio?... Sei folle!...
- Vada solo, allora, la supplico.... Lei mi conosce.... Attender per le valigie a piedi del colle....
- Attendi qui....
- Non lo posso.... Non mi vergogno di dirlo.... Fuggirei....
- La musica  taciuta....
- No.... Ascolti.... Ascolti....
Con impeto d'uomo farnetico, il Duca si lanci fuori del veicolo e corse.... La carrozzella rotol fuggendo per il declivio.... Egli fu solo.... Corse ancora.... Gli alberi immobili lo perseguitavano.... Sentiva di superare con ogni passo ostacoli faticosi.... Trasal all'abbaiare del cane; ma esso lo riconobbe e una massa villosa gli si strofin su le gambe, e una lingua umida e calda gli fece ritrarre con un guizzo la mano.... Corse ancora.... Il clavicembalo tentava nuovi accordi gemebondi.
- Che pensieri ha Bertramo? Perch suona cos Bertramo?
Sentiva nell'aria la presenza della morte. Ed era presso la porta; vi si gettava con demente angoscia, martellandola a pugni chiusi, da forsennato.... - Perch non vengono ancora? - E si assordava, scuotendo, con quanta veemenza sapeva, il battente massiccio sui cardini; il cane gli saltellava intorno, con sordi rimbombi della sua massa elastica sul terreno; egli si graffiava ai chiodi dell'uscio le mani gi gonfie; mentre, sfattasi la benda, sbocciato di nuovo il fiore della ferita, gli sembrava di sentir sanguinare, di sentire aggrumarsi su le ciglia il filo colante, accrescendo le tenebre del suo sgomento, esasperandolo pi e pi, con le armonie di quella musica che si svolgeva, indifferente e glaciale, nello spazio. Pens di battere la testa su quella porta chiusa; l'avrebbe fatto, se in quel momento una voce non fosse trapassata: - Chi  l?
Rispose: non compresero; url: con ossequiosa sollecitudine i chiavistelli furono girati: il vecchio Giovanni, reggendo nelle mani un candelabro, indietreggi tutto curvo e zelante: ed egli cadde sul limitare, in un orribile schianto, gorgogliante la bocca, irti i capelli, le mani tremule, il viso disumano nel suo pallore e spaccato dalla piaga vermiglia.
- Signore!...
- Rinchiudi l'uscio!...
Si trascinava su le ginocchia, con ambo le mani protese a schermo. Dal vacillante candelabro tenuto dal vecchio lagrimavano su lui gocce di cera. E il giuoco delle luci e delle ombre, quasi una rappresentazione beffarda della sua anima, divagava per le pareti incoerente.
- Rinchiudi l'uscio, ti dico!...
- S, s, s, - balbettava il vecchio; e affatic le sue povere forze nel volgere la chiave entro la serratura rugginosa.... - Per l'amore di Dio! Che cosa  questo?... Sangue.... Chi vi ha ferito?... Monsignore, Monsignore!... Aiuto! Aiuto!...
Cos chiamava; poich il Duca, allo stremo di sua dominazione su s stesso, rovinava come colpito dalla folgore, premeva convulsamente su le pietre del vestibolo la testa. - Aiuto! Aiuto! - Dall'una all'altra porta le gambe gracili del famiglio ciabattavano; ripeteva le grida con voce sempre pi fioca. Ma i suoi nipoti accorsero; ma Bertramo si lanci nel vestibolo; le loro meraviglie accozzarono voci clamorose.
- Ha picchiato alla porta.... gli ho aperto....  caduto in ginocchio.... poi cos, lungo disteso.... - balbettava Giovanni.
Bertramo, piegato sopra un ginocchio, con un polso del Duca stretto nella mano, mormor asciuttamente sovra quel corpo ora immobile, come sopito, se non che scosso a quando a quando dall'affluir dei sospiri; mormor: - L'epilessa; lo sapevo.... Non vi sbigottite - si rivolse ai domestici. -  gi passato; lo porteremo sul letto; ha bisogno di riposo.
Fu primo egli stesso a metter la mano sotto la testa del caduto per rialzarlo, e con un gesto invit i due giovani servi a dargli aiuto, il vecchio ad illuminare la via attraverso le stanze. La corteccia dei suoi lineamenti non s'era alterata per alcuna emozione; rilievi d'arterie disegnavano come sempre la fermezza del suo volere. E mentre i servi obbedivano a lui, portando il peso inanimato, egli precedeva, quasi insegnando la via, per una scala incassata nella muraglia, per anditi pieni di gelo, per stanze che avevano un'anima pavida del loro vuoto, un'anima che s'aggirava turbinosamente fra gli sprazzi di chiarore, nel candido fumo del candelabro.... Alfine il corpo fu disteso sul suo letto e le dita di Bertramo, immerse nell'acqua, lo rianimarono con uno spruzzo frigido. Egli trasal. Il travaglio della vita si accalor nel petto, nelle palpebre e su le labbra; il ferito sent la propria impotenza abbandonata a mani che lo svestivano secondo il poter loro; e, umiliato, sopraffatto dalla necessit, quasi scisso dalla propria carne, non reag in alcun modo contro quella manipolazione del suo essere quale materia senz'anima. Dell'arrivo procelloso al castello quasi nulla serbava nella memoria; se non che era stato inghiottito dalle vecchie porte come se lo ripigliassero voracemente le fauci alle quali era sfuggito per un tentativo di libert breve e infelice.
- Non parlare! - gli impose Bertramo. Ed egli riconobbe la voce; la stessa voce fatale che ora diceva ai domestici: - Forse vi chiamer pi tardi; andate pure. - Tent di sollevare il peso delle palpebre per accertarsi di quanto gi sentiva: che ormai Bertramo era solo con lui.
Era solo e gli teneva il polso riluttante. I passi dei servi si allontanavano, in un crepito di assiti, dietro le porte rinchiuse. Allo svanire di coloro e d'ogni echeggiamento di voci e di passi, il freddo della stanza parve invadere l'organismo fino alle ossa.
Stettero entrambi per qualche tempo immobili; la vitalit del Duca, costretta, si liberava a quando a quando in lunghi brividi. Alfine egli riaperse gli occhi, e nello slancio fuggitivo del primo sguardo cerc uno sguardo. Si batt a una pupilla di medico vigile e attento, quale sorprendono i malati al loro capezzale allorch rientrano nei sensi.
- Non parlare, - ripet colui a bassa voce.
Il Duca non gli tolse gli occhi dal viso; vi parevano infitti, e volevano dire una domanda; ma una domanda reticente e supplichevole.
- Zoilo? - susurr l'antagonista. Il ferito annu lievemente.
- Muore.
Ci fu detto con calma. E gli occhi del Duca si chiusero. Il polso s'immiser nella mano. Tutta l'esistenza rifluita ad un centro parve involata alla virt indagatrice del medico.
Ma l'esistenza si propag di nuovo per le membra; gli occhi aperti brillarono di una lucentezza opaca, come due gocce di latte nella penombra, e domandarono ancora:
- Hai udito la musica? - interpret Bertramo.
Egli assent di nuovo.
- Bisogna aspettare da un'ora all'altra a morte. La mia musica ha molti nomi in queste ultime notti: si chiama presagio, si chiama certezza, si chiama desolazione, si chiama indomani e si chiama calma. Solo la musica pu avere tante parole innanzi alla morte.
Il Duca si contrist che parve svenire. Bertramo, curvo sul suo volto, lo interrog:
- Ti fa male?
Gli occhi dissero: - Parla.
- Io non parler di te e dei tuoi mali, intendi, - riprese la misteriosa creatura, con la stessa melopea cadenzata, quasi funebre.
Gli occhi languidi, profondamente espressivi, chiesero: - Di che parlerai?
- Parler di me stesso e del mio dolore - proruppe quegli; ma tosto ricondusse i suoi accenti alla gravit monotona di prima. - Io non so quale sia rispettivamente la grandezza dei nostri dolori, di te, di me e di Zoilo; ma ben so che il dolore m'ha visitato.  una brutta cosa per un medico il veder cos perire un infermo accanto al quale egli  stato per cinque mesi con assiduit! Perch deve perire quell'infermo? Non potrebbe il medico salvarlo, e somministrargli ogni giorno un'oncia di vita da consumare, e difendere a questo modo una propria abitudine che ormai gli  cara? Ohim, il medico non pu! Il corpo che gli apparteneva, sul quale egli poteva sperimentar veleni e antidoti a suo piacimento, il corpo che egli poteva sollevare in un turbine fittizio di vita o far strisciare sui margini insensati dell'agona, questo corpo non  pi suo! Egli china l'orecchio ascolta la voce della natura: e non gli  dato pi se non d'aspettare che essa si risolva a togliergli di mano la sua opera....
Era Bertramo spaventevole cos parlando; l'empiet amara delle parole aveva un valore pi feroce dalla fisonomia di lui, indurita nella sua calma invernale. Si sarebbe detto un cieco d'anima che evocasse i pi astrusi misteri dell'anima per una sorta d'oltreveggenza; e il Duca gli prestava ascolto, come strozzato, e gli aveva fede e ne diffidava insieme; e solo sapea di non potergli negare una sua adesione smorta, qualunque cosa egli dicesse, qualunque mostro apparisse su quelle labbra.
- Ricordi tu la notte - chiese Bertramo - che io ti offersi signorilmente di scegliere a Zoilo la morte o la vita? Tu tremasti di tutto ci che stava nelle mie mani. Ebbene, fratello mio - fratello mio, calc - ebbene le mie mani sono vuote. Io non ti posso offrire pi nulla. Si prepara a me un istante di tristezza formidabile, quando io ti dir: - L'opera alla quale attendevo fu compiuta dalla natura secondo le sue leggi; la mia presenza  diventata inutile in questo castello; cacciami via; mandami ad aggiungere altri libri, pi consci, alla Morale della morte....
Il titolo del libro cadde, lugubre, come in una pozza d'oscurit.
- Tu hai udito - continu il vagabondo - una musica uscita dai miei pensieri, e t' sembrata una musica sconnessa.... Ebbene: quella musica non rendeva soltanto nomi astratti; ma era tanto definita da non mancarle nemmeno un titolo, un titolo suo, preciso, appropriato.... Si chiamava "Marcia funebre per la morte d'un'ombra". Non hai tu percepito in essa le cadenze della fatalit che cammina, lieve lieve, fuor delle contingenze delle cose, e pure come se le sfiorasse?... Zoilo,  un nulla; ma questo nulla getta fuori di s un'ombra.... E questa ombra mi percuote; e, al suo tocco leggero, la pace solenne, e gli ozii augusti, e le solitudini ispirate che io assaporai nel tuo castello, fatto per la mia anima meglio che per la tua, dileguano non so dove; il morto allontaner il medico da questi luoghi.... Forse tu avrai bisogno della sua mummia, e ancora io ti potr servire.... Noi perpetueremo con tutti i mezzi dell'arte ci che rimane della forma nella quale visse Zoilo; ma quando io t'avr imbalsamato e mummificato il suo stampo, tu mi aprirai la porta della tua casa ed io me ne torner, irsuto, fra i mortali, apostolo dell'unica legge della vita che riguardi gli esseri in loro stessi: morire....
Il Duca avrebbe voluto chiedere: - Davvero hai tu teso le tue forze per prolungare i giorni di Zoilo? Davvero non pensavi tu di annientarlo rapidamente, la notte che m'hai offerto la sua morte? Davvero questo castello  predestinato alla tua anima, mentre per me non  anch'esso se non un luogo d'esilio?
Gli occhi nulla dissero.
Trascolorarono nel dolore sognante: e Bertramo parlava:
- Ti ricordi quel giorno che io ti dissi di guardarti da Nemesi?... Ecco, tu ritorni dall'Assemblea, spezzato, deformato, schiavo del destino che t'infrange; batti alla porta del tuo castello e cadi su la soglia, con una maschera di bruttura e di sangue sul viso; pure vi sono uomini, ed io fra questi, che ti raccolgono e ti ravvivano, e tu non muori ancora.... Che cosa vieni a fare qui? Che forza attiva ti conduce ancora attraverso i limbi della tua debolezza? Tu vieni a passare l'inverno nella tua casa.... Solo.... Con la neve; con le nebbie; coi corvi; coi caminetti che schiantano le braccia degli alberi.... Con gli occhi muti dei servi che si rattristano e maledicono al tuo male.... Con la diffidenza del villaggio.... Con lo stillicidio delle abominevoli ore che traggono a terra il cervello.... Zoilo sar morto, ed io me ne sar andato dalla tua casa; perch la mia voce ti  forse pi terribile della stessa solitudine.... e, come a tutti gli uomini, come a tutte le cose, tu vorresti sfuggire anche a me....
Si attorceva il giro di uno strano fascino per le onde sonore lentamente commosse. Il Duca si sentiva fasciare da queste onde, avvincere membro a membro da un'indolenza musicale che teneva pur vigili le pi segrete virt della sua sofferenza, sebbene ammansando in lui ogni spirito che lo spingesse a resistere. La volont di Bertramo s'introduceva quella sera con un metodo blando; come non bruciasse egli quando esercitava il caustico; come non designasse egli precisamente i loro due esseri, quando le sue parole erano tutte aguzze a penetrare le loro due vite. Pareva lo stanco volto del Duca ascoltar dal suo letto una tragedia di esseri neutri e di esistenze ignote; e il sofista lo ingombrava tutto di s, come una vasta nube ingombra il cielo.
- La realt ti opprime ancora, ti opprime sempre; ti senti quasi perseguitato da demonii correnti sui tuoi passi; tu non eri fatto per la realt, e tu vuoi, e tu vuoi; e tu vuoi, tu, che non hai un volere. Meglio sarebbe, credi, addormentare nei sogni questa tua febbre, vivere di libri, d'imagini, di musiche soavi, finch venga il destino che ora s'abbassa a ghermire Zoilo e copra anche te con l'ombra della sua ala. Tu non hai volont, fratello. Cessa dunque di volere. Sii come ora  il tuo corpo! Disteso, placido, immemore, lontano dagli avvenimenti, sebbene si compiono vicini a te; e un medico venga a quando a quando nella tua stanza e misuri la tua felicit dall'atona dei lineamenti e dalla opacit del tuo animo alle luci del mondo....
Il Duca ebbe una visione. Gli sembr ravvisare s medesimo sul letto dove ora Zoilo lottava per il proprio anelito; e accanto a lui quello stesso Bertramo, con le mani dietro il dorso incrociate, con un ginocchio puntato sul letto, con il corpo sporgente, quasi avido, con gli occhi fissi negli occhi. Ma fra l'aureola slargata delle loro ciglia, gli occhi dell'angoscioso si sentivano grevi, non pi eloquenti, non pi curiosi, non pi capaci di schiuder varco ad alcun pensiero mobile. Nella bocca aperta entrava l'aria e ne usciva, senza sforzo, per una meccanica semplice: l'aria, imponderabile signora della sua vita. Il suo intelletto si affievoliva nel torpore: e Bertramo pareva, lento parlando, aspettare che le due palpebre si congiungessero per effetto ritmico delle parole.


 14.
L'aura della morte.
L'esistenza si trasform per un'ultima volta: il castello, dominio dell'attossicazione e della febbre, fu ravvolto da una nebbia stillante, la quale tolse ad occhio vivo, per lunghi giorni, l'aspetto del sole; gi per i fianchi montani si distesero nevi, come pelli di favolosi montoni mostruosamente candidi. Talora, squarciato l'involucro del nembo, si vedevano vapori sciogliersi in chiazze cineree e ascendere, strofinandosi alle solenni superfici bianche. E a terra una putrescenza: una fracida melma, impiastricciante le spoglie arboree, per assimilarle poi a poco a poco, nei lubrici connubii merc i quali la materia si riconfonde e la metamorfosi organica si perpetua ripetendo le sue forme pi vili. Il fango, lustrante di occelli cupi, tinto di tutta la gamma bruna sotto gli obliqui e nauseabondi raggi perduti fra le nuvole; la nebbia sostenuta dalla ramaglia come una ragnatela sciupata e floscia; la neve immacolata, simile ad un addobbo di festa senza gioia: tali le attitudini tragiche componenti la sensazione della vita, ora che Novembre moriva nella bara del tardissimo autunno.
Nel castello l'attossicazione, la febbre e la morte. Ormai l'agonia di Zoilo era divenuta un supplizio. Nessun vivente intorno al suo letto, tranne il Duca e Bertramo: e il primo rimaneva quasi l'intero giorno nella stanza del malato, vi prendeva i pasti, vi stiracchiava gli indolenzimenti delle sue membra, pur di non imbattersi, solo, in Bertramo, e di non doverne sostenere lo sguardo e il linguaggio. Lo evitava con una timidezza cos sensitiva, che allorquando si scontravano nel vano di una porta, pareva che un corpo passasse senza ostacolo e, opposta, lungo lo stipite, strisciasse un'ombra. E poi che il sofista s'era allontanato, l'ombra umana si rivolgeva ad afferrarlo con gli occhi in una maniera pavida e furtiva: e pi veloce, pi inquieta, correva a murarsi nella stanza di Zoilo, gettando occhiate colpevoli da ogni finestra alle scene di neve e soffiando dalle sue dita l'impressione nervosa del gelo.
Zoilo era quasi un nulla: ma bastava perch il Duca non fosse solo.
Sempre pi rare le parole su quella bocca: ma parole umane: quelle di Bertramo avevano la leggerezza infida del vento che agghiaccia il petto, o la gravit misteriosa del sonno che chiude le palpebre.
Compariva l'angoscioso nella stanza, diritto il torace per uno sforzo sopra le reni esauste, il viso sfatto e pulsante, pallido spettro con un solco di piaga in mezzo alla fronte: e gli occhi del malato lo accoglievano, occhi pietosi e gemebondi, larve vivaci d'un sorriso che si scoloriva intorno alle labbra e scivolava via su la superficie quasi nuda delle ossa. Non pi bellezza d'uomo mortale, ma fluido memore intorno a lineamenti distrutti: tale il viso, sotto i riccioli radi, leggermente attaccati a una cotenna bianca e tenue come siero di latte: e gli orecchi quasi recisi fuori dell'armonia delle fattezze: e il corpo impicciolito, ripiegato su s stesso, raccolto intorno agli ultimi battiti del cuore per ripeterne qualche favilla vitale. Solo i vivaci occhi ingrandivano a misura che s'avvicinava la fine della vita, quasi si concentrassero in essi le funzioni degli altri sensi gi ottusi: in quegli occhi la paura dell'anima librata nel vuoto, e in quegli occhi l'oblo, mentre ascoltava la musica che Bertramo, nei precoci crepuscoli, generava, lontana, dal suo clavicembalo.
- La musica!... - era il suo mormoro ai primi accordi. Non pi ordito di pensieri; ma soltanto una reminiscenza di parole su la sua bocca.
- E questa musica ti gioconda? - il Duca chiedeva.
- Oh... essa cammina... Vedo luce, vedo tenebre, vedo luce ancora, pi forte, e tutto questo mi rammenta come io mi movevo nel mondo.... Anche tu hai perduto la forza di camminare....
Infatti, sembrava al Duca essergli vietato muovere in quella stanza un passo libero, uno solo; ora sostenuto dai mobili, ora addossato alle pareti, ora accasciato in cento figure di sfinimento, su le seggiole o su la sponda del divano: tale egli era, come se dovesse rispettare nell'aria una stabilit arcana, o difendersi da qualche attrazione vertiginosa.
- Zoilo, - riprendeva - sei tu dunque molto lontano dal tuo passato?
- Tanto lontano che lo scorgo dirimpetto a me.
Levava gli occhi il Duca: si scontravano nel ritratto di Laus. Pareva volare alla bellissima donna il riflesso del pensiero moribondo, quale tremolo d'un lumicino mancante, verso l'imagine d'un desiderio rimasto incompiuto. Imperocch Zoilo certamente l'aveva molto desiderata, quell'austera Laus, nei lunghi mesi della sua immobilit: dagli occhi di lei non si era forse scrostata qualche luminosit fredda del colore, perch essi apparissero ora cos impietositi, cadendo dritti su l'agonizzante?
Galleggiando sovra il silenzio i due respiri e le invadenti onde di quella musica remota, come rottami di naufragi ancora trepidi d'umanit viva nell'aura della morte, l'angoscioso aveva col ritratto della Duchessa colloquii smarriti, pieni di disperazioni, di propositi farnetici e di vilt. Avrebbe voluto strapparlo dalla stanza dove conviveva da troppo tempo col moribondo, e riconsacrarlo in un luogo recondito che fosse un geloso tempio del proprio possesso illusorio. Non lo poteva; per piet di Zoilo e per incertezza del proprio diritto morale di far questo, non lo poteva: e ci gli rivelava la sconfinata distanza, il profondo e insuperabile burrone, che stavano ormai tra la sua donna e lui: e in questa distanza, in questo burrone, moltitudini d'avvenimenti ignoti, di tragedie intime e chiuse, di sogni allontananti, ad accrescere quello spazio fino ad una vastit folle come un'aria ingombra da un uragano e furiosamente sferzata dai lampi che da ogni parte squarcino prospettive d'interminabile orrore. Nulla pi vasto al mondo, - cos il delirio del suo cervello atterrito - che la voragine aperta fra lui e la bella donna, passata pure, in altri giorni, sposa eterna ed effimera insieme, nelle sue braccia: la bellezza vivente di lei apparteneva, peggio che alla morte, a un mondo ignoto; e il ritratto di lei commetteva adulterio, sotto i suoi occhi, nella sua casa, entro la stanza d'uno straniero che, prima di dileguare da questa vita, aveva impregnato di s tutta la memoria della sua ultima desiderata! Egli, il Duca, vinto in ogni cosa come nell'amore: a scherno del destino, scritta su la sua faccia la cicatrice che ne rammentava la fiacchezza virile nell'assemblea; il castello dei suoi avi obbediente ormai alla latente signora di Bertramo e ai capricci lugubri della musica onde costui avvelenava l'aria con un godimento indefesso; conforto unico allo spossessato signore il custodire ansiosamente i proprii palpiti di rimorso e di gelosia, accanto a una creatura simile a un'ombra e tanto debole che il recarle affanno sarebbe stata abiezione oltre ogni vilt.
Egli dovette ben trascorrere nell'odore corrotto di quella stanza le vilissime ore nelle quali lo spirito striscia lutulento sotto tutti i gioghi, perch si riducesse alfine, in un'ora di crepuscolo, ad avvicinarsi a quel letto con un lurido fantasma di vendetta nel cuore, con una domanda che egli credeva doversi incrinare alla sensibilit pi acuta di quel miserabile: domand con una bocca tremula e scipita, come di gelatina:
- Ti ricordi di una fanciulla che aveva nome Viola?...
Dette appena le parole, gli parve di aver scoccato una freccia omicida e indietreggi: ma Zoilo non mut faccia: si sentiva assolto in virt degli strazii del proprio morbo inguaribile: e il poco bagliore di vita serbato nell'animo e nei lineamenti torn ben presto, secondo il rito della vita sua, ai brevi orizzonti ancora aperti dalla volutt.
Considerava l'armona del ritratto di Laus.
-  passato tanto tempo dalla morte di Viola.... tanto tempo, - egli disse, allontanando dolcemente il pensiero.
E il Duca, come un cane mortificato, gli baci le mani. Muto. Con le orecchie piene d'un senso di spazii fragorosi che accavallassero le loro onde in una fuga. Coi polsi rapidi e aritmici. La sua vendetta si era dissipata; ne restava meno che polve; e meno che polve restava del desiderio e della speranza ascesi con lo spasimo vendicativo su dai miseri marciumi dell'anima: il desiderio e la speranza di far vagolare per sempre un rimorso, una nube, un'inibizione, fra Zoilo e il ritratto della Duchessa. Non con il ricordo di Viola sacrificata potrebbe colui morire! Laus era l! - Oh, aver tentato di ferire un cadavere e non esser riuscito! - dava feroci squassi il pensiero del Duca; e trattenendo fra le mani le mani gelide, egli le scaldava intanto coi baci, tutto curvo e chino, sotto i grandi occhi illagrimati di Zoilo che non sapevano nulla: senza potergli dir nulla. Fra silenzii, fra cose vane, fra amori, e gelosie, e cupidigie, e rimpianti di creature non possedute, immensamente lontane, l'uno dei due esseri moriva e l'altro impazziva di sgomento.
Non s'accorsero del cessar della musica sul clavicembalo: e il loro padrone li sorprese cos. Si lev il Duca prestamente, come vide Bertramo: parve gli si spezzasse ogni coscienza a quell'apparizione improvvisa, e uno scoppio di tintinnabuli e di nacchere, agitati da frenetiche mani, gli rendesse mille volte pi oscura l'oscurit. In quelle sensazioni di violenza musicale s'esprimeva omai il demone dei suoi nervi sfuggenti: e non un grido dalla sua bocca: muto, assordato, acciecato, vacuo: poi, riafferrando la logica dei sensi, sottomesso a Bertramo come un fanciullo che abbia avuto l'educazione dello spavento a tenerlo sul fil di rasoio della docilit.
Bertramo croll la testa.
- Converr che io ti vieti di metter piede in questa stanza, - disse severamente. - Tu pretendi di vegliare un infermo e ti trovo a tutte le ore in uno stato d'esasperazione che gli comunichi come se avessi giurato a te stesso di farlo impeggiorare!  questa, domando io, l'atmosfera d'un malato? Ho acuti sensi, sai; sento nell'aria il fremito della passione che  stata qui dentro. Hai combattuto ancora con le tue ombre? Quando finirai? Turberesti l'armonia d'un sepolcro. Ti dar, bada a te, un calmante che ti distenda supino peggio d'un pugno d'atleta....
Volse gli occhi in giro e li ferm con un sarcastico guizzo sul ritratto:
-  dunque ancora questa tua Duchessa che ti fa delirare? Pareva che nel tuo cuore non fosse scritto pi niente; ci volle che ella venisse nella stanza di Zoilo perch ti piacesse di nuovo!
Ci che suon nell'accerchiamento fonico che avvolgeva la testa del Duca parve un ruggito: le sue dita nevrotiche palpitarono: la parola batt come un sasso scagliato nei suoi denti:
- Taci.... taci.... Non parlare di lei!
Si sentiva scoperto, denudato, sviscerato, tutto esposto a una luminosit invereconda e quasi abbagliato dalla propria vergogna. Le molecole dei suoi tessuti si restringevano come per difendersi da chi, a veder meglio, le volesse dilatate violentemente. E il grido era in lui come una forza bruta sbranante l'intrico dei visceri; il grido che non poteva uscire. Lo vide nell'incontinenza della bocca aperta Bertramo: e con un dito sul labbro gli impose di rispettare il silenzio, e con la mano tesa gli accenn il letto del moribondo; e per quel dito e per quel cenno della mano, egli non os liberare il suo grido e lo inghiotti come l'alcoolizzato inghiotte la vampa che lo distrugger. Rimase sospeso e ripugnante a s stesso, guardando Zoilo per non guardare Bertramo.
Zoilo era stato spettatore della scena, ma si sarebbe creduto che l'intelletto avesse uno scudo nella perfetta atona del suo volto. Certo non aveva compreso. Mezzo coperti dalle palpebre, i suoi occhi stagnavano. La mollezza della bocca colava stancamente su le guancie incavate. L'odore della devastazione organica parea sfumare intorno a lui in cerchi pallidi nell'aria. Bertramo gli si avvicin cauto e ascolt se non si intorpidisse l'ultimo fremito della vita nell'inconscienza di quell'essere immemore. Non era pi il medico d'un uomo, ma il cultore di una gracile rama che intristisse pur nell'atmosfera dei tepidarii; d'una gracile rama attorta fra le coltri e perseguitata e stecchita dal freddo insidioso. Bertramo, lo scrittore di libri empii, attendeva a questa rama con la sua vigilanza trista: sprofondato nel divano che era appartenuto alla Duchessa Laus, il Duca, in un angolo oscuro, arcuava le sopracciglia perch gli occhi vedessero non visti, innalzando la linea dello sguardo. Angoscioso veder Bertramo inchinarsi ad accertare che in quella tisica rama non si rompesse il vincolo di sofferenza con quella testa dalla fisonomia umana!
I momenti passarono al battito degli orologi lontani. Subdolo, attraverso le vampate del caminetto, filtrava un freddo muffito di cripta. La scomposizione della vita psichica nel Duca aveva somiglianza con la fisonomia di Zoilo. Egli si sentiva assorbito dall'altrui morte, in faccia al ritratto di Laus, significante un'esistenza tanto remota quanto avrebbe dovuto sentir l'esistenza Zoilo, se avesse conosciuto ancora la realt di s stesso. - Non sono io che penso, - si atterr il Duca. - Io giaccio inerte. Gli avvenimenti pensano nel mio cervello. Bertramo lo sa; egli compie il suo ministero, solo, da pari a pari con la morte, come se io non fossi nella stanza; poi che ha fiaccato l'istrionismo intempestivo delle mie passioni, egli non mi considera nemmeno come un uomo vivente....
Afflu, nel contrasto, una timida vena di forza al suo cervello, ed egli os domandare per farsi vivo:
- Dorme Zoilo?
La risposta di Bertramo gli arriv per l'aria come un soffio:
- Dormir tosto....
E in cos dire, il sofista estraeva pacatamente dalla saccoccia un prisma di cristallo, prendeva con l'altra mano la lampadetta, e, immerso il prisma nell'onda della luce, otteneva che dardeggiasse in un subito l'iride delle tinte sul volto di Zoilo: erano fusi bens i colori in un vapore tenue, ma tuttavia non li sofferse il malato; onde, sbattute le palpebre, vi ritrasse la vista come in un nido. Tent ancora una volta la prova di riaprire quegli occhi; ma il prisma continuando a frammentare la luce, delicatamente, le palpebre ricaddero senza speranza; e allora, Bertramo, con prudente lentezza obliquando il cristallo, parve incenerire la vita anche attraverso le difese degli occhi ciechi, finch quel volto di moribondo si sciolse da ogni coscienza e cadde inerte al di l. Ben presto si ud pi misurata la battuta del suo rantolo.
- Dorme, - disse Bertramo, troncando l'artificio e riponendo il vetro.
- Bertramo, - invoc l'angoscioso a labbra strette, - io mi sono addormentato una notte sotto i tuoi occhi e sotto la tua voce. Adoperasti anche con me lo strumento che ti vidi or ora?
- No, - rispose il sofista. - Non ce n'era bisogno. Ma forse  bene che tu lo conosca: chi sa che non ti convenga sperimentarlo un giorno!
Non aggiunse di pi; e il Duca stette meditabondo: poi chiese:
- Bertramo, promettimi che io non sar addormentato mai con questa insidia.
- E perch? - domand il suo padrone, avviluppandolo negli sguardi attoniti.
- Non vedi come questo sonno  simile alla morte?
- E che cosa non  qui simile alla morte, fratello mio? - ribatt quegli, ammollendosi in una strana claustrale dolcezza. - Potrei io dire che questa sera tu senta la vita tua molto valida?
Il Duca fremette.
- Perch mi chiedi ci?
- Oh, non perch tu mi risponda! So che tu non rinuncieresti a un attimo di vita. La morte, la quale tenta talvolta i pi forti, come un cimento, i pi felici, come un'ebrezza, non ha mai avuto una seduzione per te. Dentro di te rimane, sempre accesa, una straordinaria cupidigia vitale: tu passi attraverso l'aura della dissoluzione con lo spavento di sentir attirare il tuo essere vivo da tutta questa armonia di cose che anelano a posare, a soggiacere senza risveglio: tu soffri della tua ribellione: sei ben vivente!
E il Duca dubit che in tali parole fosse sarcasmo; che l'adulazione dell'uomo ritto e veridico all'uomo contorto e nascosto fosse un'insidia come quella del cristallo ministro del sonno: la diversit delle loro nature faceva s che le affermazioni di Bertramo si scomponessero in dubbii nel suo cervello e non ritenessero di loro entit se non l'irresistibile impronta di una mente pi forte. Egli vide, morto che fosse Zoilo, quelle affermazioni generatrici di perplessit attorniarlo come una preda. E resistette, per un individualismo istintivo, a colui che gli concedeva la lusinga d'essere ben vivente; oppose alle parole di Bertramo un'incredulit squallida:
- Tu pretendi di conoscermi tanto bene, e mi dici vivo!... Ma non sai che test, in quel cantuccio, io non potevo nemmeno pensare?... Ed ora! ed ora! tu formuli il tuo pensiero e lo incidi sicuro; ma io... potrei ragionare, io, come te?...
- Tu fai meglio: tu lotti, - rispose asciutto il sofista. E nel sorriso gli mostr i denti, disuguali e chiazzati, come da scorie. E tutte le rugosit severe della sua faccia rimontarono verso la fronte. Parve impenetrabile; l'oppresse col suo aspetto impenetrabile. Gli occhi del Duca turbinarono in cerca di soccorso; avrebbe voluto destar Zoilo per un'ultima volta, affinch un'altra anima li dividesse dalla stretta troppo violenta. Comprese, con un atroce dolore, di averlo perduto. Era solo in armi; come fosse senz'armi. Il ritratto di Laus li guardava; con velocissima analisi ricostrusse tutto quanto sapeva della vita di lei; e ripensando la dolce e schietta e pura dedizione che ella cercava con istinto di vergine, ebbe un'angoscia strana per lei: - Se avesse un giorno amato Bertramo?
- Tu pensi, - lo frug questi, che lo spiava, ironico, stilettante, con un'ebrezza di dar la caccia alla vita nell'aura della morte.
Il Duca si sent sconvolto.
- Penso a Laus! Penso a Laus! - gli sfuggirono parole rapide, come un grido, come una protesta, come un rifugiarsi del proprio cervello in una sincerit temeraria. E balenarono verso il volto del suo carnefice gli sguardi avventati e palpitanti, nei quali febricitava la nuova allucinazione della sua gelosa.
- La vorresti? - interrog il tormentatore.
Il Duca tacque: aspettava ancora.
- Parliamo dunque della tua castit soccombente nella stanza di Zoilo moribondo! - La bocca che diceva queste parole gli si avvicin come per una confidenza malvagia. - Tocco col fuoco, - avvert. - Tu non puoi volere colei. Tu vuoi altra cosa che non sia la tua signora Duchessa. Tu vuoi te stesso: ecco quello che cerchi sotto i miei occhi per respingermi da te. Tu pensi che non vi sia cos gran cosa come un amplesso per affrancarsi dal rigore mentale dell'uomo indifferente agli amplessi. La tua casta ignavia urla che un amplesso rigenerer l'uomo. Ma purtroppo tu hai posto anche il segno dell'esaltazione amorosa in una donna lontana: e vai cercando te stesso dove gi sai di non poterti trovare.
Quando si nomin come l'uomo indifferente agli amplessi, parve al Duca che si squarciassero su di lui i velarii del cielo e che la gloria della primavera gli splendesse, per cos poca parola, in un raggio di sole: Bertramo almeno, sotto il ritratto di donna che egli difendeva nella sua memoria si dichiarava puro di concupiscenza! Bertramo almeno di quella imagine non s'impossessava per meglio calcarlo col suo tallone! Fu questa la cagione ch'egli am per un istante quell'uomo odiato; fu questa la cagione che egli strinse le mani di colui che gli circoscriveva intorno il cerchio del nulla e gli comandava di chiudersi in esso: e si sottomise a lui, e gli disse con una voce molle di umilt e quasi di riconoscenza:
- Ma perch credi che io ti voglia allontanare, Bertramo? Tu starai meco e mi sosterrai; le tue parole fredde avranno la forza balsamica dell'acqua su l'ardore che talvolta mi sconvolge.
Lo ebbe detto appena, che vide nello sguardo del rapace brillar la sorpresa e la gioia e si sent legato senza misericordia, forse fino alla morte, - legato all'uomo che pi d'ogni altro egli sospettava nemico. Avrebbe egli continuato a minacciargli Nemesi, ad affogare nel nulla ogni stimolo della sua volont, ad occupare il suo castello coi tedii profondi della musica, a disegnare una sagoma oscura e terribile sopra ogni chiarore della vita. Gli avrebbe egli tenuto luogo della sposa; amico sepolcrale, esperto di tutti gli amareggiamenti e di tutti i veneficii. E la sorte dell'essere angoscioso sarebbe stata quella di trepidare, animaletto prigione, piccola formica paurosa entro il cristallo di ghiaccio.
Gli sguardi di Bertramo consideravano il moribondo. Forse ormai il pensiero ne accelerava la fine. Il Duca chiese:
- Credi che egli vivr domani?
- Non fino a sera, - rispose il medico, con la sua voce naturale, senza batter palpebra.
E nel petto dell'angoscioso si dilat il vuoto lasciato dalle ultime speranze e gli sal fino alla gola; talch egli non pot pi parlare. Gli occhi si empirono di lagrime, si ottenebrarono; le ginocchia piegarono a terra, come se il corpo intero volesse scendere nell'ombra; tutti i casi della sua esistenza riapparvero alla mente, vestiti a gramaglia; ed egli mormor a s stesso:
- Piangi, piangi.... Tu sei la lagrima.... Tu suggelli gli avvenimenti con la tua stilla.... Sei soltanto stillato, sempre, sempre; sei stillato tutti i giorni; stillerai domani; cancellerai sempre il passato con la tua stilla di fontana inerte....
E Zoilo dormiva un leggero fioco sonno. E Bertramo, venuto alle spalle dell'inginocchiato, gli mormorava con la sua opaca voce, amicamente, orrendamente:
- Tu sei stanco; tu hai bisogno di riposo; niente altro che di riposo....
E la voce giungeva dissolvente come un narcotico, fra gli odori di corrotto, fra le vampate morbide del caminetto, accanto alla prossima bara, entro il cervello esausto che temeva la morte.


 15.
Albre.
Il Duca fu tolto dal suolo e gente ignota lo trasport nel suo letto. Pieno oramai d'incogniti il castello; parevano ergersi dai sotterranei come Mefisti; entravano dalle porte, ambulavano di stanza in stanza, simili ad antichi abitatori del luogo usciti da letargiche prigioni nelle muraglie. Prima che Zoilo morisse, don Filippo, appostatosi alla porta del castello, era riuscito facilmente a ingannare l'indifferenza di Bertramo, a sgominare con uno sguardo la vilt del Duca, e, condotto dal vecchio Giovanni, era andato a sciogliere con preci un'anima gi disciolta e incapace di comunicare coi viventi: perci adesso i montanari venivano tutti a vedere il morto: uomini, donne, bambini, e con loro costruttori di catafalchi e industrianti di panni funebri; e gli scarponi chiovati stridevano su le scale, scuotevano l'aria dormente dei corridoi. Era un passare continuo innanzi alla porta socchiusa del Duca: qual vi gettava un obliquo sguardo senza interrompere i passi; quale, sostato un istante, vi immergeva l'occhio e si spauriva di commiserare: e il Duca, rinvenuto in s dall'assalto, giaceva nel suo immenso abbandono, vedendosi accanto talvolta il suo vecchio domestico - lui solo - e soffrendone il trambasciato stupore nelle occhiate timide. Si comprendevano. Nelle mani di Bertramo era ormai l'autorit su tutto. Si indovinava la sua scheletrita magrezza passare agile dietro la porta, percorrere gli anditi, scender le scale, moltiplicarsi nelle stanze, nella torre, nei sotterranei, come se in ogni luogo spargesse l'impalpabile imagine della morte e l'annunzio che ormai le solitudini obbedirebbero alla sua volont. Spezzato il vincolo con la vita! Incominciavano i funebri, perch colui rimanesse solo! La tristezza delle esequie dovea parere nel suo volto una gioia. In tutte le voci intricate nel laberinto degli echi si percepiva un alcunch di nuovo, quasi l'anima dell'erede che invadesse curiosamente l'antica dimora: nel picchiar dei passi da tutte le parti, nello stridere dei saliscendi impugnati, nel tentennare dei chiavistelli malfermi, sembrava che Bertramo avvertisse di sua presenza ubiqua e di sua sollecitudine nello sperimentare la disciplina di ogni cosa al suo cenno.
- Quali voci grigie! Quale abbondanza d'accordi grigi perch Zoilo  morto! - Cos dicendo, il Duca, nell'intermittente travaglio del suo pensiero, batteva i denti, inchiodava pi e pi sui guanciali la testa nevralgica. S'erano staccate dal suo corpo le energe muscolari; le membra rigide, pigre, scolpite nel letto, sentivano il riposo come una forma di dolore immobile. Cos aveva sofferto, nei giorni che, coricato sopra un letto d'albergo, gli giungevano i turbolenti schiamazzi della sommossa, contendente per il possesso della citt. Come in quei giorni, cos ora, ogni passo, ogni voce e pi ogni silenzio, smarginavano in lui i lembi di occulte ferite: Bertramo era simile alla plebe; operava questa nel desiderio della bella citt, imagine d'una vita di trionfo e di splendore; oprava colui nel desiderio, forse ugualmente indeterminato, di godere per sempre la tetra e calma esistenza del castello, la gravit meditabonda di quelle mura e l'isolamento superbo delineato intorno dalla cornice dei faggi. E il suo mezzo tacito: la morte.
Anche egli, il Duca, - come Zoilo, - morrebbe.
Quando?
Forse dopo aver veduto fiorire su l'orlo estremo della malincona una nuova primavera, accendersi una nuova bugiarda estate, sopraffarla un nuovo rivelatore autunno? forse in un giorno come quello, fra i cupi cortinaggi sciorinati dai cieli verso la terra, grave di parvenze brune e sepolcrali, alberi e monti? Cos forse la nebbia, la neve, intatte da raggi di sole, striscianti l'una verso l'altra con l'esausta passione che intristisce i mescolamenti di dicembre nei giorni di color torbido, cos forse la nebbia, la neve, preparerebbero l'atmosfera delle sue esequie? Cacciati tutti i servi; Bertramo solo; la esultanza di lui affrontante la selvatichezza della natura; il castello spoglio delle memorie secolari dei suoi Duchi, intristito, ruinoso, ossesso dalle musiche del clavicembalo sempre pi singhiozzante, in signora del Barbaro che aveva trovato in esso la volutt agognata d'essere libero e solo.
Quando il suo giorno di morte? Annichilito dagli incombenti presagi, gli sembrava ora, poich gi era basso nel cielo un prossimo vespero, vedere nel vano della porta insinuarsi Zoilo fantasma, in aspetto d'un uomo prodigiosamente mummificato nell'ultimo momento della sua consunzione: il volto logoro ravvivato dai minii, gli occhi spettrali cristallizzati in un vitreo splendore di smalti, la bocca sanguigna, i pochi riccioli che piangevano la sua capellatura ingommati dalle manteche come sopra una testa di statua arcaica. La sua bellezza gi distrutta tentava ingannare la morte. Questo fantasma che gli apparve tra le condensazioni funeree dello spirito era bene la rimembranza di un'imagine estetica comunicata a lui da Bertramo: considerare negli uomini le loro mummie, le loro forme disposte a un'esistenza esanime nei secoli. Ma in quel momento gli sembrava che la sua visione vivesse in verit nella dubbia luce, lo salutasse con le mani di scheletro incrostate di berilli e di ametiste, portasse una di quelle mani al petto come per attestare il beneficio dell'eterno silenzio e riuscisse a suggerire al suo pensiero qualche cosa come questa: - La musica mi ha fatto muto. - E al dissiparsi della fantasmagoria nella penombra, restavano nel Duca, come dopo un sogno, le particelle, i fili, gli elementi spersi di quel pensiero: - Ieri Zoilo udiva ancora gli accordi.... Domani io udr ancora gli accordi.... Per molti e molti giorni io li udr ancora.... Bertramo penetrer per l'udito nell'anima mia.... E lentamente, lentamente, io diverr l'uomo marmoreo che si affaccia a taluno nel vano delle porte, al crepuscolo, con tutti i colori delle rose sul teschio, con tutti i suoi anelli infilati nelle dita, e sta, e tace, e dilegua, senza perch....
L'ardore della febbre stringeva un cerchio intorno alle tempie del Duca; il loro battito frequente dava un ritmo balzano al suo vaneggiamento.
Tutta la sera, tutta la notte, lo condusse la febbre. Esseri ignoti lo visitavano a quando a quando. Ciascuno gli ascoltava il respiro, gli pendeva con la bocca aperta su le labbra, quasi volesse prendere nutrimento del fiato che egli ricacciava nel petto con paurosa gelosa. Una di quelle ombre era Bertramo: ma pi lungo, pi scarno, pi rigido del solito: parea innalzarsi oltre ogni termine quest'ombra: egli la guardava e guardava il cielo del letto, sbigottendosi di non poter accertare coi sensi se ella non toccasse fino lass, se ella non si piegasse per non urtare nel baldacchino. L'ospite notturno gli prendeva uno dei polsi, e le sue mani ossute imprimevano su l'arteria una sorta di misterioso suggello; in questo mentre egli voleva e non poteva balbettare: - Bertramo, getta via quel prisma di cristallo! Bertramo, non addormentarmi, ti prego, coi colori.... non toccar la lucerna.... non farmi vedere quella tua luce.... - Il palpito delle labbra, attenuato, fievole, quasi riverbero della parola impedita dalla sua insormontabile angoscia, si stremava sotto uno sguardo d'opale, cadente dall'alto, pi imperioso che il prisma e che i colori. E nulla era nelle mani di Bertramo, come nulla era stato nella voce: e l'ombra si ritraeva, pigra e solenne, svanendo fuor dalla porta, come se questa si fosse innalzata per lasciarne passare la statura sovrumana: ed egli, riscosso l'incubo dalle membra, riaperti gli sbarramenti del sangue, cercava, nel fondo di una estenuante quiete, di distinguere in quella visione l'imaginario ed il vero.
Confondendosi sempre pi la mente nel suo lavoro, errando sempre pi le sue facolt spossate e avvelenate dalle soverchie congetture dei mali, si ritrovava ad assalir l'insonnia con un tumultuoso gemito. - Laus! Laus! - Ogni speranza di pace in quel nome; ogni fede di prodigio in quell'invocazione; e ripetendo insensatamente quella parola, come l'unica che lo ammantasse tutto nel ricordo o nell'illusione d'essere stato amato in un giorno lontano, si sentiva a poco a poco ronzare intorno una sorta di farfalla leggera e col suo volo di frusciante saetta scompigliare la formazione delle fantasme, liberargli lo spirito, sospenderlo in un'ansia delicata, nel centro del suo volteggiamento. E cadde in sonno; in sogno.... Gli avvenne di trovarsi all'improvviso in mezzo a un'assemblea, fra nembi di popolo, formicolanti, rivolti verso lui come per scaricare i loro istinti di persecuzione: tutti gridavano, tutti si facevano alti, come Bertramo test, sdoppiandosi e montando su le proprie spalle, vibrando all'aria le braccia serpentine quali orifiamme al vento: perdutasi la farfalla nella ebollizione umana, egli teneva gli occhi sbarrati al cielo, indaganti, trepidi, e a coloro che gli mordevano le mani chiedendogli fra morso e morso: - Che cerchi? - egli rispondeva: - Cerco il nome! il nome! - Poich aveva dimenticato di Laus la vera forma ed il nome.
Pi squallido il sogno che la realt: si svegli: sotto un'anima smarrita nella lontananza, sent un corpo nel quale come piombo fuso era colato il dolore. La stessa violenza del risveglio aveva slacciato i tentacoli della febbre avvinghiata alla sua preda: ora egli vagava, come reduce all'esistenza, dall'uno all'altro degli oggetti della sua stanza, per riconoscerli, nella doppia ambiguit di luce d'una lampada sitibonda e d'un mattino livido. Attraverso le lastre arborescenti di vapor acqueo, accert l'immanenza dell'aerea palude di nubi e indovin lontano lontano gli insozzati cumuli di neve che si sfacevano nell'ignavia dell'aria. Nella sua solitudine, nella sua sofferenza, nei crampi reumatici del suo corpo insodisfatto del sonno, gli parve esservi alcunch di obbrobrioso, una lebbra dell'individualit: si pens abbandonato a tal segno che lo stesso Bertramo, dopo la visita notturna, non avrebbe pi fatto ritorno: dietro la porta ormai chiusa, comunicava egli con gli altri viventi.
- Porto su la mia coscienza tali peccati che mi meriti, innanzi morte, il sarcofago? - La inerzia del volere che lo inchiodava al letto, col pensiero screpolato come da una insistente siccit di scirocchi, gli dava bene il senso della giacitura di un semivivo nella tomba. E si lamentava:
- Che cosa ho fatto? Quale malvagit  stata in me, perch io rimanga esiliato e solo? Il germe delle opere buone ferment sempre in fondo al mio essere: e nondimeno fui sempre condannato a strisciare furtivo come un serpe ferito e a deporre il sangue sgocciolante da me sovra le pergamene non viste da occhio umano, come la povera bestia ferita lascia il segno della sua agona sovra le pietre d'una strada deserta!... Perch, o vita, m'hai tu fatto cos miserabile che io non mi possa fondere all'universo? Perch non mi so pi togliere da questo sepolcro, nemmeno per disegnare di me e della mia grigia angoscia una ultima traccia sovra le pergamene?
- Perch sono la lagrima! Perch sono la lagrima! Perch scavo il mio inutile solco sovra le guancie che moriranno! Scrive su la sabbia chi scrive in s stesso! - Egli s'esalt nell'ipocondria, con una sorta d'impeto di singhiozzi, per il quale il pensiero si frangeva nelle parole come in iscogli. - Io non dovevo rassomigliarmi alla lagrima, non dovevo! Si danna a morte colui che definisce s stesso con una parola di dolore!
E di nuovo l'affermazione schiacciante del patetico delirio di sua vita - Il mondo  la gioia dei forti! Il debole nulla possiede; ogni suo desiderio rantola strozzato; io non rantolo pi; soccombo....
Non vide entrare il vecchio domestico. Ebbe il senso refrigerante che una creatura amica fosse venuta a lui, quando il vecchio, rinchiusa pianamente la porta dietro di s, gi gli fissava nel viso le pupille inumidite da una compassione di bestia sensibile.
- Tu! - gli disse. - Non sei lontano anche tu, Giovanni?
- Come state, signore? - mormor il vecchio con le renitenze vocali onde sfumava, polverizzava, il suo rispettoso affetto.
- Ftti vicino, Giovanni.... Aiutami ad alzare i guanciali.... Mi sento debole.... E ho freddo.... uno strano freddo nelle ossa.... Ma non temere.... Sto meglio.... Molto meglio di questa notte.... - E le inflessioni dolorose tradivano la parola, ed egli si vergognava della propria miseria ascoltandosi; onde aggiunse: - Noi malati siamo tutti come fanciulli.... - In cos dire, tentava sorridere, e il vecchio, con gran fatica, gli accomodava i guanciali sotto la testa.
Il Duca si fe' animo; puntell il corpo sui cubiti:
- Sono stordito.... Portami latte.... Mettivi una stilla di Xeres che mi ravvivi il sangue.... Non andare ancora....  stato qui, Bertramo.... il dottore?...
- Vi ha visitato due volte stanotte.
- Ah! - E poi chiese: - Non ha dormito stanotte?...
- No....
- Che ha fatto?
- Ci ha congedato tutti ad ora tarda. Poi entr nella stanza del morto....
La voce si tinse di mistero.
- E.... sai tu che abbia fatto in quella stanza? - chiese il Duca, esitando.
- Ve lo dir.... ve lo dir.... - E s'affrett sui deboli piedi, coi suoi passi che cascavano l'uno su l'altro, per andar a prendere il latte e il vino, piuttosto che narrargli qualche cosa orribile a lui nota, qualche cosa delle ore arcane di quella notte, nelle quali alla febbre e alla morte era stato forse compagno nel castello un terzo orrore.
Le congetture rapide consumarono il cervello smunto del Duca: la tristezza e l'abbandono l'accolsero tragicamente, schiantato dall'ansia di ci che il vecchio domestico non voleva palesare; quando questi ritorn, vide il suo signore con il lenzuolo tirato sul volto, immobile, come un spirito che ha rinunciato a s stesso. Il vegliardo temette dei peggiori mali; lo chiam per nome. Quegli scoperse la sua bianca maschera, vide il latte, lo prese e lo bevve senza dir parola. Restitu il bicchiere al servo. L'una mano porse tremante: l'altra pavida ricevette: il vetro cadde al suolo e tintinn frangendosi. Fu per i due cuori commossi un colpo violento; il vecchio si sent allentare i ginocchi; su la fronte del Duca la cicatrice della ferita si ravviv rosseggiando; entrambi dal semplice evento presagirono il malaugurio.
- Deve essere cos! - mormor il malato. - Le nostre mani non sono pi valide a regger nulla.
Taceva il vecchio, costernato di concepire tante cose nella sua anima, rimasta fino a quei giorni limpida come quella d'un infante e dolcemente scialba.
- Tutto si sfascia intorno a noi; la casa diverrebbe un rudere nelle nostre deboli mani, - continuava il Duca, meccanicamente. Sorrise di nuovo, o meglio contenne amarezza; indi form tra le sopracciglia come un baluardo di volont e si affacci risoluto a quello che il vecchio gli teneva nascosto ancora:
- Dunque, egli  andato nella stanza di Zoilo?
- S....
- E che ha fatto?...
- Oh, signore, se voi sapeste! - esclam il servo, con gli occhi fuor della fronte, quasi sbalordito della propria visione. - Voleva imbalsamare il cadavere!...
Vi fu un silenzio.
- E non l'ha imbalsamato?
- Non vi  riuscito....
Il Duca ebbe contro quelle sue reticenze un tirannico spasimo.
- Narra! Narra!...
- Egli ci aveva tutti spinti fuori, con la sua voce e con quei suoi occhi tremendi.... Rimase solo.... Ma io tornai all'uscio e posi l'occhio alla toppa e vidi tutto: vidi quel cadavere, magro, gelatinoso, che pareva disfarsi tra le dita, bianco, quasi senza colore, come non ho mai veduto alcun cadavere.... e vidi i coltelli che lo tagliavano.... e vidi tutti i visceri.... e vidi gli untumi che il signor Bertramo maneggiava dopo aver tutto lavato quel corpo.... e vidi la sua irritazione, la sua impazienza.... Nessuna cosa pareva bastargli.... Lo vidi battere i piedi, camminare su e gi con tanto impeto che io mi persuasi egli avesse al collo un demonio; e pregai pi per lui che per il morto....
- E poi? E poi?...
-  riuscito a niente....
La canizie del vecchio si scuoteva, tra il rimpianto e il rimprovero. Con un vibrar delle ciglia il Duca gli accennava che proseguisse il racconto. Ma pareva che, per aver tanto taciuto negli anni, ogni parola ascendesse troppo greve alle sue labbra: onde il signore dovette incalzarlo:
- Come lo sai che  riuscito a niente?...
- Ho veduto.... tutto.... tutto.... E udito.... Se sapeste che orribili bestemmie, che pugni levati contro il cielo!... E poi egli divenne triste: guardava quel cadavere squartato come si guardano i cenci, la roba sbrandellata, sucida, che fa nausea e ribrezzo.... Ma dovette chiuderlo egli medesimo nella cassa, perch i montanari - oh, egli le indovina queste cose! - non gli avrebbero perdonato la profanazione! Oh, voi non gliela avreste permessa, signore!... Se aveste veduto come si piegava, il cadavere; come era deforme, con le interiora mal cucite nel ventre; come gli cascava fra le braccia, quando egli lo sollev; come fu messo male nella cassa!... Non lo vest che della sola camicia.... Egli va quasi nudo, sotterra.... quasi nudo.... Cos non vanno le creature di Dio!...
La lugubre singhiozzante voce agitava nel Duca imaginazioni torbide, sotto un giogo sempre pi basso alla cervice. - Niente altro?, - egli chiese....
- S.... Prima di coprire la cassa, egli vi chiuse anche quel libro tutto unto e gualcito che il signor Zoilo teneva accanto al suo capezzale.
Una luce lunare si alz nella memoria: quel libro era Shakespeare: riapparvero al Duca l'idilio fluviale e la tragedia di Viola....
- Niente altro, Giovanni?...
E Giovanni rispose con una voce lenta, come un lamento, a quella voce d'ombra:
- S: il ritratt della signora Duchessa fu legato sopra la cassa; poich questo ancora aveva domandato il signor Zoilo prima di morire.... E il dottore.... il signor Bertramo.... volle che fosse fatto....
I due uomini vacillarono insieme nella stessa schiavit disperata alle esteriori volont che si compievano, alle passioni parassitarie che inglobavano tutto nel loro impero. - Vecchio, - usc primo dalla tetraggine il Duca, - non narrare queste cose a chicchessia....
Il famiglio accentu con la testa china la sua sommissione al silenzio. Il Duca si rinchiuse in s. I passi del vegliardo, come egli usciva, consonavano nel loro fievole stropicco ai sospiri; la lima tacita e grave d'un posseduto mistero uguagliava come marmo la sua fronte.
Allora il terrore sorse in nuove apparenze di mostro nel Duca. Non os pi nemmeno infamare la propria debolezza. Tutti gli orrori di quella notte, nulla erano a paragone degli orrori venturi. L'imagine del necroforo scorrente coi coltelli nelle carni sfatte del cadavere, la sensazione cruda di quelle lame che s'aprivano porte nel cavo dei visceri, l'abominevole mescolanza del poeta vivifico e del ritratto di donna bellissima con quella putrescente materia impasticciata dal ferro e dalla fretta furtiva, gli diedero il ribrezzo fisico di s stesso, gli contaminarono l'aria e gli fecero odiare spaventosamente una moltitudine di cose che erano forse tutta l'esistenza. Non pi sole, non pi fiori, non pi infanzia, non pi primavera. La vita - cos il libro di Bertramo affermava il vero - era il ludibrio della morte. E in quel suo essere, palpitante di guizzi repulsivi, non una forza di ribellione: il suo avvenire giaceva supino; le sue membra e il suo volere si stendevano imbelli in un'atmosfera atroce; la lenta folla dell'angoscia e la paura di morire esasperata fino alla morte stavano per lui, promesse immobili, nelle pupille del suo dominatore e del suo erede, Bertramo.
Balz dal letto, cammin su i pi nudi, intirizzito e ardente. Tutto il suo fumido mondo interiore, tutta l'atmosfera acustica piena di risonanze illusorie che lo perseguitava, gli galopparono dietro, come se qualche cosa gli si venisse ergendo alle spalle. Tutte le cose ebbero oscuramenti ed oscillazioni e deformazioni rapide intorno all'uomo seminudo che misurava rigidi passi con le sue gambe rattrappite. Fra quelle infermit dell'udito e della visione, gli manc nel centro dell'essere il conoscimento d'ogni scopo della vita, d'ogni entit individuale, d'ogni legame col mondo che appartenesse a lui stesso: non seppe pi pensare, e quindi non fu: automa sfigurato e lamentevole, attese dall'esterno un mutamento nel proprio destino, come altri affida la sua rotta sorte all'aspettazione d'un miracolo. Il tempo si arrest in lui.
Si credette trasportato ad un tratto su l'elastico dorso di un'onda verso quella finestra d'onde si vedevano la porta maggiore del castello e la spianata e l'esercito irto dei faggi. In un oceano di nebbia i natanti riverberi diffondevano il polvero giallognolo del vespro; e gli alberi non erano che una corona vigile di spettri sul perduto orizzonte. L'erba magra verde gialla immiserita agonizzava nel grigio, a una breve distanza. Egli appoggi la fronte su i vetri ghiacciati e aspett che qualche cosa avvenisse in quell'atona. Il senso di gelo su la fronte lo trasse istintivamente a disperdere sul vetro il suo gramo calore vitale, e baci in lunghi baci la fredda lastra. I vetri si appannarono, si assimilarono al colore stemperato nell'aria, e per un momento egli nulla scorse, tranne l'ossatura gracile e bianca delle sue mani aggrappate al telaio della finestra. Poscia il suo fiato sboll a poco a poco fra i ramaggi algidi del vetro: e all'improvviso egli vide uscire dalla porta del castello e dilungarsi per il piano un doppio ordine di torce accese, e in mezzo a quelle una bara portata a braccia, e ciascuna torcia sfolgorare vanamente di sua irradiazione i velami della malincona crepuscolare. Don Filippo precedeva il corteo, col pastrano aperto sul camice bianco: al primo giro della strada egli volt le spalle e non fu che una figura nera, pari alle altre figure nere dei servi e dei montanari che seguivano il feretro. Entravano tutti, cos cauti, cos pensosi, nella grande ombra dello spazio, sventolandovi il bagliore scialbo delle loro torce. Ultimo, solo, a una certa distanza, in attitudine corrucciata, come un possente a cui si fosse recato oltraggio, camminava Bertramo: pareva il ragno che avesse costrutto a s quella vasta tela nebbiosa e funebre: si scorciava il breve corteo sprofondando lontano: egli sembrava pi grande, diramato le membra nel grigio con profili arborei.
L'armona di quella volont e di quel lembo della terra ingombro di caligini penetr il Duca attraverso la febbre. E fu come una seduzione. Le nebbie, il ritmo ondulatorio del corteo, le animule stellanti delle torce, i larghi gesti di Bertramo, la piovente cenere dal cielo ammantato, tutto l'umido colore e il piangevole movimento che scortavano verso la pace un povero essere disumanato dai morbi e dai coltelli anatomici e pure ancora materialmente avvinto al libro d'un poeta, al ritratto d'una bella donna ignota, tutto ci attrasse la superstite anima dell'angoscioso gi per il declivio della collina, sempre pi gi, sempre pi gi, come se la musica consueta del clavicembalo si fosse ora trasformata in un'altra tentazione allo sfacimento. Inconsapevole, egli seguiva il volo basso dei suoi desiderii con una sorta di melopea che ad ora ad ora piangeva e sorrideva su le labbra - La morte! La morte! La morte! - L'essere fisico rompeva dolcemente la siepe spinosa della sua prigione e s'involava a guatar curioso il corteo funerario, a muovere con il suo alito l'aureola brillantata delle fiammelle; non era anche il suono delle campane per l'aria? il suono incomparabile che divide le nubi come il remigar di grandi ali pacate?
E quale il picchio su le cortici, tale batteva la fronte febricitante su i vetri. Egli aveva in vece di pensieri la volont latente e magnetica che quel corteo, quell'armona, quello slancio aereo delle campane, non terminassero n con la notte, n con il successivo d, n con alcun giorno venturo: bens tutto ci andasse innanzi, entro l'orbita dei suoi sensi, per un tempo indiviso e immutabile, finch egli stesso fosse tutt'uno con la fosforescenza umile delle torce e col corteo e con la morte. Santa volont di Bertramo! Con quale saggio divisamento quei suoi pensieri funebri estenuavano le resistenze dell'essere! E come conducevano per i molli declivii, ebro di desiderio e innamorato di eutanasia, colui che aveva sofferto di dubitare e di temere e d'odiar la sua guida! - La morte! La morte! La morte!...
Ed ecco all'improvviso il buio e lo spavento nei suoi occhi stagnanti: le torce erano scomparse nell'ombra del colle; la mala ritmica del passo di Bertramo dileguata; le isole giallognole del cielo incenerite nella foscaggine uguale. L'oscurit si affacciava repentina a tutte le creature come una belva. Gli si par dinanzi bulicante nel grigio: e dietro a s sconfinate sent le tenebre. L'anima immiserita assiderata url il suo richiamo alla lusinga fuggente, allo spettacolo d'ebrezza intravveduto come in una fantasmagora, alla prima felicit e al primo oblo della lunga esistenza; non distinse che spauracchi arborei, flaccidit della vita smuscolata e prostesa nell'agonia dopo lotte eterne; e in subitano atto di guerra lo afferr il senso di aver guadagnato la cima di una eccelsa montagna e di spaziarvi solo, attorniato, - in giro sempre pi stretto, sempre pi stretto, - dalla tregenda di tutte le vertigini del cielo.
Prima che la minacciosa oscurit scendesse su gli occhi, abbass lo sguardo per un'ultima volta alla spianata fumigante; e credette vedere il movimento d'una massa nera nell'ombra; e vide.... D'onde veniva quella vettura? Chi giungeva al castello in una vettura chiusa? Quali ospiti portava quella vettura lass? Quali ospiti alla solitudine, o alla sua fantasia?
Non ebbe pi la forza di guardare; pure, nello stupore misterioso di veder avvicinare al castello qualche cosa incognita e vivente, si era riconnesso in lui il debole tramite vitale; onde il suo corpo stecchito, che pareva flettersi alle ginocchia, pot ancora indietreggiare; indietreggiare fino al letto; avvolgersi nelle coperte; tendere l'orecchio, come se i rumori d'un sogno lontano trapassassero l'atmosfera, all'arrestarsi della vettura, al cigolo del portone sui cardini; pot ancora esitare nella semi-realt: poi chiuse gli occhi, e i sensi lo abbandonarono.
...
.
...
- Siete voi il suo medico?
La voce aspra della Duchessa Laus batt nel viso Bertramo. Ella additava la testa arrovesciata sul capezzale e senz'anima, tranne quella del dolore che vigila su la vita anche nel sonno.
- Non sono il vostro servo, - egli rispose.
Il dispetto bieco violentava i lineamenti del filosofastro e lo svelleva dall'abitudine impassibile.
- Potete andarvene! oggi, domani, quando vorrete!... Chiamer un altro al vostro posto.... Non  questo il modo di abbandonare i malati!... Siete un becchino, voi, che correte dietro ai morti quando c' bisogno di soccorrere i vivi? Non mi comparite pi dinnanzi! Tornate ai vostri funerali!
Pallida era la collera della donna, e l'ansare del seno pareva sommuovere l'aria quanto il battere delle sillabe fremebonde. Bertramo guardava fisso, in uno stupore irato, quell'angelo della sua rovina. E l'orgoglio gli tumultuava dietro la fronte, come se dovesse repente avventarsi con criminosa furia sopra quella creatura d'una nuova specie che, venuta da un altro mondo, entrata per gli spiragli ambigui del crepuscolo, affermava diritti sicuri, spadroneggiava ribelle e indomabile nel suo castello e gli rapiva in un attimo ogni cosa di sua paziente conquista. Ma la voce, disobbediente al volere, usc pi bassa, quasi sommessa, dalle labbra del diseredato; non seppe urlare a quella femina: - Potrei farvi morire! - ripet solo: - Non sono il vostro servo.... - e cerc altro; e non trov che pensieri frammentarii e confusi da scagliare alla donna, essere ignoto.
Allora ruppe il suo sogno come nel furore si spezza un cristallo: la salut con la mano, e se ne and. Amava meglio il deserto! Si ud nella stanza vicina la concitazione dei suoi passi, che vendicavano la fuga battendo aspri. E poco dopo, nella notte, traball il castello per un chiuder violento del portone, e la pace che segu parve una nuova pace. Bertramo s'allontanava, carico delle sue folgori, come un uragano male addensato che il vento spazzi dal cielo.
Dopo quello sfogo, la signora sedette al capezzale dell'infermo. Egli apriva gli occhi a rari intervalli. La vedeva. La ravvisava. Ma era cos sfinito da non poter parlare. Aveva bene compreso come i suoi casi avessero sorpassato una peripeza suprema quando Bertramo si era tolto dal cerchio della luce, al grandinar secco dei vituperii di Laus. Ma la rapidit, la veemenza dell'avvenimento, avevano scombuiato e prosteso il suo spirito: nell'aura passiva e sonnolenta della sua febbre, la dominazione di Laus s'imponeva meglio per congetture dell'ignoto che per disegni precisi di fatti, i quali ricomponessero in altra guisa le fila ormai scomposte del suo destino. Sentiva gratitudine di poter febricitare umilmente, ad occhi chiusi, senza temere le antitesi, e il suono del clavicembalo, e il prisma dei colori, e le figure in pi presso il letto come incubi, e lo sdrucciolo irresistibile su l'orlo della rovina. Sentiva di poter vivere. Non sapeva come. Non domandava. Era una bestiola malata.
La signora dalle sopracciglia fiere, seduta al capezzale dell'immemore, vestiva a bruno. Un lutto le sue vestimenta; un lutto il suo viso. China ad ascoltare il respiro d'un uomo sopito, come la donna che ama, si sarebbe pur detto che il suo amore fosse lontano. Era asciutta di pianto la bellezza bianca; ma i tumidi occhi tradivano l'orgoglio dei ribelli al pianto; nella intatta plasticit delle membra, nell'alterigia colma del busto, si nascondeva il cuore, silenzioso, superbo, inferocito dal suo mistero. La catena spaventevole nella quale seppellisce s stessa una passione che forse sradic tutto un essere, e lo trasform e lo travolse, irrigidiva la Duchessa Laus nella sua meditazione al di l della speranza. Il lutto dell'amore: le sue vesti, il suo viso. La disperata energa di non venir meno alla vita: i suoi uffici di sposa presso quel letto.
Lontano, estinto, perduto, sotterrato, l'amore di quella donna scoccava dagli occhi, quando, pi tristemente che in volto del malato, si aguzzavano diritti nella penombra. Allora le commozioni dei giorni trascorsi lunge a quella casa sepolcrale rinascevano nel tremito delle sue labbra; ed ella, evocando, sognando, soffrendo, seminava nell'atmosfera nuda e solitaria il suo popolo di memorie: a un tratto, riscossa, ricondotta a realt, soffermava ancora su l'infermo i volontarii occhi pazienti, e il suo enigma femminino sorrideva con una dolcezza severa, mista di benignit, di mestizia, e anche di spregio, a quella testa rotonda, levigata, insignificante come la testa d'un bimbo.
E si chinava su lui, a indovinar nel respiro se la coscienza fosse presente o si fosse smarrita nel sonno.
Quando le parve che egli dormisse in un al di l troppo remoto per giungervi voce umana, ella si risolse a liberare la sua anima al caso.
Disse la sua confessione: una voce limpida, uguale, armoniosa, sincera, giovanile, sana, vibrante alla passione come uno strumento di perfetta sonorit, gett le sue perle ad una ad una nella penombra di quella stanza, dove da tanti giorni insidiavano caute e sole le voci tenebrose del malefizio.
- Ulrico, - ella disse, - io non so se tu puoi udirmi. Se Iddio vuole, tu m'udrai. Se Iddio non vuole, questa afflizione ti sar risparmiata. Io parlo come se la tua anima m'ascoltasse: parlo schietta e immobile a te che giaci nell'abbandono e forse dormi. Quella che  venuta questa sera al castello non  la tua pura Laus: ella ormai ha amato ed  stata d'altri, e il suo amore  morto. Se egli non fosse morto tu non l'avresti forse veduta mai pi. Io sono andata, come le altre donne, nascondendomi sotto un velo, a gettarmi nelle braccia di un amante che m'aspettava. Sono andata per tre mesi, ogni giorno, sola, quale tu mi lasciavi. Ogni giorno io mi nascondevo circospetta, alle indiscrezioni del mondo. E il mio corpo  ora rigido e freddo come una sepoltura; tale tu lo conoscerai, quando tornerai nei tuoi sensi; rigido e freddo, e dentro di esso l'ardore di tutte le carezze che l'hanno sciolto e ammollito, per tre mesi, come la cera. Io non debbo essere perdonata, Ulrico. Non ho colpe; ho memorie. Io ti racconto la mia esistenza, se tu m'ascolti. Dopo il terzo mese dei nostri ritrovi, colui che amavo fu ferito da una palla, nella sommossa. E quello stesso giorno, attraverso le mie lagrime, io leggevo, dopo cos gran tempo, il tuo nome: eri ferito anche tu, povero infermo, dal tuo male che t'avea preso in mezzo a quell'assemblea tumultuosa.... Io sentii in quel momento anche la ferita della tua anima, che ti spingeva laggi, in mezzo a tali schiamazzi, come se tu andassi a cercarvi la morte. E quando il mio amante fu sotterrato, e non seppi pi che fare nel mondo, mi ricordai solo che tu esistevi, e non pensai ad altro, e conobbi che, oltre l'amore, era in me un fortissimo sentimento di carit. Non illuderti, Ulrico, d'essere amato. Non illuderti che io sia venuta a te per un bisogno dell'essere o per un pentimento; io vengo quale tu mi volevi, in fondo ai tuoi deboli desiderii, ai tuoi desiderii che nelle nostre notti io non osavo rappresentarmi per non morire d'angoscia; vengo come la suora al capezzale d'uno straniero; vengo come l'anima delusa al romitaggio; vengo per fuggire al supplizio di vivere sotto gli occhi del mondo; vengo come, tu non mi vorresti e come forse tu mi vorrai.... Non domandarmi se in tutto quanto io ti potr dare di dolce e di amorevole ci sar finzione. Io ti prometto: sar buona, assai buona... Avr tutta la bont d'un'anima spezzata. Non chiedermi altro. Non rimproverarmi. Accoglimi. Te lo giuro: non mi tenter pi altro amore. E i tuoi dolori saranno pi soavi; poich finalmente io non chieggo altro che il mio sacrifizio. La passione mi ha gettato qui, in cerca d'una tenerezza, d'un luogo dove si possa piangere ed esser soli, dimenticati, e non dimenticare.
Cos parl l'ospite: la sua voce suon come intatto cristallo fino all'ultima nota, speditamente, senza mai ingorgarsi nel fiato, senza mai affannare il suo limpido metro; voce di leggitrice ammirabile per le lunghe sere del verno. Non una parola di quella confessione penetr il sonno del Duca. Laus avea parlato con gli occhi innanzi a s, per non confondersi, per non tacer cosa alcuna, per non urtare in testimonii la sua sensibilit vereconda; quando riabbass gli occhi sul consorte, il respiro di lui correva ancora uguale, su e gi, come una gocciola lungo un filo.
Allora la Duchessa fu meno leonina nello sforzo delle sopracciglia violente; si ammans, si acchet, si ricompose, come si era acchetata con lo stratagemma della confessione la sua coscienza muliebre; il lutto delle sue vestimenta e della sua anima divenne meno tragico; la rassegnazione della suora, alacre agli umili ufficii per soffocare i ricordi, si stemper nella grazia carezzevole e mite della bella donna.
La nevrotica furia disputante a Bertramo la sua signora, la coraggiosa ospite che raccontava il suo peccato reprimendo lo spavento di esser cacciata con ignominia, o di ferire a morte un'anima gi trafitta da troppi dolori, si trasformarono meravigliosamente, femineamente, nella padrona del luogo, tranquilla e quasi solenne fra le ombre della sua malinconia.
Parve che tutte le cose di quella stanza, gi tribolate da febrili insonnie, dormissero col Duca, rassicurate da quella nuova custode. Ella filava in s i suoi irreparabili ricordi, senza turbare ad altri il riposo della notte. Era sazia di passione. La sua originaria onest rinasceva semplice e retta, quale sarebbe stata incorruttibilmente accanto a un altro sposo. Tutto ci che restava dell'acredine verginale si era distrutto in un incendio di vita; ma la vedova aveva la pacatezza e la saggezza delle ceneri. Matura accanto al perpetuo immaturo, sodisfatta accanto al perpetuo insodisfabile, chiusa nella sua tragedia perfetta accanto all'essere sempre aperto alle angoscie e agli errori, ella entrava in un'aura psichica sconvolta con tutte le virt dell'armonia.
Allorch il Duca aperse gli occhi, ristorato dal sonno, rimesso a galleggiare sovra l'abisso profondo delle sue fatiche, vide l'ordine rettilineo dei mobili e il grigio appannato e argenteo delle finestre e la forma dolorosa e pur dolce di una bocca che aspettava se dovesse parlare: sfiorati da un polvero di luce, somigliavano i capelli della Duchessa Laus a un fluido sospeso nell'alba.
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FINE.